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giovedì 31 agosto 2017

Chiacchiere d'amore

E' difficile, fare chiacchiere d'amore. Par quasi di ammantarlo di frivola superficialità. Eppure l'amore è leggero, deve essere leggero. Leggero come una carezza, leggero come un aquilone. Certo può stringerti forte, in un abbraccio caldo, ma resta una piuma, per l'anima.
Quello che ti fa bene, quello che ti fa vivere. L'amore.
Lontano, molto lontano, dal groviglio impietoso di gelosie e ripicche, di possesso e noia, di pretese e regole. Da quella cappa cupa dell'abitudine, dell'indifferenza, dell'apparenza. Dal potere e dal dovere, dai confini chiusi.
L'amore è poesia. Scritta e respirata nella pace assorta, nell'euforia genuina, nella tenerezza gentile, nell'ardore appassionato. L'amore è un infinito di pagine e pensieri, di attimi e sogni, di cielo e terra. Non si stringe nel pugno, si accoglie tra le mani. Non si appiccica in testa, si infila nel cuore. Passeggiando sulla spiaggia, leccando un gelato, preparando il pranzo, guardando un film, scegliendo un abito. Facendo chiacchiere, chiacchiere d'amore. Che sono complici di sorrisi, baci e risate. Che srotolano pensieri e creano complicità. 
Nascono così i piaceri dei giorni e degli anni, quelli che diventano ricordi.

giovedì 12 gennaio 2017

I morti che vivono

Ce lo ripetiamo sempre, che i nostri cari non muoiono del tutto. Vivono in noi.
Ci sono assenze però alle quali non bastano i ricordi. Fanno un male crudele. Perché qualche morto non ha potuto vivere abbastanza o ci ha lasciato con l’amore e la forza a metà. Perché ti racconti che sono al tuo fianco ma non li vedi e non li senti.
Forse c’è molto egoismo, nell’idea che un affetto non debba farci piombare nella solitudine, se ne vada senza curarsi di come staremo e cosa faremo. E forse c’è molta fragilità, in quel terrore di parlare e non avere risposte.
La vita continua, come lo spettacolo. Ma vai a spiegarglielo, che deve sorridere anche con il cuore rotto.
E comunque non è naturale. No, non lo è. Che l’addio non ci scaraventi nel pianto. Possiamo continuare a camminare, lo so, ma quello strappo nessun sarto lo può rammendare. Vaffanculo, a te che credi che sia tutto facile, che ci sia sempre una spugna a cancellare le facce. Può darsi che a te riesca, dimenticare, ma in fondo neanche te lo auguro. Che anima brulla saresti senza un dolore nel petto?

Va bene, i morti un po’ vivono. Nei nostri sospiri. Quando li chiamiamo fanno finta di non sentirci perché se ne stanno in pace nel loro riposo al riparo dal mondo. Mettiamola così, almeno per sopravvivere.

mercoledì 18 maggio 2016

Per sempre

E’ curioso che gli amori debbano basarsi su una promessa eterna. E’ curioso che non sappiano essere assoluti un minuto e pretendano parole per sempre. E’ curioso che finiscano tra le braccia di amanti sognando lo stesso infinito. E’ curioso che non sappiano semplicemente esserci.
Quello che di più grande e meraviglioso potremmo dare a qualcuno è la nostra autentica presenza. Quella si, oggi e tutti i domani che verranno. Senza metterci sopra un’etichetta. Che già amicizia sarebbe platino con diamanti.

Io per te ci sono e ci sarò. Non conta che io ti dica perché, conta che tu possa contarci.

sabato 23 gennaio 2016

#Svegliatitalia

<Abituarsi alla diversità dei normali è più difficile che abituarsi alla diversità dei diversi (Giuseppe Pontiggia)>
Io adoro tutte le parole e tutte le emozioni che comunicano: la normalità però contiene qualcosa di avvilente, una sorta di confine, un limite alle possibilità, una routine, un panorama fermo, uno schiaffo alla fantasia, una mutilazione all’umanità. E’ la diversità il suono più bello, la tavolozza di colori, la finestra spalancata sul mondo, la porta di casa aperta, la luce accesa, l’intreccio di pensieri, la sorpresa e le somme, l’occasione sempre desta.
Si, c’è una battaglia di civiltà, oggi. Aderisco…eppure mi frastorna e mi intristisce un po’, che ve ne sia bisogno, che l’uomo abbia bisogno di lottare per ciò che la natura ci ha già consegnato: vita e amore.

