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giovedì 11 settembre 2014

La poesia del dopo

La poesia del dopo ha le rime del sollievo. E’ leggera, ha il profumo della pace. In quello che temiamo e non capita, nella sciagura evitata ci sono tutte le melodie del mondo. I muscoli che si distendono, il sorriso che non finisce più di allargarsi, le mani che smettono di tormentarsi.
Che tra un verso e l’altro quasi dimentichi quello che hai sofferto, l’angoscia che mordeva, il cuore che saltava via. Ti tocchi e ci sei, intero. Proprio come quando guardi l’arcobaleno dopo il temporale e pensi che c’è sempre la luce dopo un tunnel.

Se mai resta lo specchio, a ricordarti che tutti i prima e i durante restano sulla pelle. Che l’anima ha proprio le stesse rughe. Che la vita non ti restituisce la serenità che hai perso. Ma a te basta, deve bastare, avere un’altra pagina davanti. Fuori dalla tortura. Anche solo per il tempo della speranza.

lunedì 11 agosto 2014

Lettere d'amore

E capì tardi che dentro
quel negozio di tabaccheria
c’era più vita di quanta ce ne fosse
in tutta la sua poesia
e che invece di continuare a tormentarsi
con un mondo assurdo
basterebbe toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo…
e scrivere d’amore
e scrivere d’amore
anche se si fa ridere
anche quando la guardi,
anche mentre la perdi
quello che conta è scrivere
e non avere paura
non aver mai paura
di essere ridicoli
solo chi non ha scritto mai
lettere d’amore
fa veramente ridere
Insuperabile, la freccia poetica di Roberto Vecchioni. Incantevole, essenziale, disarmante. E quanta tristezza, per il tempo che non conosce più lettere d’amore. Per gli amori consumati senza ridere. Per le lacrime versate su una dolcezza evanescente. Per tanta, troppa, scabrosa crudezza.
Che la poesia è ancora lì. Sul corpo degli uomini e delle donne, negli sguardi, tra le parole. Aspetta solo di essere colta. Di regalare un sorriso. Di accelerare i battiti del cuore.

Già, fottuta paura di essere ridicoli, romantici o, semplicemente, veri. Magari di svelarsi, di apparire debole, di soffrire. E, nella paura, smettiamo di vivere l’una e l’altra, la poesia e l’amore. E pensare che ci farebbero ridere, ridere, ridere. Di gioia e meraviglia, di godimento e di euforia.

lunedì 30 giugno 2014

La canzone di Mario

Questa di Mario è la storia vera che scivolò nel fiume a privamera.
E ci scivolò davvero. Tanto da inzupparlo. Che non fu dramma perché il tepore del sole in qualche ora fece la sua parte e lo restituì asciutto alle sue pedalate di ritorno ma che qualche spavento lo procurò. Mentre i pescatori sulla riva tenevano d’occhio i segnali dei galleggianti quello splash inaspettato arrivò come un gesto troppo sconsiderato o troppo audace. Troppo.
Chi poteva immaginare fosse solo una tragicomica combinazione di circostanze? Neanche Mario. Che curiosamente rimase pure in sella come se volesse cimentarsi in una prova di acqua-bike.
E poi le risate. Quelle di sollievo. Quelle del pensiero che si riavvolge e rivede tutti gli spezzoni di una sequenza che farebbe invidia al più provetto degli stuntmen. Quelle del chisseneimporta della maglietta stinta addosso, delle scarpe più o meno da buttare, dei capelli che fanno a meno del gel. Quelle di un’avventura da raccontare con tanto di applausi di sottofondo.

Perché la storia che scivolò nel fiume a primavera questa volta non è volata in cielo e ancora vive.    

sabato 28 giugno 2014

Passepartout

Apre porte e portoni. Consente l’accesso a quello che di bello e di brutto c’è al di là dell’uscio. E’ un codice che hai in dotazione per natura o impari a conoscere lungo le primavere della vita. Si chiama passepartout.
Più che magia nelle mani è fiuto dell’anima. Talvolta inquietante. Un pensiero da scacciare, una sensazione da scrollarsi di dosso. Altre incantevole. Un piacere che si fa brivido di attesa.

