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domenica 13 maggio 2012

I tuoi occhi


Dylan era il tuo sguardo sul mondo, la tua guida nelle vie della vita.
Era addestrato, Dylan. Un cane per ciechi, di quelli che diventano luce nel buio, sostegno nel cammino, speranza nella disperazione.
Serio, attento, diffidente, per proteggerti. Mai un passo falso, mosse eleganti e prudenti, fiuto infallibile.
Ma a casa Dylan, chiusi fuori dalla porta molti pericoli, diventava un giocherellone. Il tuo giullare, dicevi. Sembrava addirittura suonasse qualcosa per te quando ti abbaiava in quel modo inconsueto…
Dylan ti guardava come se tu potessi vedere la sua dedizione, il suo trasporto, la sua gioia. Dylan, sempre al tuo fianco. Dylan, intelligente, sensibile, prezioso. I miei occhi, lo chiamavi talvolta, affettuosamente. Era la tua bussola!
Quando è morto hai pianto lacrime incontenibili. Ripetevi che vi eravate amati troppo per potervi separare…Non era solo i miei occhi Dylan, dicevi. Dylan era un amico.
Hai accettato Rudy con rabbia, solo perché ti servivano i suoi occhi. Ma non volevi legarti a lui, non volevi ci fosse complicità oltre quella necessaria, non accoglievi il suo muso tra le mani come facevi con Dylan. Lui non era Dylan e questo bastava a irrigidirti, a non offrirgli l’opportunità di arrivare al tuo cuore. Usavi un tono brusco con Rudy e, appena potevi, gli lasciavi intendere che non avevi bisogno di lui.
Ma Rudy ha aspettato. Ti è stato accanto con ostinata ma delicata pazienza. Ubbidiente, straordinario, zelante ma quieto nell’entusiasmo, discreto, silenzioso. Quand’eri triste e stanco sulla tua poltrona in salotto Rudy ti appoggiava una zampa sulle ginocchia, proprio come Dylan…
Rudy ti ha accompagnato sereno e clemente. Ha atteso, con garbo e lealtà. Passo dopo passo, fatica dopo fatica, aiuto dopo aiuto. Fedele e speranzoso.
Fino a quel terribile temporale. Avevi paura tu, dei temporali. I tuoni fragorosi ti mettevano addosso una brutta inquietudine. Rudy si è avvicinato, ha cercato le tue mani perché tu accogliessi il suo muso…Tu, come facevi con Dylan, l’hai accolto, finalmente. E l’hai stretto a te, piangendo. Scusami Rudy, hai mormorato. E ti è parso per un attimo che Rudy abbaiasse come Dylan, una musica solo per te.