#svegliatitalia.

domenica 14 giugno 2015

L'amore è virtù

L’amore è virtù. Insomma la virtù per eccellenza, quella che le racchiude tutte, quella che non sfiorisce mai. Ha mille nomi, dunque. Già, si chiama passione, pazienza, coraggio, indulgenza, generosità, allegria. E in almeno altri 994 modi.
Non conosce orgoglio, pretesa, vanità. Al contrario gode dell’umile, mite semplicità. Già, signore e signori. Se state aspettando piedistalli, scuse, sottomissioni non avete virtù, fatevene una ragione. Se non siete abbastanza dolci e forti per non creare amarezze e debolezze non sapete cos’è l’amore, ecco. Se avete bisogno di ricambiare l’amore non proverete mai cosa significa amare, tutto qui.
La virtù è virtù, chiaro? Nessuno può improvvisarsi virtuoso perché qualcuno si prodiga in gesti d’amore. No. Quello è appagamento. Allontanatevi, tronfi, puerili, pavidi ed egoisti, l’amore non è affare vostro.

Al massimo siete capaci di fare coppia. E allora se è questo che desiderate non nominatelo neanche, tenetevi stretto e caro il vizio e non sbrodolate rabbia, insofferenza, delusione. 

venerdì 8 maggio 2015

Amori (in)differenti

A me l’omofobia fa un po’ paura un po’ tristezza.
Là dove albergano ignoranza, presunzione, pochezza e quanto altro anima l’omofobo c’è ragione di orrore e terrore. D’altra parte il ‘modello’ cui l’omofobo è inchiodato insieme all’incapacità di apertura, sensibilità e leggerezza la dice lunga sulla penosa povertà umana e culturale. Ecco, insomma, che non può che far capolino anche una certa pietà.
Già. L’omofobo ha bisogno di convenzioni, concetti unti e bisunti, certezze sciocche e distinzioni. Sostanzialmente è un debole, un omologato, un conformista. Se mai si tratta di capire a cosa, è omologato e conforme. Ma non ci vuole molto, appunto. Non serve neanche scomodare fattori religiosi, bastano quelli sociali. Nella deriva della schiavitù mentale quello che non sa pensare e vivere liberamente nega la libertà altrui. Lo fa per cattiveria, per una fantomatica aderenza alla natura che gli hanno inculcato essere quella da seguire, per sfuggire alla tentazione, per sentirsi un duro con le carte in regola?
Chissà. Probabilmente sono tanti gli elementi malamente mescolati per produrre un machismo tanto bieco o una femminilità così spocchiosa e frivola. E comunque, ribadisco, c’è sotto un grosso problema. Chiamatelo come volete, disagio, rigidità, grettezza, resta un potente turbamento emotivo.
Riconoscono differenti gli amori omosessuali e le differenze, infatti, sono quelle che si valutano mettendo una cosa al confronto di un’altra. Ecco, è tutto qui. Non reggono il confronto con i loro termini di paragone.
Che, a dirla tutta, sono assai spesso purtroppo, quelli indifferenti. Non in senso buono, ovvero d’istinto, rivolti a chiunque, a prescindere dal sesso. In senso disastrosamente negativo. Lo sappiamo tutti che l’indifferenza regna sovrana negli amori incanalati, costretti al binario, tenuti in piedi con le stampelle, ciecamente votati come unici.
Chi si ostina disperatamente a smentire è disposto a tutto. Anche a soffrire in silenzio e a rimpiangere. Oppure a fingere e a tradire.