Già. Quando i sensori sono così brillanti da cogliere tutti i segnali del mondo provi esattamente quello che sarà. Intuisci chi c’è oltre qualsiasi serratura. Non serve varcare davvero la soglia, tutto è lì, nel passepartout. 

martedì 17 giugno 2014

Quanta debolezza nella violenza

La violenza è spesso la malattia della debolezza. Dietro i muscoli e la mascella serrata in un atroce ghigno si nascondono incapacità, fragilità, insicurezze.
Non si può giustificare perché purtroppo genera sofferenza, fa danni, distrugge esistenze. Ma si deve capire. Bisogna sapere e riflettere su quel terribile disagio che fa esprimere con le mani o le armi.
E’ l’unico modo per non finire tutti potenzialmente vittime della malattia o di ciò che essa causa agli altri. Non mi esprimo qui con le competenze di criminologia, lo faccio da donna, da persona di questo tempo e di questo mondo. Lo faccio con l’istinto. Quello che mi dice che si lacera facilmente un tessuto che non è di buona qualità, che è liso o maltrattato. Quello che mi dice che la corda tirata si può spezzare in un lampo. Quello che mi dice che il disastro della comunicazione e delle relazioni non può che produrre tragedie.
Chi usa la forza per imporsi o per spezzare la vita altrui non può mai ricevere la nostra indulgenza e la nostra approvazione. Ma non può bastare la condanna. Bisogna evitare quanto più è possibile che accada ancora, di nuovo, e poi un’altra volta.
Occorre una ‘cultura della non violenza’, innanzi tutto. Che vuol dire molto di più e molto altro di una pena per chi uccide o tenta di farlo. Serve una di quelle parole grosse, molto grosse. Qualcosa che assomigli alla serenità, ecco. Perché, al di là delle condizioni individuali, quello che è saltato è il senso collettivo dei valori, delle misure, delle prospettive. Soprattutto tra uomini e donne. I punti di conflitto hanno superato quelli di armonia. Mancano equilibri di riferimento. Ci sono troppe cause di rabbia e frustrazione.
Inutile negare il baratro tra le due facce della mela e poi svegliarsi con il dito puntato quando il bubbone esplode. Inutile fingere di non accorgersi che ci siamo allontanati. Inutile arroccarsi sui diritti e sulle libertà quando questo non cela che un fallimento che impoverisce tutto e tutti.
Se c’è una cosa spaventosamente diffusa quella è l’infelicità. Quella della solitudine. Quella della gabbia. Quella della frattura.
Teoricamente saremmo nati per completarci, in amicizia, amore, condivisione. Ma la verità è che ormai facciamo una fatica immane a trovare corrispondenze. Abbiamo paure, pregiudizi, arroganze devastanti. Aspettiamo o pretendiamo di essere collocati su un piedistallo ma non vi collochiamo alcuno. Manchiamo di rispetto ma lo esigiamo. Abbiamo ‘maturato’ un egoismo atroce che sventoliamo come bandiera di indipendenza. Siamo piccoli e stupidi. Diamo sempre, al massimo, ciò che riceviamo. Mai più slanci e naturalezze, solo tattiche di difesa o di opportunismo.

Ci sentiamo moderni. Invece siamo miserabilmente in frantumi.

lunedì 16 giugno 2014

La storia di Hackiko

Una storia che tutti conoscono o dovrebbero conoscere. Una storia diventata il film delle emozioni e delle lacrime. Una storia di ‘grande spiritualità’, secondo l’attore Richard Gere che vi ha letto e magnificamente interpretato l’infinita connessione tra esseri viventi.
La storia di Hackiko non commuove solo perché è la più splendida celebrazione del rapporto tra un cane e un uomo. Sbalordisce perché ci consegna una dedizione e un affetto senza scadenza.
Penso spesso alla storia di Hackiko. Alle nostre ostinate precarietà. Alle nostre leggerezze colpevoli. Alle nostre povertà, o viltà, di spirito. Perché la lezione di Hackiko contiene le domande e le risposte. Soprattutto al nostro ‘vuoto’. A quello che colmiamo con momenti e cose, acchiappati alla rinfusa. A quello che stordiamo per non sentire. A quello che neghiamo per esorcizzare. A quello che malediciamo per fastidio e rabbia.
Davanti al ‘vuoto’ ogni reazione è umana. Ma, almeno talvolta, sarebbe altrettanto umana l’accettazione. La storia di Hackiko ci presenta proprio la pienezza del vuoto. Ovvero quello dal quale il più delle volte ci allontaniamo…
Hackiko attende il padrone morto per dieci lunghi anni. Non si ribella al vuoto e neanche si rassegna. Semplicemente lo vive. Lì. Dove sono stati insieme. Lì. Dove si sono lasciati. Lì. Dove, chissà, potrebbe continuare ad avvertirne il respiro.
Hackiko non vuole rinunciare alla pienezza che ha conosciuto. E solo nel vuoto sa di continuare a tenerla nel raggio del suo fiuto. Forse è proprio questo l’amore. Forse è proprio questo il senso della vita. Esserci fino in fondo. Anche quando fa male. Perché quello che siamo è anche in quello strazio.