giovedì 3 maggio 2012

NIENTE di J. Teller


Ho letto Niente di J. Teller in una manciata di ore: un centinaio di pagine veloci e roventi. Un romanzo talmente amaro che leva il fiato. Audace e inquietante.
“Non c’è niente che abbia senso, è tanto tempo che lo so. Perciò non vale la pena fare niente, lo vedo solo adesso”. Con questa convinzione Pierre Anthon lascia la scuola e decide di appollaiarsi un albero di susine dal qual tira frutti ai compagni di classe, la 7A della scuola di Taering, irridendoli e urlando il suo disprezzo per i loro affanni e le loro certezze.
“E’ tutto inutile! Perché tutto comincia solo per finire. Nel momento in cui siete nati avete cominciato a morire. Ed è così per tutto.”
Allora comincia un’avventura macabra e agghiacciante.
I compagni di Pierre Anthon vogliono dimostrargli che sbaglia e provargli quindi che c’è qualcosa che ha un senso. L’idea migliore che riescono a concepire è quella di realizzare una “catasta del significato”. A tal fine occorre raccogliere cose per loro importanti…A ciascuno è chiesto di sacrificare, con l’intransigenza e la crudele innocenza dell’adolescenza, la cosa cui tiene di più: la canna da pesca di Sebastian, il pallone da football di Richard, i sandali verdi di Agnes, il Dannerbrog –la bandiera nazionale danese- di Frederik. E, via via, il certificato di adozione della coreana Anna-Li e le stampelle di Ingrid. Poi, in un crescendo di orrore e ferocia, la catasta si arricchisce della bara, disseppellita di notte dal cimitero di Taering, del fratellino di Elise morto due anni prima, dei capelli di Rikke-Ursula raccolti in sei splendide trecce blu, del tappeto da preghiera di Hussain, della verginità di Sofie, del crocefisso della chiesa, della testa del cane Cenerentola. Fino all’indice della mano destra di Jan-Johan, quello che suonava la chitarra e cantava le canzoni dei Beatles.
Quel che accadde dopo, a catasta ultimata, fu – se possibile – ancora più orribile della catasta stessa. Scoperti dagli adulti, genitori, insegnanti e polizia, i ragazzi della 7° subiscono qualche castigo ma soprattutto finiscono in pasto ai media di mezzo mondo e al giudizio di tutti: per alcuni sono una banda di mocciosi da riformatorio, per altri artisti alla ricerca del senso della vita.
Sembrano vincere i secondi quando un famoso museo di New York offre tre milioni e mezzo di dollari per la catasta del significato. Ma nei ragazzi della 7° si insinua, forte, il dubbio…Forse Pierre Anthon ha ragione. Pierre Anthon, quello che si rifiuta di andare a vedere la catasta eretta per lui: “se il vostro mucchio di merda  avesse un significato non l’avreste venduto!”.
Sofie, terribilmente provata da quell’esperienza, crolla definitivamente sotto il disperato dolore della consapevolezza e del terrore: vendendola avevano tolto ogni senso alla catasta…se mai l’aveva avuto!
Il finale, violento e tragico, culmina in un incendio che riduce in cenere la catasta e Pierre Anthon. Al funerale di Pierre Anthon i compagni piangono perché “hanno perduto qualcosa e trovato qualcos’altro. E perché è doloroso sia perdere sia trovare”. E tutti conservano in un contenitore un po’ di quella sostanza grigiastra che è tutto ciò che rimane della catasta e quindi del “loro significato”.
Una storia angosciante sull’adolescenza che, a caccia del senso della vita, porta in scena paura, coraggio, fragilità, brutalità. Janne Teller lancia la sfida, affonda la lama, travolge il lettore. D’altra parte il difficile cammino nella realtà e nella verità è un campo minato…
Forse, per quanto raccapricciante sia il racconto, può insegnare agli adulti che dovrebbero mantenere o ritrovare un po’ di quel commovente, urgente, assoluto bisogno di capire e agire dell’adolescenza. E che i ragazzi non vanno lasciati soli nel campo minato.
Niente, Janne Teller, Feltrinelli editore.

lunedì 30 aprile 2012

J. Egan: Il tempo è un bastardo


Geniale e incandescente.
Intorno a Bennie Salazar, musicista punk e poi discografico di successo, e alla sua assistente Sasha, ruota una galleria di personaggi e co-protagonisti, familiari e amici, in una serie di racconti che si intrecciano in una fitta trama di ragioni, relazioni, risposte.
Il tempo è un bastardo è ambientato fra la San Francisco di fine anni ’70 e la New York dei giorni nostri con una struttura complessa, originale, scabrosa dove i riferimenti di spazio e tempo si rincorrono, si alternano, si confrontano, si scontrano. Storie di ferocia e fragilità in un’altalena di emozioni, fallimenti, entusiasmi, miserie.
Jennifer Egan sconvolge e incanta per il ritmo e il linguaggio: uno stile colto eppure ruvido e graffiante. Un libro forte, a tratti decisamente duro e doloroso. Un’analisi umana e di costume condotta con profonda e appassionata severità, fino alla crudezza della verità nel vortice del delirio di libertà o di potere come nelle pieghe delicate della sensibilità e della sofferenza.
Il tempo è un bastardo mette il dito nelle piaghe del tempo, della società, dell’esistenza. Nell’illusione, nelle allucinazioni, nella beffa del destino…
Jennifer Egan ripercorre la sbronza degli anni ’70 con tutto il mix di fermento, miti, droghe, sogni ma anche quello che ne resta o che è ostinatamente trattenuto nella testa, le svolte successive, le trasformazioni. Il gioco, a volte terribile, del presente e del passato, il baratro tra generazioni e tra giovinezza e vecchiaia, la potenza della dedizione, lo sfinimento dopo la gloria e il perfido tranello dei miraggi.  
Ecco, c’è tutto questo e molto altro ancora in Il tempo è un bastardo in un mosaico di colori, suoni e parole che affascina, spaventa, svela. Jennifer Egan, racconto dopo racconto, affronta con affilata lucidità atmosfere, sfumature, dinamiche emotive e sociali.
Un capolavoro di “letteratura alternativa”: storia e sociologia calate nella magia del romanzo. E’ una lettura impegnativa perché la narrazione schietta e incalzante smaschera una realtà difficile e disarmante, a tratti addirittura spietata, scandagliando con brutale vigore le umane inquietudini, la degenerazione del giornalismo e dello star system, il disagio sociale, i vaneggiamenti più o meno collettivi, il sarcasmo del tempo…
Un grande libro.
Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, Minimum fax edizioni.