In definitiva mi mancherebbe davvero il coraggio, di prendere a legnate gli omofobi. Sono intellettualmente e spiritualmente infelici. Peggior condanna non c’è.

giovedì 9 aprile 2015

Il celodurismo da strada

C’era e ancora c’è, il celodurismo. E che il ‘carattere maschio’ sia entrato nella Treccani non è un trionfo. Anzi. E’ la terribile deriva della lingua dei maschietti miserabili. L’uomo, quello vero, non ha bisogno di sbandierare la virtù di un attributo sessuale, duro o molle che sia. E’ allergico a qualsiasi forma di becera arroganza. Non ha il complesso della forza bruta e primitiva. Ha il fascino dell’intelligenza e della sensibilità.
Contro il gay è perfetto parlare di omofobia. Lo è proprio. Giusto per rimanere su Treccani: fobia è un disturbo psichico. Ecco, una paura irragionevole che non si riesce a dominare. Dunque, sia chiaro, all’omofobo va riconosciuta l’attenuante dello stato patologico ma deve anche essere spiegato che malato, appunto, è lui non il soggetto verso il quale nutre tale angoscioso terrore.
Pure sul fronte delle donne –che non ce l’hanno duro ma hanno qualche altra grazia cui pare tengano assai- si riconoscono chiari sintomi di fastidio per le lesbiche. Mi chiedo cosa abbiano tanto da arricciare il naso, sogghignare, condannare…hanno qualche rivale in meno e qualche chances in più di acchiappare l’etero dei loro sogni e fanno le bizze?
Già, guardano dall’alto in basso come se fossero più femminili, desiderabili o –orrore! – più ‘normali’. Gentili amiche vorreste cortesemente fare i conti con sereno buon senso davanti allo specchio a cervello collegato alla presa? Se poi metteste in funzione anche il cuore non sarebbe affatto male, credetemi.
A me avvilisce questa barriera. Che non so se è roba di cattiveria o stupidità ma che nell’uno o nell’altro caso mina lo spessore umano e culturale che il creato gradisce per gli esseri pensanti.
Viviamo, diamine. Con il massimo possibile di naturalezza scopriremo che la ricchezza e la bellezza del passaggio terreno stanno nei sentimenti, nelle relazioni, nei piaceri, nelle conoscenze. E mai, dico mai, nell’idiozia.

Fate sesso, se potete. Con chiunque vi regali gioia.  

sabato 16 agosto 2014

Brutto e possibile

Non ha gli occhi neri, il sapor mediorientale, la bocca da baciare ma, parafrasando Gianna Nannini, potrebbe essere amore.
Macché. Preferisci quello irraggiungibile e invincibile. Quello che invece di scaldare ustiona. Capita, eccome, donna come sei. Che lo sogni talmente stronzo da poterlo poi urlare. Già. Ti piace ripararti, dopo, in quello sfogo contro il cattivone di turno, quello che sei andata a cercare con il lanternino sfidando tutto e tutti.
Il mondo non è fatto di belli bastardi dentro e brutti dal cuore d’oro. E’ fatto, se mai, di uomini che fanno per te e di uomini che fanno per altre. Tutto qui, talmente semplice che non dovrebbe essere spiegato. Se vuoi il secondo tipo sono delusioni tue, disavventure tue, problemi tuoi per intenderci. Quello che conta è non insultare, a cose fatte. Goditelo per l’attimo che ti concederà e poi chiudi elegantemente e silenziosamente la parentesi, cara donna amica mia.
Aggiungo che dovresti anche, intelligentemente, evitare di dare dello sfigato a quelli del primo tipo. Primo perché sei più sfigata di loro. Secondo perché non si sa mai nella vita…Terzo perché essere indifferente e ingrati ha effetti boomerang spaventosi.

