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venerdì 5 aprile 2013

Fare bene il proprio lavoro


Qualche anno fa sentii Roberto Saviano affermare che è rivoluzionario e può salvare il Paese fare bene il proprio lavoro. Trovai il concetto intelligente e ne condivisi lo spirito. Ammetto però che solo oggi ne colgo pienamente, oltre alla saggezza, la forza rivoluzionaria.
Quando scrivo del piacere e del valore della “fatica” alludo esattamente alla fierezza del dovere e del rispetto e alla serenità che ne deriva, in termini individuali e collettivi. Ma, appunto, non ne avrei colto la portata rivoluzionaria se non mi fossi applicata con buona volontà nell’osservazione dei nostri tempi. Tempi di deriva.
La corruzione morale generale, dice la signora Lia, ha partorito i “macro problemi” nei quali, peraltro, proseguiamo a infiacchirci con una presuntuosa pigrizia.
Guardandomi intorno, per strada, negli uffici, al ristorante, in un negozio, vedo la disastrosa realtà di uomini e donne che arronzano, sbuffano, trascurano.
D’altra parte nel Paese della furbizia, la scorciatoia e la disonestà regnano sovrani. Ormai non tendiamo “al massimo”, giochiamo sempre al risparmio di energie e qualità. Abbiamo addirittura il terrore di passare per fessi se facciamo più o meglio di altri. Tutto funziona in termini di paragoni scabrosi e non di modelli positivi. Senza alcun orgoglio di risultato autentico.
Il merito è una spina nel fianco, è vero. Evaporata la fiducia nella giustizia, la delusione e la rabbia sono feroci. Però se restiamo adagiati su questa infelice resa non vedremo mai splendidi orizzonti. Francamente, considerando la severità che riservo a me stessa, non vorrei dover essere il mio giudice! Insomma, è questione di coscienza. Non posso sottrarmi alla rivoluzione, mi punirei con crudeltà ineguagliabile.
Voglio fare bene il mio lavoro, voglio impegnarmi ogni minuto, ogni giorno perché la mia testa e le mie mani siano concentrate e dignitose. D’altra parte, credetemi, trovo eccitante la dedizione. Forse mi inebria la soddisfazione, d’accordo. Ma a farmi godere è anche la percezione di pace con me e con il mondo.
Questa è appunto la grande rivoluzione possibile: fare bene il proprio lavoro è giovamento contagioso, si diffonde e ricade su tutti. Evviva, confermato che sono una rivoluzionaria, mi sento davvero in forma.

mercoledì 7 novembre 2012

Piccolo inno alla fatica


A me fisicamente disturba il sudore ma la sua essenza resta inebriante, impossibile convincermi del contrario. Perché a me non viene proprio in testa il sudore del caldo, io sono rapita da quello della fatica. Dal colore e dal sapore della fatica. Da quella sua straordinaria potenza!
Conosco gli esseri umano dal loro amore o dal loro odio per la fatica, accidenti è proprio così. E quando la fanno grondare di sacrificio non so se provo rabbia, desolazione o pietà. La fatica è la nostra vita. E’ con lei che proviamo di esserci, che sentiamo chi siamo, che arriviamo a toccarci, che conosciamo il mondo, che tiriamo fuori dalle mani una meraviglia. E’ un ponte, la fatica. Ma anche la verità, dei nostri muscoli e del nostro intelletto.
Ti imbratta i vestiti, la fatica. Ti mette i calli ai piedi, la fatica. Ti fa venire le occhiaie, la fatica. Ti fa sentire il battito del cuore, ti bussa dentro, ti abbraccia, ti fa sentire qui e ora aria, terra, fuoco. E’ una necessità, la fatica. Perché solo lei ti fa capire, amare, creare, raggiungere, godere.
Trovo terribile un’esistenza senza fatica. Un’esistenza con l’inquietante assenza della fatica equivale al vuoto cosmico, che non so se esiste e che roba è. A me piace la stanchezza della fatica, è un regalo talmente grande che si può ricambiare solo con nuova fatica, con la dedizione continua.
Prodigarsi ha un suono che non mi rallegra però il concetto mi garba molto. Lo tradurrei quasi in vivere di fatica. Sorridete, è una splendida immagine! Non tirate in ballo l’usura, il logoramento, l’esaurimento, per carità. Abbiamo forze ed energie solo per usarle, ne sono sicura…E la faccia della fatica è bellissima.