E mi chiedo spesso se possa riuscire anche a me, anche agli uomini, avvertire più la pienezza che il vuoto. Chi non possiamo trattenere continua ad esistere nel nostro tormento o nelle gioie della memoria?    

mercoledì 11 giugno 2014

Via del Campo

Dai diamanti non nasce niente
Dal letame nascono i fiori
Una poesia indiscutibile come mai altra. Che nella musica ha trovato un fiato in più, quello che arriva veloce, alla pelle e nelle ossa.
Parole che il mondo conserva anche se, ottuso o strafottente, fatica a pronunciarle nei gesti della vita, nel senso delle giornate, nelle pose dell’animo.
Parole che smascherano, burlano, accoltellano. Con il sorriso amaro della rabbia o quello dolce della consapevolezza. Perché la verità non la inventi. E’ lì e basta. Se fai spallucce e pensi di potertene prendere gioco prima o poi bussa alla tua spalla, implacabile.
La realtà fa solo finta di inchinarsi agli ori e al belletto. Sono gli uomini, se mai, a esserne sedotti, a non saper più vedere la bellezza, l’amore, la vita.
Basta prenderla per la mano
La puttana con gli occhi grandi color di foglia
Così, semplicemente.
Grazie, Fabrizio De André.
(foto di Conci Rinaudo)

martedì 10 giugno 2014

Roberto Vecchioni: Irene

Questo niente nella mano sono finalmente io
Irene. Una canzone che arriva addosso come un ciclone e porta pure il nostro nome come titolo ammetterete che è quella che si dice una combinazione molto significativa. Quasi inquietante. Che insomma fa un po’ sussultare l’idea che un nome replichi in qualche modo la medesima sorte.
Ogni tanto ci torno. Non solo ad ascoltarla e a pensarci. Anche a scriverne. Forse è una sveglia che ogni tanto suona. O è il lampo di un attimo, quello che vorrei afferrare. Però, caro Vecchioni, pur non avendo coltivato ninfee in un tempo da borghesi e avendo capito gli uomini e le idee, me ne sto ancora con i gufi sulla spalla. Perché ci sono cose dalle quali puoi anche scappare ma ti inseguono e ti raggiungono anche in capo al mondo.
Irene. Quella che deve scegliere chi è. Sempre ammesso possa davvero, scegliere. Può darsi lo sappia, chi è. Può darsi che in cuor suo faccia esattamente il volo dei desideri, quello della sua natura, quello più bello anche. Ma nella realtà è lì, a farsi mangiare gli occhi. O almeno a fingere di lasciarglielo fare.
Difficile capirlo, ancor più accettarlo. Già, talvolta è facile credere che tutti possano decidere la loro vita. Decidere la loro vita, che roba grande…Tragicomico, un pensiero così.
Irene. Che comunque il suo percorso lo fa, un nome, anche fuori dalla rotta del destino. Il punto, caro Roberto Vecchioni, è che non è detto che gli altri se ne accorgano. Ecco tutto. Irene. Quella che corre via ma nessuno lo sa.

Nuda e leggera come solo in silenzio, nascosti, al buio si può essere.
Questo niente nella mano sono finalmente io.