Cara donna amica mia, i sentimenti non hanno lineamenti da macho o personalità da figo da spiaggia. Se le farfalle nello stomaco svolazzano solo per un capriccio estetico puoi serenamente fartene una ragione senza scaricare sull’oggetto dei tuoi desideri chissà quale colpa. 

lunedì 11 agosto 2014

Lettere d'amore

…
E capì tardi che dentro
quel negozio di tabaccheria
c’era più vita di quanta ce ne fosse
in tutta la sua poesia
e che invece di continuare a tormentarsi
con un mondo assurdo
basterebbe toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo…
e scrivere d’amore
e scrivere d’amore
anche se si fa ridere
anche quando la guardi,
anche mentre la perdi
quello che conta è scrivere
e non avere paura
non aver mai paura
di essere ridicoli
solo chi non ha scritto mai
lettere d’amore
fa veramente ridere
…
Insuperabile, la freccia poetica di Roberto Vecchioni. Incantevole, essenziale, disarmante. E quanta tristezza, per il tempo che non conosce più lettere d’amore. Per gli amori consumati senza ridere. Per le lacrime versate su una dolcezza evanescente. Per tanta, troppa, scabrosa crudezza.
Che la poesia è ancora lì. Sul corpo degli uomini e delle donne, negli sguardi, tra le parole. Aspetta solo di essere colta. Di regalare un sorriso. Di accelerare i battiti del cuore.

Già, fottuta paura di essere ridicoli, romantici o, semplicemente, veri. Magari di svelarsi, di apparire debole, di soffrire. E, nella paura, smettiamo di vivere l’una e l’altra, la poesia e l’amore. E pensare che ci farebbero ridere, ridere, ridere. Di gioia e meraviglia, di godimento e di euforia.

giovedì 22 maggio 2014

La lettera d'amore

Già vedersi recapitare una busta che non contenga conti da pagare, esortazioni elettorali o comunicazioni su nuovi adempimenti è un’esperienza rara di questi tempi. Tempi digitali, tempi rapidi, tempi asciutti. Leggere un mittente che ha il nome e il cognome del tuo amato è sbalorditivo.
P l’ha aperta con una vaga apprensione, a muoverlo a scriverle poteva esserci qualche ragione difficile da esprimere a voce. Ecco, una lettera ormai è un’ipotesi estrema.
E’ stato un caso la leggesse davanti a me. Semplicemente non voleva rinviare, sospetto e curiosità la divoravano. Ho fatto quello che ho potuto per levarla dall’impaccio occupandomi del riordino della mia borsa, del finto controllo del trucco che non metto, perfino delle generalità stampate sui citofoni del suo palazzo a rischio di essere scambiata per qualche venditrice rompiscatole.
Ma avete presente cosa capita di intercettare con la coda dell’occhio?
P aveva il cuore che scorrazzava tra eccitazione e commozione e io sentivo accelerate e frenate del suo battito. Le guance sempre più rosse. Le mani sempre più tremolanti. E infine le lacrime. Si intuiva benissimo che era un pianto di gioia, evviva, la cosa mi ha sollevato non poco…
Le ho dato un buffetto sulla guancia, poi le ho strapazzato un po’ i capelli. Che emozione!
P, tra i singhiozzi e gli abbracci, mi ha detto solo: ‘mi ama e ha voluto scriverlo perché mi rimanesse qualcosa per sempre’.
L’amore rimane, se è destino, senza bisogno di parole e di lettere. Però una lettera d’amore è molto più di un gesto romantico. Oggi è una prova di volontà, di impegno, di dedizione. A. ha avuto l’idea, ha cercato fogli e busta, si è seduto a pensare e scrivere, ha acquistato il francobollo e spedito. E non è come infilarsi in un negozio a comprare un regalo. Questo è un dono di tempo e delicatezza. Magari un augurio. E, peraltro, una scelta originale. Che, chi non ti manda un t.v.b. via sms o non pubblica un bel cuore rosso sulla tua bacheca di fb e invece ti raggiunge con la ‘fatica di una lettera’ è già sulla buona strada.