mercoledì 18 aprile 2012

Ci si mette una vita

Un inno all’amicizia. Ma anche un libro sull’amore e sul destino. Una storia di emozioni, un viaggio verso casa. Il libro ideale per chi cerca una bussola per orientarsi tra passato, presente e futuro. Per chi cerca, chissà dove, quello che è e quello che vorrebbe.
Quando Rubens, Gazza e Pico si riuniscono a Firenze per stare accanto a Carlo, vittima di un grave incidente, riconoscono l’affetto, la complicità, la forza delle loro radici come vera dimensione di benessere interiore.
Là, nel piccolo mondo delle relazioni autentiche e romantiche, c’è tutto quello che vale la pena vivere…
La scrittura fluida di Federico Russo è perfetta per l’atmosfera intensa ma lieve, a tratti briosa e ironica. Anche i passaggi più dolorosi, le pagine più difficili nella sofferenza del centro traumatologico, godono di una freschezza  umana e poetica di grande respiro.
Il tempo si riavvolge come il nastro di una vecchia cassetta e poi riparte con lo sprint dei pensieri, dei desideri, dei piaceri. Perché più dei ricordi, Carlo, Rubens, Pico e Gazza ritrovano le loro essenze, intatte, con tutta la potenza della libertà che solo i veri legami conoscono. E’ così, con i brividi e l’entusiasmo della realtà, che Rubens riesce a narrare la straordinaria avventura di una sciagura che si trasforma per tutti in una grande occasione di crescita.
Federico Russo riesce ad essere toccante senza indulgere in toni struggenti. E l’incontro tra Rubens, Gazza, Pico e Carlo, pur nella tensione pratica e sentimentale delle circostanze raggiunge le espressioni più coinvolgenti sul filo giocoso, comico, energico delle loro peripezie.
Simpatiche e di buon effetto le “presenze sullo sfondo”: la vespa Monica Vitti, i litri di Guinness, le note di canzoni, i mondiali di calcio…Si mescolano con le ferite, le paure, le scelte in un vivace pot pourri di vibrazioni.
Federico Russo, Ci si mette una vita, Einaudi, Stile libero extra.

