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venerdì 13 novembre 2015

L'euforia del corpo

Questione di spirito. Che alla fine la mente lo governa, il corpo. E d’accordo. Ma avete mai fatto caso a come gira la ruota? E’ il circolo virtuoso. Il corpo si alleggerisce e prende un altro respiro, restituisce alla testa l’impulso e l’energia si diffonde nell’aria.
Cosa poi inverta il passo e faccia diventare vizioso il circolo è un fatto, un attimo, una scheggia. La ferita duole e si mette in moto il perverso percorso negativo.
Insomma è su questo punto che in qualche modo, a forza di pensare, sperare, provare, bisogna inventarsi la controleva. Se è impossibile impedire il down, bisogna solo lavorare sulle motivazioni per l’up. Già, le motivazioni.
In effetti credo poi che, parlando di circuiti, entri in gioco l’attivazione. Fino a quando c’è una, davvero anche una sola, spinta all’euforia, abbiamo l’interruttore a portata d’occhi e mani.
Mi accorgo che la memoria dell’euforia, infatti, è un propulsore eccezionale…
Mica è una formula magica, lo so. Però è uno stimolo potentissimo!

venerdì 23 ottobre 2015

Antonio Mesisca: Nero Dostoevskij

Nero Dostoevskij è una pistola puntata alla tempia che invece di fotterti di paura ti fa contorcere dalle risate. Mica perché è una barzelletta. Macché. E’ una di quelle storie che, felicemente, non collochi. Alla faccia del genere letterario lui, Antonio Mesisca, fa surf in acque torbide e cristalline insieme. Così, per lucida fantasia o per squinternato realismo.
Prende alla pancia, Nero Dostoevskij. Innanzi tutto per il ritmo. E se questo pare una sorta di complimento minore, vi sbagliate di grosso. Insomma qui non è la scrittura, pur fluida e incalzante, a dettare il tempo. E’ la trama –noir, rock, esilarante, conturbante- a serrare il lettore in un abbraccio forsennato e incantevole.
Nella spirale della ricchezza e del gioco d’azzardo, Oscar Peretti, sfigato  e assassino, è uno di noi e ci porta a spasso nella variegata bestialità di un microcosmo di sentimenti slabbrati, malfattori contorti, macchiette di un verismo volutamente stiracchiato, avventure destre e sinistre.
Sullo sfondo delle risaie che, beate loro, stanno benone alla faccia di chi si illude che sognino il mare, il bandolo della matassa c’è ma non si trova, non c’è ma si trova.
A cavallo tra le questioni irrisolte, del nord, del sud, della sorte che li allea contro chi non è del nord e non è del sud, Antonio Mesisca mette in sella un frullatore a tutta velocità che mescola una quantità di personaggi, situazioni, stati d’animo talmente grotteschi da non esserlo affatto.
Gioca alla grande, con il paradosso del caso che spesso assomiglia, molto, alla realtà. Almeno quella dei pensieri. Mette insieme e muove i fili di una commedia della rabbia, del dolore, dell’assurdità, della banalità che ci attorciglia, ci strizza e poi ci stende al sole ad asciugare. Smaschera anche un po’, sicuramente. Magari con quel cinismo esasperato o quella frecciata buttata lì, a parole sottili. Già, ci ha messo dentro le osservazioni di anni e anni, Mesisca. Ma anche quella burla sfegatata che fa luce su ogni cosa.
Infatti tra un’avida incallita gioielliera, un manipolo di più o meno loschi figuri, le bizze dei signorotti, l’Oscar Peretti, un simpatico puttaniere, un investigatore corroso dal ruolo e le più tenere o tenebrose comparse, Nero Dostoevskij fa trionfare una comicità dark, sporca, grassa e proprio per questo travolgente.
Antonio Mesisca è maestro, di ironia. Sa bene che tutto, proprio tutto, può essere svelato, graffiato, dissacrato, urlato, con la sferzante potenza dell’umorismo. E che in fondo l’esistenza è davvero una burla delle ferree logiche immaginarie.
L’uomo è di pasta geniale, buona, stravagante, perfida, miserabile. E bisogna farsene una ragione. No, non per rassegnarsi. Per vedere meglio. Sotto la crosta. E non la tiro lunga con il bene e il male che si annidano in chiunque e ovunque, preferisco leggere Nero Dostoevskij come un sublime diversivo all’arte della bellezza piatta. Uno sfogo, una provocazione, una scarica di adrenalina, un moto di irridente saggezza…Mi piace, irridente saggezza.
Perché lui, Antonio Mesisca, è un mix di dolcezza e arguzia. Chissà come gode, ora. E io ne sono felice, molto felice.
Chapeau, applausi a scena aperta.