Buona vita, P e A!

sabato 18 gennaio 2014

Una storia d'amore

Siediti. Lo disse con tono quieto ma fermo.
E lei obbedì, poggiando le mani in grembo e abbassando lo sguardo.
Era quasi buffa. Sembrava una bambina in attesa di un castigo che, con l’aria pentita e remissiva, spera di attenuare l’ira dell’adulto arrabbiato. Ma lei non era più una bambina. Anzi. E lui era l’uomo che le era accanto da decenni.
Usava quel tono grave poche volte ma quello era un periodo duro, le brutte notizie parevano non avere alcun ritegno, piovevano come temporali estivi, improvvise e impietose.
Si sedette anche lui e lei sbirciando appena intravide un piccolo sorriso. Forse stava cercando un modo delicato per presentare il nuovo schiaffo della vita.
Non sono bravo con le parole dell’amore, lo sai. Non lo sono stato neanche al mare 30 anni fa quando ti ho visto per la prima volta e per paura di non rivederti più ho tirato fuori un’impertinenza che non credevo neanche mi appartenesse. Per fortuna tu ci hai visto un lato comico nella mia invadenza pasticciona e, da allora, mi accompagni con una grazia che non finisce di commuovermi.
Lei rise appena, arrossì e lo guardò negli occhi prendendogli le mani con le sue.
Cosa devi dirmi?
Che 30 anni d’amore sono tanti. So che non ti sono mai piaciuti gli anniversari, hai sempre detto che i sentimenti si celebrano ogni giorno e che porta male annotare una data e osservarne scioccamente il rito.  Ma questa volta desidero festeggiarli. Puoi comprendermi?
A lei non riuscì di rispondere. Mai un numero le era parso un pensiero così felice e luminoso. Pronunciò il si con gli occhi che la sapevano più lunga di tutte le parole dell’amore e lui l’abbracciò forte forte.
Stai diventando romantico, vecchio mio, disse lei riprendendosi un po’. E non smetti mai di stupirmi.
Grazie.
Oh non ringraziarmi, questo numero eccita anche me, non voglio accontentarti, mi piace l’idea di festeggiare, ora.

Non ti ringraziavo per questo. E’ che tu sai sempre prendere quello che sono.

venerdì 27 dicembre 2013

Solo balle...di fieno

Qualche volta lo sguardo fugge l’infinito e si appoggia, lieve come una carezza, su una
balla di fieno. Su un colore. Su un intreccio. Su un contrasto che si infila come un ago sotto pelle. Cose piccole, momenti piccoli. Di questo sono fatte le sensazioni talmente grandi da non star dentro niente, fuochi d’artificio e terra e cielo e amore, film che più belli non ne hai visti mai.
Emozioni di cioccolato, dritte in bocca e nel cuore. Con quella molla che ti fa scattare un sorriso invisibile, bello per il tuo specchio, quello nascosto e forse un po’ immaginario. Su una strada che costeggia un campo che ti racconta la storia di tutte le storie che volevi leggere, nella natura libera e aperta come un mappamondo che gira con il tuo dito che ci saltella sopra. Nella voce di una vecchia radio o forse su un disco sentito mille volte o un poco di più. Un ritornello famoso che bussa piano sulla spalla, appuntito e grazioso come il becco di un uccellino.
Roba che ti potresti commuovere. Ma c’è una risata a distrarti. Così travolgente che neanche un principe azzurro sul cavallo bianco potrebbe rapirti altrettanto. La balla di fieno danza per te, per la tua schiena curva sul campo. Che anche nella fatica c’è talvolta una gioia che merita una foto che la ricordi per sempre.
Più gli occhi mettono a fuoco più vedono cose a lungo smarrite, messe in un angolo neanche avessero qualche castigo da scontare. Riscoprono il piacere, quello che forte e baldanzoso si fa profumo d’ebbrezza. Avanti avanti, che gode anche il naso. Sarà poi così che sono nati certi umori, sul filo tra zolla e fantasia.

In fondo è questa la vita a pois. Che ti basta una balla di fieno e i sensi svegli. 
(Ringrazio Conci Rinaudo per la fotografia e l'ispirazione)

giovedì 26 settembre 2013

Si deve amare così

Amare la propria terra significa almeno tre cose:
capirla e rispettarla
lottare perché non muoia
sostenere chi la vuole viva
Almeno vuol dire che l’elenco è più lungo. Ma anche che questi tre punti sono la base essenziale per non trasformare la propria terra in una stazione di partenza senza ritorno.
In una frase: bisogna tenere la luce accesa perché nel buio la vita è cupa assai!
Il pensiero minimo è della signora Lia, ovviamente maestra in note d’impatto.

