Quando
mi amava era tutto diverso. Io, ero diversa.
Lo
aspettavo, lui arrivava e questo bastava. Anche se non mi sorrideva. Anche se
sbatteva
forte la porta. Anche se era così nervoso che tacevo per non far
rumore.
Adesso
non ha senso la pazienza. E neanche la speranza.
Pure
l’amore è una scatola vuota. Come la casa che non so più come abitare. Come i
passi che non riesco più a camminare. Come la maledetta porta che non sbatte
più.
A
me della rabbia non importa. Io sento solo dolore. Insopportabile dolore.
Altro
che tempo. In quarant’anni ne è passato di tempo. Non è servito.
Avete
provato a tirarmi fuori l’orgoglio. Non ti amava, mi avete detto e ripetuto. Quasi
dovesse bastarmi questo per seppellire il mio sentimento. Quasi fosse così
umano salvarsi con la stizza o la rassegnazione.
Io
voglio che lui ritorni.
Se
raccogli una storia come questa più che le mani a tremarti è il cuore.
Roba
che l’amore te lo senti dentro come un’esplosione. E infine in dolcezza, per
tutta la vita. Finché morte non ci separi. Almeno da questa storia.
Anche
se la signora Lia ce la mette tutta a convincermi che c’è un perverso
meccanismo nelle dipendenze emotive, come le chiama lei quando decide di prendere
le distanze dalla commozione. E il perverso meccanismo sta tutto nell’io, ero
diversa. In sostanza si può non amare una persona ma una condizione affettiva.
D’accordo,
per quanto scivoloso sia l’argomento, la
Lia ha ragioni inattaccabili. Ma che importa? Oggi me ne sto
solo con lei, che dopo quarant’anni vuole ancora che torni. Nella categoria
amore, non in quella dipendenze emotive.
Questione
di romanticismo. Odio non credere agli amori eterni e assoluti.