Antonio Mesisca, Nero Dostoevskij, Catrame noir, Scrittura&Scritture.

martedì 13 ottobre 2015

Strappateli di vita, i jeans

Jeans strappati, ovunque. La moda impone e non c’è prezzo, bastano che sia rotti. Oggi ho contato, uno per uno, cento ragazzi/e dalle superiori all’università in circa duecento metri di strada che percorro ogni giorno: tutti con i jeans pesantemente sdruciti, aggiungerei anche le all star ai piedi in effetti se non fosse che mi colpiscono di più i pantaloni e il motivo c’è, eccome.
I jeans sono gloriosamente nati come indumenti da lavoro, hanno sfidato il tempo, raggiunto ogni luogo del mondo, vestito tutti.
La loro praticità e resistenza li ha consacrati a cult indiscusso, trasversale alle epoche e alle età. E sono benvenuti in tutti i modelli, sia chiaro.
Ma la loro forza sta proprio nel carattere. E’ l’unico capo che viaggia come un prezioso oggetto in vera pelle o cuoio, più invecchia più ha stile. Il fatto è che deve invecchiare con noi, non all’origine. Dobbiamo avere la voglia e il coraggio di strapparli di vita, i jeans, non di pagare il ‘genio’ che ce li consegna già belli pronti per il sacchetto dei rifiuti. Possiamo tenere duro, cucirli e ricucirli, coprire un buco con una bella toppa, lasciare che si sbrindellino come capita. Infilarsi in quelli nuovi di zecca aggrediti dalle forbici li uccide almeno quanto uccide noi.
Mettiamo proprio a tacere tutto? Possibile che non ci sia più alcun desiderio di essere diversi da un numero? Uno dei cento, uguale agli altri novantanove, si distinguerà per il nome più di moda al massimo. Già, che c’è pure lo strappo griffato accidenti.
Io non so perché. Perché siamo arrivati fin qui. Perché non vogliamo che essere un minuscolo frammento della massa.

venerdì 2 ottobre 2015

Il lavoro nobilita

Il lavoro nobilita, non si discute.
Non è che nutrissi dubbi, in verità, ma le conferme dirompenti mi hanno persuasa a mettere un punto scritto. In tutto il bailamme della disoccupazione, della disperata mobilità, dei giovani con l’incognita del primo impiego, delle attività a rischio chiusura che fanno vacillare le sorti degli occupati mi sono arrivati forti e chiari puri i segnali del decadimento umano, morale, culturale, di quella deriva smidollata e vergognosa che davvero fa inorridire.
Inutile negare. Il menefreghismo, il fancazzismo dilagante, la mancanza di professionalità, il pressappochismo, l’indolenza sono talmente diffusi, irritanti, miserabili, dannosi che verrebbe da proporre uno scambio immediato: sostituire prontamente gli inetti, gli ingrati, i lamentosi, i fannulloni, gli improvvisati con i volenterosi, abili, bisognosi, zelanti che sono a casa o in lista d’attesa.
Ma è qui che scatta il dramma. E’ la soglia del posto di lavoro che cambia i connotati. Chi la varca sembra in diritto di avanzare ogni sorta di comoda pretesa senza nulla avere da dimostrare, fare, muovere.
Nel lassismo delle polemiche, delle ricette, delle ipotesi il caos ha preso il sopravvento e troppi si sono accomodati sulla loro stupidità, hanno abdicato alla dignità, all’orgoglio, all’entusiasmo, al senso del dovere, al rispetto.
Si sbandiera quella parola lì, dignità, solo in proprio difesa, per erigere barricate, per non mettere il naso fuori dal mansionario, per abbaiare contro chiunque attenti alla ‘certezza’ della busta paga a fine mese. La si dimentica e la si calpesta invece, tutte le volte che significherebbe comportarsi correttamente e seriamente, portare avanti a testa alta le proprie conoscenze e abilità, avere a cuore il buon andamento di qualcosa.
Ma in quale grottesca trappola ci siamo infilati?
Forse vagheggia in noi qualche bislacca idea di furbizia o di pigrizia, non so.
A me pare un’idiozia pericolosa, orribile, disgustosa.
Il lavoro non è tutto. Io odio la banalità devastante, pretestuosa, fuorviante, di questa espressione. Certo che non è tutto. E allora?
Il lavoro è una nostra dimensione. All’opera manifestiamo di che pasta siamo fatti. Cosa c’è da aggiungere, da togliere, da spiegare?
Non è questione di fare gli idraulici, gli ingegneri, gli impiegati dell’asl. Quale che siano i nostri ruoli, compiti, ambiti, abbiamo la decenza, la voglia, la forza, la coscienza per adempiere pienamente ciò a cui siamo chiamati?
Chissà se, come, quanto dialogano occupati e inoccupati e cosa davvero si dicono. Chissà cosa circola in questa società che emana cattivo odore e scarso onore. Chissà dove finiremo, tutti quanti, se ciascun onesto e preparato non comincerà a far notare, e a pretendere che si notino, le differenze.