martedì 17 aprile 2012

Il Gabinetto dei potenti

Questo è un pezzo che ho scritto anni fa, ancora attualissimo ovviamente…
Lo ripubblico, certa che otterrà il successo di allora!
Non voglio essere irriverente. E neanche cercare di fare dell’umorismo.
Metto nero su bianco un pensiero un po’ invadente ma non indecente. Certo lo faccio con un sorriso ma so che non è poi tanto lieve…
Immagino i Grandi Uomini che governano la Terra, in ogni Paese, ad ogni latitudine, in democrazia o in dittatura, tendendo a sinistra o a destra, vestendo abiti occidentali o costumi di altre culture, parlando qualsiasi lingua, professando una religione o dichiarandosi atei, con la loro pelle bianca o nera o gialla mentre siedono al mattino per la naturale evacuazione fisiologica. Parlo di atti grossi, come direbbe un amico. Insomma mi riferisco alla defecazione.
Bisogno e liberazione, essenziale funzione corporale e gratificante operazione di alleggerimento dell’intestino. Rifletto su questo momento tanto umano e comune da unire tutti, senza distinzione di sesso e razza, di idee e di età, di ricchezza e povertà. Un rito inevitabile e importantissimo. In ogni civiltà.
Mi chiedo come i potenti affrontino la stitichezza o gli attacchi di dissenteria, se la regina d’Inghilterra poggia il regale deretano esattamente come noi, se i nostri superscortati politici si recano in bagno soli o rumoreggiano davanti ai gorilla. Provo a fantasticare sulla necessità impellente che può aggredire il capo di uno Stato al G20, la colica gassosa in piena seduta parlamentare o lo spasmo della colite durante la riunione del Consiglio dei Ministri.
Si leggono sui loro volti l’urgenza, lo sforzo, la soddisfazione?
Magari guardano anche il prodotto della loro fatica prima di tirare lo sciacquone. E comunque respirano la puzza dei loro escrementi.
Chissà se in giro per il mondo si adattano ad ogni usanza e circostanza accovacciandosi in qualche latrina o imboscandosi in qualche campagna alberata.
Chissà insomma se come noi si piegano al dettato imperativo della natura e del caso!
Li vedo, zombie dopo poche ore di sonno, con le occhiaie e la chioma scomposta nell’elegante pigiama stropicciato dalla notte avventurarsi a caccia dell’interruttore della luce del bagno tra uno sbadiglio e una flatulenza fino all’agognata tazza. Non oso figurarmi la nudità del fondo schiena di certi potenti intenti a spingere fuori il loro sterco ma già la posa tanto umana, i pantaloni calati, le forme e i colori delle fetide deiezioni mi rende i potenti più simpatici, assai meno lontani e diversi…
Posso spingermi a ritenere che come noi puntino talvolta i gomiti sulle ginocchia, sbircino il giornale o accendano una sigaretta. Dipende. Ci sono soste rilassate e soste tese, il wc è compagno e depositario di scariche morbide e facili o di mostruose masse solide. I potenti, come noi, sono soggetti agli andamenti della salute, del clima, dell’alimentazione. E lì, nel pensatoio o Gabinetto, somigliano molto a noi quando prendiamo una purga o abbiamo mangiato male o non sopportiamo uno sbalzo di temperatura.
Chissà poi se le loro toilette accolgono le autorevoli feci riconoscendole o ritenendole semplicemente materiale in espulsione da comuni mortali.
E chissà se al loro entourage tocca subire le potenti esalazioni o se ne sono generosamente esentati…
La signora Lia si domanda, impertinente, chi controlla se si lavano le mani, dopo. Ma questa è un’altra storia. Mi basta pensare a questa livella che ci vede tutti uguali in vita, senza dover aspettare l’orizzontale sepoltura.
E ciò che mi arrovella è il sospetto che loro, i potenti, non riflettano abbastanza su questo. Forse non si rendono conto che la Natura ha dato a tutti un posteriore per l’espletamento delle stesse nobili funzioni. Alla fine siamo tutti più o meno un tubo digerente e un canale di scolo. Ma loro, dopo aver preso a calci e pugni il senso della vita, macchinano conquiste, litigano, si sbrodolano ancora addosso parole e arroganza.
Andiamo di corpo nello stesso modo ma non c’è verso di farglielo capire!
Forse sarebbe auspicabile una vera, grande riunione di Gabinetto. Sarebbe illuminante, disgusto olfattivo a parte.