Questa volta il mio non lo aggiungo. 

lunedì 23 settembre 2013

Io voglio che lui ritorni

Quando mi amava era tutto diverso. Io, ero diversa.
Lo aspettavo, lui arrivava e questo bastava. Anche se non mi sorrideva. Anche se sbatteva
forte la porta. Anche se era così nervoso che tacevo per non far rumore.
Adesso non ha senso la pazienza. E neanche la speranza.
Pure l’amore è una scatola vuota. Come la casa che non so più come abitare. Come i passi che non riesco più a camminare. Come la maledetta porta che non sbatte più.
A me della rabbia non importa. Io sento solo dolore. Insopportabile dolore.
Altro che tempo. In quarant’anni ne è passato di tempo. Non è servito.
Avete provato a tirarmi fuori l’orgoglio. Non ti amava, mi avete detto e ripetuto. Quasi dovesse bastarmi questo per seppellire il mio sentimento. Quasi fosse così umano salvarsi con la stizza o la rassegnazione.
Io voglio che lui ritorni.
Se raccogli una storia come questa più che le mani a tremarti è il cuore.
Roba che l’amore te lo senti dentro come un’esplosione. E infine in dolcezza, per tutta la vita. Finché morte non ci separi. Almeno da questa storia.
Anche se la signora Lia ce la mette tutta a convincermi che c’è un perverso meccanismo nelle dipendenze emotive, come le chiama lei quando decide di prendere le distanze dalla commozione. E il perverso meccanismo sta tutto nell’io, ero diversa. In sostanza si può non amare una persona ma una condizione affettiva.
D’accordo, per quanto scivoloso sia l’argomento, la Lia ha ragioni inattaccabili. Ma che importa? Oggi me ne sto solo con lei, che dopo quarant’anni vuole ancora che torni. Nella categoria amore, non in quella dipendenze emotive.

Questione di romanticismo. Odio non credere agli amori eterni e assoluti.

martedì 16 aprile 2013

L’accompagnatore


L’annuncio del destino è lì, in una pallottola di carta sulla scrivania disordinata. Forse non era finita nel cestino per lasciare traccia o magari sei corsa via e hai lasciato tutto alla rinfusa. Con zelo che la fortuna ha voluto maniacale lui l’ha spiegato e letto.
L’accompagnatore buttava un amo selvaggio e romantico in parti uguali, perfetto in ogni respiro per la tua anima inquieta, avevi sicuramente abboccato. Chissà come ti tremavano le mani quando hai fatto quel numero e ti sei schiarita la voce per ingoiare l’imbarazzo. Sicuramente hai srotolato le parole con furia perché dovevi fare in fretta, prima che l’impulso della disperazione si chetasse. Avevi bisogno di andare subito fino in fondo, di toglierti di dosso quell’angoscia maledetta.
Timida e inibita, così ti diceva. Troppo per scaldare il letto di pulsioni voraci. A lui della tua tenerezza d’amore non importava affatto, voleva un bruciore osceno che non ti apparteneva. Devi aver pensato che potevi imparare tra altre braccia di un altro a essere la donna di quel consumo senza cuore. Devi aver sperato di farcela, a allenare il corpo a godere senza occhi incantati. Volevi farlo per tornare da lui e, finalmente, essere desiderio delle sue mani, della sua bocca, del suo sguardo.
Il tuo cellulare è spento e lo rimarrà per sempre. Cosa sia accaduto al fatale appuntamento è un orribile macigno sulla sua coscienza stordita. Dovevi semplicemente lasciarlo, smetterla di inseguire un sogno impossibile, prova miserabilmente a pensare per nascondersi dietro la colpa della tua fragilità. Ma è solo un attimo, poi l’annuncio del destino si scaglia anche contro di lui sbattendogli in faccia una verità insopportabile. Se avesse coraggio sceglierebbe di seguirti. La viltà, più crudele, lo condanna a un’agonia che assomiglia molto alla tua.