Il lavoro nobilita…gli spiriti nobili.

domenica 20 settembre 2015

I baci di Alessandro Preziosi

Incontro Alessandro Preziosi nel suo terreno ma lui non doveva essere lì, insomma è un caso. Io al lavoro e lui anche in una mattina milanese.
Bell’uomo, Alessandro Preziosi. Più dal vivo che in video. Forse perché in carne e ossa è vero, con le mosse sciolte che fanno piglio ma non posa da vip. Forse perché l’effetto sorpresa lo consegna nature al punto giusto.
Non so come e perché, insomma fuori dai miei approcci obbligati da free lance non sono avvezza alla caccia delle ‘star’, lo avvicino e chiedo una foto con lui.
Così, per gioco, per simpatia. Lui glissa una manciata di secondi indicandomi i signori con i quali sta per appartarsi in conversazione serrata poi esplode in un sorriso: ‘meglio i baci’ e me ne schiocca due, di qua e di là sulle guance con i suoi occhi che brillano proprio come in tv.
Che sarà mai? Niente, un attore che gentilmente porge le labbra e un abbraccio a una fan. Ma io in fondo mica sono proprio una fan. Lo apprezzo, sicuramente, ma lì sono stata guidata dall’allegro istinto. E lui ha risposto con quel qualcosa che cavalca proprio l’onda del momento. Per gentilezza. Per assecondare l’attimo che piomba improvviso nell’ordine di un giorno qualsiasi.
Ci incontriamo ancora terminati i rispettivi impegni e stanchi entrambi. Scoppia la risata e ci scappa la foto.
Perché lo racconto? Perché talvolta mi stupisco ancora delle combinazioni curiose. Di una seccatrice davvero occasionale che al caro Alessandro Preziosi deve essere parsa invece una sorta di paparazzo non depistabile. Dei baci che non sono bastati. E dello scatto ricordo che vale almeno un post del blog.
Comunque sia buona vita, Alessandro Preziosi.

venerdì 11 settembre 2015

Scalza anch'io

Ci chiediamo sempre cosa concludono manifestazioni, appelli, raccolte firme e iniziative civili magari a forza di hastag. Certo è una condizione emotiva demotivante, quella del risultato non eclatante. Ma questa volta voglio chiedermi cosa ce ne facciamo della rassegnazione o dell’indifferenza. Meglio esserci e provarci che stare a rimuginare sull’utilità.
Che poi <l’utilità> è innanzi tutto proprio muovere il primo passo. Non c’è altro modo di sperare che il tentativo di fare qualcosa. Non risolviamo i problemi, non sfamiamo i rifugiati, non riportiamo la pace con una marcia a piedi scalzi?
Non ne sarei proprio sicura, in prospettiva. E’ solo questione di numeri. La marcia degli uomini e delle donne scalzi è un benvenuto culturale e sociale a un nuovo esercizio dell’umanità, del buon senso, della vita.
Che a botta di tacchi a spillo, comodità e amenità ce ne siamo lasciati indietro parecchio. E in questo perché non ci chiediamo con quale utilità? Non siamo certo più felici, anzi.
E poi è così asfissiante la logica di tirare a campare nelle proprie quattro mura che davvero non so come si faccia oggi a non avere voglia di starsene a piedi nudi. Sicuramente ci mancheranno un po’, le scarpe, ma –per magia- avvertiremo netto il desiderio di averne un paio qualsiasi a disposizione…Mica ci vogliono le All Stars Converse per non andare in giro scalzi.
Personalmente non mi serviva la marcia per averne consapevolezza e mi vergogno perfino un po’ a citarle ma, ammettetelo, per quanti è così?
Ecco, già sarebbe uno straordinario balzo in avanti.

Ne volete un altro? Uomini e donne. Che questo siamo, nel mondo. Non ricchi e poveri, belli e brutti, gialli e neri, fortunati e sfortunati. Uomini e donne. Con un’esistenza breve, brevissima, che forse merita davvero la marcia mentale giusta.

lunedì 7 settembre 2015

Benvenuti!

Come potremmo dare davvero il benvenuto in un Paese che non ci appartiene e al quale non apparteniamo?
Al di là dei molti e complessi discorsi economici e politici, per i quali è indubbio non siamo campioni di lungimiranza e abbiamo invece il primato del caos disonesto, ci manca il tessuto emotivo. Già, noi abbiamo legami da stadio con il nostro territorio, non radici passionali con la nostra terra. La ‘difendiamo’ come se il nostro orto fosse minacciato, non la offriamo come la migliore delle nostre forze perché chiunque ci arrivi la rispetti. E’ una questione enorme. Enorme e triste.
Chiediamo un amore che non proviamo. E lo facciamo per egoismo, viltà, piccolezza, paura. Temiamo ci portino via ciò di cui non andiamo mai fieri, maltrattiamo e malediciamo. Assurdi e ipocriti!
Lo ‘straniero’ è una minaccia. E, paradossalmente, è vero. E’ lo specchio che ci sbatte in faccia quello che siamo. E’ quello che ha un bagaglio che noi abbiamo scordato. E’ quello che si rimbocca le maniche che noi teniamo serrate ai polsi. E’ quello che impara a conoscere il nostro Paese meglio di noi. E’ quello che ci dimostra che esistono luoghi e valori dell’anima e non solo inutili orti e squallidi slogan.
‘Loro devono adeguarsi’. Adeguarsi a chi, a cosa? A milioni di abitanti che non si sentono un popolo, al caos corrotto e disonesto, alla deriva umana?
Già. Non potremmo mai chiedere loro di essere migliori di quello che siamo noi.