domenica 15 aprile 2012

L'onda grigia

Chissà perché lo scroscio copioso della pioggia ti faceva sempre quell’effetto. Forse l’onda grigia della tristezza del cielo.
Fasciata in quello scialle sembravi una bambina vecchia e sbiadita dal dolore. Mordevi le labbra per stringere forte la rabbia e la tensione. Ti accovacciavi in un angolo perché nulla potesse ferirti alle spalle. Così, come uno straccio bagnato che raccoglie l’umore della terra. Tremavi come se sentissi qualcosa di feroce in arrivo, uno sguardo, una mano forse. E il respiro non faceva che saltellare, muto poi tumultuoso poi ansimante come una macchina che fatica, arranca, accelera e poi perde colpi.
Stanchezza, terrore. Con due occhi gonfi e rossi che stravolgevano il viso. Con il busto che ondulava fino a toccare le ginocchia e poi ad allontanarsi, allo stremo delle forze ma incapace di cedere.
Uno strazio che lacerava l’aria oltre a spaccare il tuo petto, a frantumare i minuti e a urlare una tragedia che continuava a compiersi come se fosse proprio destino che si attorcigliasse su se stessa senza fine. Non un’esplosione, un fuoco che consumava lento e anneriva i contorni di tutti, bruciava i sogni nelle urla disperate e nella speranza evaporata nel fumo.
E piano piano ad osservarti capivo quanto vicina fossi a quello spazio piccolo, lo spazio di un fagotto dove le pareti si incontrano, madido di sudore e pianto, scosso da un moto atroce, con le labbra rotte dai denti…
Diventavo lo stesso corpo, la stessa anima. Spettatrice di un viaggio da protagonista nel mondo parallelo dell’angoscia.
Capita così, di guardarsi dentro come se fossimo davanti ad uno specchio o come se fossimo davvero spettatori. Uno spirito perso. Una scheggia impazzita. Un brandello di noi. E anche un cuore che trabocca. Di una sensibilità così acuta da far male, da piantarsi come un coltello nella carne.
Nessuno sa se potrai dire basta. Se ti alzerai e camminerai, verso il centro della stanza. Se ti torturerai ancora, ancora, ancora.
Lucida e assolutamente assente. Insieme. Come se gli opposti non fossero che la medesima cosa. Come se fantasmi e luci giocassero a nascondino. E ti strapazzassero di coraggio e di paura. Perché questo è il filo sottile che corre tra dentro e fuori.
La spirale assurda delle cose che accadono è dolce normalità rispetto a quel confine torbido tra la tua fragilità e la solida perversione di un cammino accidentato. E questa sensazione ha un senso solo se la provi. Se ti si rovescia addosso come quello scroscio copioso della pioggia che rimbalza l’onda grigia di una tristezza incontenibile.

mercoledì 4 aprile 2012

I sogni dei bambini di Sergio Bambarén

“Gli uccelli volano perché sanno di poterlo fare. O, forse, perché sanno di doverlo fare, se vogliono sopravvivere”.
Bambarén riesce ancora una volta a scrivere una storia semplice con straordinaria intensità. Fa emozionare, Bambarén. Con una narrazione leggera, eppure calda e avvolgente, compie un viaggio nei percorsi della vita, nelle speranze, nella forza dell’amore.
Chuck scoprirà che non doveva inseguire la felicità nella ricchezza e nel successo materiale bensì nella serenità interiore…Ecco, le storie semplici di Bambarén non sono mai banali. Sono anzi una profonda lezione di umanità, un orizzonte illuminato dalla saggezza, uno splendido omaggio alla natura e ai suoi valori, un invito all’ottimismo dei sentimenti.
“Liberati dalle cose che non ti servono, abituati a viaggiare leggero.” E questo Chuck ha imparato tornando nella sua vecchia casa, quella in cui era cresciuto, dove un cartello recitava: “al mondo ci sono persone talmente povere da non possedere nulla, oltre il denaro”. Allora Chuck è finalmente libero, fuori dalla gelida gabbia dorata del lusso e degli affari. D’altra parte “dove si trova la mia anima, quello è il mio posto”.
Ho letto il libro fidandomi di Bambarén e ispirata dalla sua considerazione sui sogni che abbiamo da bambini “che, prima o poi, tornano a farsi vivi”. E il fiuto non mi ha tradito!
Limpido e scorrevole, I sogni dei bambini di Bambarén è l’opera giusta per accarezzare lo spirito e cercare la dimensione quieta e gioiosa dell’esistenza. Tra sogno e realtà…
I sogni dei bambini, Sergio Bambarén, Sperling & Kupfer editori.