giovedì 11 aprile 2013

Regina di cuori


Abita lì, sotto quel tetto di tegole che nessuna mano si cura più di sistemare, nella casa larga e bassa con due finestrelle per facciata, come occhi affacciati su un pezzo di terra incolta che una vecchia staccionata tiene raccolta con un decoro stanco.
Una volta c’erano le ortensie, così tante che ne raccoglieva sempre per il centrotavola, quello del salotto che accoglieva gli amici. Erano tutti amici, per lei.
In un mazzo di carte sarebbe stata la regina di cuori. Come Bocca di Rosa, lo faceva per passione. Le bastava quel poco per vivere e tenere linda la
George Luks, Old woman
casa, rinfrescare i colori, tenere il giardino. E amare quel tetto come un gioiello, che il padre prima di morire le aveva raccomandato di tenere la casa in salute.
Chissà se qualche amico entra ancora, a sedersi con lei sul divano rosso che le aveva regalato la sua vicina quando ha traslocato. Chissà se aspetta qualcuno che le porti delle ortensie. A me piacerebbe bussare alla sua porta. Anzi, voglio farlo, prima che il suo tetto diventi un cielo di stelle.

mercoledì 10 aprile 2013

L'uomo alcolico


Memoria d’uomo non sa dire chi coniò l’espressione. Ma non vi è dubbio che fu un genio. Tutto, in Fred, parla di quella linfa e solo la sua voce, fiera e romantica insieme, sa scatenare il brindisi collettivo. Che non è il preludio di una sbronza ma l’applauso a scena aperta.
Lui non è l’uomo alcolizzato, è l’uomo alcolico. Nulla di affine, ben lo sapete. E lui non ama sbrodolare differenze, giammai. Deve essere chiaro a tutti, a prima vista.
L’uomo alcolico non barcolla e non impugna ubriaco il volante. Beve con il gusto in estasi. E ha la favella fluida e sicura al punto giusto. In natura, dice Fred.
Non evapora. E’ lì sempre in fascinosa padronanza della propria semplicità dura e pura. Senza vezzi improvvisati, senza borie irritanti, senza sfide da urlare. In quiete calda. Che non è mai insulsa presenza ma tratto essenziale, asciutto fino al più estremo dei baluardi di genuinità.
Fred è Fred. Con quel portamento dello spirito che lo colloca sul podio senza muoversi a raggiungerlo. Come un campione per destino.
Che Fred non lo riesci proprio ad immaginare sul bancone faccia a faccia con un chupito da tracannare. Fred lo disegneresti in assorta contemplazione di un vecchio rum da intenditore quasi scontento di portarlo alla bocca.
E mentre pensi questo con il cuore commosso da quel portento di virtù non puoi
focalizzarlo con lo sguardo lì, tra scomposti aliti di bicchieri consumati di frenesia e stordimento. No, non può essere Fred. Neanche se Fred ti chiamasse con la lingua impastata di eccessi ci crederesti. Chi si è travestito da Fred?, ti interroghi con il cuore che sbraita rabbia e disgusto.
Fred invece vorrebbe essere riconosciuto. Vorrebbe che lo spingessi fuori. Vorrebbe che tu lo picchiassi come fa un amico. Non vuole più saperne di applausi. Vuole mani che lo tocchino, sorrisi che gli arrivino dentro. E vuole indietro l’amore che l’ha tradito con un uomo alcolizzato. Che è nulla di affine, lo sapete.

