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mercoledì 21 dicembre 2016

L'acquisto emotivo

Io lo chiamo acquisto emotivo. Sarà capitato a molti, di comprare un biglietto per una partita di calcio, di darsi allo shopping, di entrare in libreria e prendere un libro al volo, di trangugiare due brioches una in fila all’altra. Intendo di farlo così, per rispondere a una domanda che non tace, per colmare un vuoto, per occupare il tempo, per cercare un conforto.
E’ una cura fugace e blanda, lo abbiamo provato. E ci ritroviamo allo stadio senza voglia, con l’armadio zeppo di vestiti con il cartellino, un libro che prende polvere su una mensola, un etto in più a mò di ciambella intorno alla vita.
Allora ho provato a giocarci, con la compera di consolazione. A prendere davvero l’energia del calciatore, a indossare una maglia come talismano, a vestire i panni dell’eroina del libro, ad assorbire la dolcezza della brioche.
Era notte e lei, la luna, mi guardava. Tonda e grande come mai. Lei che c’è sempre e che abbraccia silenziosa per lenire i nostri pensieri al buio. Faceva così tanta luce che stentavo a crederci, fosse proprio notte. Ho chiuso gli occhi e le ho chiesto di regalarmi quella forza lì, quella di prendere emozioni da tutto senza acquistare un fragile surrogato di virtù.

Non so se il dono arriverà, però mi è parso sorridesse. Forse ha apprezzato la buona volontà, chissà. Quella di provarci, a credere che basti il sogno di farcela.
Ringrazio Sonia per la fotografia.

domenica 27 dicembre 2015

Tutti gli anni finiscono

Belli o brutti, buoni o cattivi. Finiscono.
Gli anni finiscono come i giorni, i mesi, le stagioni. Sempre per lasciare il posto a quelli dopo. Per insegnarci che niente è per sempre e che il tempo non si ferma mai. Le rughe, gli eventi, i ricordi, si accumulano, qualche volta si mescolano e si dilatano altre volte corrono paralleli o giocano a nascondino.
E a ogni fine ci ostiniamo a pensarci. A quello che è stato e a quello che sarà. Come se potessimo, potessimo davvero, tenere il filo o cambiare pagina.
Forse è questo il senso dei diari, dei progetti, della memoria e dei desideri. L’idea di avere le mani sulla vita, nella storia.
Allora più che propositi ho sogni presenti. Nulla intorno al quale impigliarmi e niente da vagheggiare con grandi dichiarazioni di volontà. Solo passi, momento dopo momento. Perché non ci sono sorrisi che voglio perdere o rinviare. Non posso permetterlo, non posso permettermelo, tutto qui.
E un po’ di entusiasmo, lo so, mi metterà le ali.

sabato 28 marzo 2015

Il valore della vergogna

La parola ‘valori’ è in disuso. Concettualmente legata al tempo, al luogo e alla loro cultura è diventato da trogloditi il riferimento ai valori. Quelli umani, intendo. Che invece delle cose andiamo in brodo di giuggiole, se ‘valgono’.
I valori umani sono terreno minato. Pare che il mondo sia diviso in fazzoletti di terra ciascuno portatore di un costume, di un ‘sentire’ e di un substrato diversi. Con la globalizzazione, termine invece in gran voga, è tutto doverosamente miscelato quindi guai ad avere cuore per un certo bagaglio o per un altro. Accidenti ma chi è stato quel farabutto che ci ha inculcato questa falsa modernità?
Cioè…la meravigliosa apertura, lo straordinario incontro, la fantastica fusione invece di arricchire dovrebbero impoverire? Che ignobile menzogna, che miserabile spirito, che indecoroso pensiero. Invece di un girotondo colorato che somma e amplifica i valori dovremmo fare un falò delle diversità e delle originalità? A me scappa un urlo di rabbia, disperazione, disprezzo. Accomodarsi su questa tristezza è un’autocondanna. No, grazie. Almeno fino a prova di colpevolezza sono innocente. E voglio provarci. A sostenere la libertà, quella vera. Che, innanzi tutto, è coraggio di credere, amare, ascoltare, dare amicizia, crescere, sperare, sognare, realizzare. Poi molto altro ancora, naturalmente.
Come guardare, ad esempio, e imparare. Sempre. Anche rispettare, ricordare, ridere, piangere. La libertà è coltivare il desiderio immenso di conoscere, camminare, accarezzare. Libertà è pure non avere stolto pudore dei sentimenti e delle idee. E non perdere mai, mai, il piacere di scambiare, confrontare, cercare armonie. Vuol dire riconoscere qualcosa in tutto e in tutti. Senza paura, senza arroganza, senza stupidità.
Allora se siamo diventati vili, orgogliosi, sciocchi, ciechi, scialbi dobbiamo ritrovare almeno un valore universale: quello della vergogna. Verso noi stessi e verso la vita. Smetterla di fare i progrediti con l’arretratezza mentale che ci morde il fianco. Smetterla di mettersi sopra o sotto. Smetterla di fingere. Smetterla di inseguire quello che non c’è e di perdere quello che c’è.
La libertà è essere audaci. Già. Ci vuole la sensibile audacia dell’intelligenza per avere le ali senza tarpare quelle altrui, per porgere i propri valori e accoglierne altri, per respirare la bellezza dell’infinito. Persino per pronunciare la parola ‘valori’ o per scriverla. Che vengono a farti le pulci quelli che ti accusano di voler stare in un recinto ormai vecchio e quelli che ti prendono a modello per sbandierare difese assurde di chissà quale gloria.
Non è cosa turpe, macché. Valori, valori, valori. Gialli, bianchi, neri, di
qualsiasi forma, di ogni profumo, di tutti i gusti. Basta che siano umani, pacifici e altrettanto disponibili bisognerebbe aggiungere. D’accordo, lo aggiungo. Però non contestatemi ‘umani’. Eh si, temo che alla fine si scopra che pure la parola ‘umani’ sia in disuso in ragione di qualche altra diabolica manfrina sulle valutazioni del significato profondo.

Praticamente siamo la peggior specie di bestia. Bestia andrebbe benone, è sulla peggior specie che potremmo lavorare…Forse.