lunedì 14 gennaio 2013

Che bella la sposa novella


D’accordo, potevo far lavorare la fantasia per una rima più originale. Però mi piace questa, mi piace così. Semplice come quell’immagine. Con un pensiero che intenerisce il cuore. Là mentre si schiude appena la porta del futuro. Quando è ancora lo stesso amore, la stessa storia.
E’ gioiosa così, la rima vecchia e ancora candida. Con il sorriso largo dell’emozione e l’euforia delle cose liete, senza cercare troppe parole per raccontare qualcosa che è già poesia. Forse è uno stato di serenità, quella gioia a fior di pelle che sta nella libertà di un arrivo che è principio. Perché è tutto in quel treno, in quel viaggio, con mille soste e senza meta. In un abbraccio di grazia e passione, con gli sguardi che si cercano e si incontrano, con le bocche che baciano e chiedono baci.
Nel viso ridente e disteso c’è l’incantevole felicità di un attimo desiderato che porti nel cuore con la leggiadra tenacia di un volo infinito. Lo accarezzi con le mani, morbido tesoro, lucente gioiello, splendida pace. E sciogli il passo, gli stai camminando accanto, fiera e bellissima.
(Dedicato a P.)

giovedì 3 gennaio 2013

Quel poco quel tanto


Domenico Palumbo mette l’amore in poesia. Lo sfiora, lo respira, lo narra. In sospiri e pensieri. Tra dimensioni lievi, emozioni calde, baci appassionati le parole inseguono un filo, anelano alla pienezza, ascoltano i sensi. Un rapimento tenero e sensuale in un cammino di volo, con la compagnia dei grandi filosofi e poeti del passato, con la tensione intellettuale della ricerca.
E’ un viaggio, quello di Domenico Palumbo. Una riflessione intensa e profonda tra le pieghe del sentimento, delle pulsioni, della vita. Nel silenzio, nei piccoli pezzi del puzzle, nei gesti e nei segni della natura e degli uomini. A indagare l’Amore, la dimensione che viviamo ma non afferriamo, la condizione dell’anima che si tocca…
“L’amore è un traboccare della propria vita, è un andare oltre il proprio abitare”.
Perché proprio l’amore è la libertà della nudità.
La dotta e affascinante meditazione di Domenico Palumbo, sospesa tra le pagine di prosa e i versi, ci conduce all’amore che significa e compie il Noi, sopra e oltre tu e io. Non è romanticismo puro ma alchimia di incontro e sublimazione.
“io ti amo per amarti
perché quest’amore sta tra le tue braccia
senza uscire dalle mie”
Un’ode all’amore ma anche un saggio sull’amore. Non per trovare definizioni ma, appunto, per coglierne l’essenza. Domenico Palumbo svela qui l’ispirazione e il rigoroso lavoro di contemplazione con sensibile e peculiare fluidità.
Quel poco quel tanto è un’opera densa eppure soave. Una lettura gradevole e aperta, una meravigliosa porta spalancata sull’infinito, una grande raccolta di sensazioni e stimoli.
Bravo, Domenico Palumbo.
Avevo letto “Una lettera dal passato” e "Parole d'amore" diversi anni fa, oggi lo ritrovo più maturo nello stile e nella struttura narrativa, ma ancora splendidamente sentimentale.

lunedì 31 dicembre 2012

Sereno 2013 !


Non vorrei formulare desideri e propositi.
Non posso puntare al futuro. D’altra parte il passato è lì, nelle cose e nell’anima. Ma insomma c’è soprattutto il presente. E un brindisi imminente che mi attende. Forse amalgamare perfettamente tutto è impossibile e allora…Allora lascio che sia, nei pensieri e nei passi. Con la festa che magari non è da celebrare ma alla quale partecipo, questa volta si, con la pienezza delle prime volte e delle ultime insomma di quei momenti di magia ai quali per nulla al mondo è lecito sottrarsi.
E’ questione di istinto e di bisogno. Voglio toccare i secondi intorno alla mezzanotte, guardare le stelle e consegnare al cielo un sorriso, in silenzio. Poi gridare auguri! E infilarmi in una discoteca affollata a ballare e a ridere. E’ un minuscolo moto di grinta e amore. Non per affidarmi al nuovo anno. Ma per scrivere il primo minuto del 2013 con passione.
Altro che contorsionismi cerebrali e filosofie di alto profilo. Devo varcare la soglia del 1 gennaio 2013 con lo slancio semplice dell’entusiasmo puro. Tutto il resto è troppo grande, adesso non riesco neanche ad immaginarlo.
Leggerezza, questa sera una pausa di leggerezza. Me l’ha chiesta il cuore.