Vedi? In fondo lo intuivi. Niente, per partire da zero. Ma niente è anche per restarci. Con una forma molto alternativa di serenità.   

martedì 3 giugno 2014

Dagli sbagli e dai tatuaggi si impara

Dagli sbagli si impara. E non lo dice solo Fabri Fibra rappando. E’ la più vecchia saggezza popolare della quale si abbia notizia, forse. Anzi, più che notizia, esperienza.
Imparare poi non significa mettersi al riparo: a memoria d’uomo si possono citare milioni di errori ripetuti, di lacune mai colmate, di lezioni mai del tutto capaci di tenerci lontano dai guai, dalle cadute, dalla fatale sofferenza. Talvolta infatti teniamo un comportamento pur avendo consapevolezza che in passato ci ha recato danno o non ha prodotto brillanti risultati. Questione di carattere, di circostanze, di tenerezza. Ostinazione, fragilità o istinto traditore.
Ho un tatuaggio che non voglio più
Me lo tengo così mi ricordo di quanto sono stato
Affrettato…
Così canta Fabri Fibra. D’altra parte togliersi un tatuaggio non è proprio come schioccare le dita.
Un tatuaggio può essere figlio della fretta, insomma di un desiderio che si vuole esaudire al volo, dice Fabri Fibra. Ma probabilmente, azzardo, anche di un’ispirazione, di una ragione, di un piacere. Qualcosa di forte. Lo penso perché non mi piacciono i tatuaggi e intorno a me scorgo un numero davvero notevole di persone tatuate. Moda? Francamente un marchio a fuoco sulla pelle non è proprio lo sfizio di un vestito, immagino ci sia qualche spinta emotiva profonda e non propriamente una scelta estetica.
Ci sono ragazzi e ragazze che spalmano sul corpo una collezione di tatuaggi. Roba che, appunto, non si cambia come il guardaroba. E che dice, o dovrebbe dirla, lunga. Perché contiene informazioni, lancia messaggi. Perché hai sopportato dolore per esibirlo. Perché hai scelto magari di fartene un altro, nonostante non fosse una passeggiata di salute.
Curioso, per me, che tanti di quei ragazzi e di quelle ragazze alla smania di tatuaggi uniscano smanie di tv, passerelle, cinema. Perché proprio in casa di casting e provini si prediligono aspiranti non tatuati e possibilmente il più ‘naturali’ possibile…Perché talvolta, davvero, bisognerebbe capire quale priorità diamo a quei desideri che vorremmo esaudire. Se il tatuaggio è più importante di una possibilità di lavoro e passione, ad esempio.

Che non è una predica, sia chiaro. E’ una riflessione. E, se mai, una pulce nell’orecchio a chi ha nel cassetto il sogno di un film o di un’apparizione sul piccolo schermo…

giovedì 29 maggio 2014

Un istante che rimane lì piantato eternamente

Per sempre. Solo per sempre. Che non ti serve un diario, una festa, una foto. E’ lì. Come se scorresse nelle vene. Un neo sulla pelle. Un pensiero che vive dentro di te.
E’ più di un ricordo perché è passato, presente e futuro insieme. Nelle tue tasche, nei tuoi cassetti, nei tuoi occhi.
Qualcosa che puoi dire ‘per sempre’. Nel bene e nel male. Bello o brutto. Un istante scritto nel cielo, ti segue ovunque tu vada. Certezza, sorriso o pena. E’ anche un po’ della tua anima. Un po’ di quello che sei e sarai. Che senza quell’attimo magari saresti un altro, chissà.

Hai ragione, caro Ligabue. E non serve evocare straordinarie emozioni, eventi fenomenali, effetti speciali. Per sempre magari è un sorriso, una tazza di caffè, un mattino di primavera, una carezza. O quella lacrima, proprio quella lì, nella camera buia di una città arrabbiata.
E chi esce di scena, quello che non abbiamo più tra le mani può restare lì piantato eternamente...

martedì 27 maggio 2014

Cose da donne

Perché se ci prova è un porco. Se insiste chi si crede di essere e per chi ci ha preso. Se fa l’amico non siamo più seducenti. Se ci ignora è un cretino, per dirla gentilmente.
Non che le donne siano solo questo, fortunatamente. Ma, insomma, questo è un ritratto che difficilmente possiamo dire non ci riproduca in modo molto, molto, molto vicino alla realtà. Quasi che la femminilità passasse da quell’attimo. Dallo sguardo che si ferma, si gira e ci accompagna. Dall’invito, dalla proposta, dal complimento. E da una misura perfetta, che lusinghi ma rispetti.

Che poi sono un po’ frottole, ammettiamolo. Perché quello che ci piace può essere un porco presuntuoso amico cretino e quello che non ci garba non ne azzecca una neanche se è il migliore degli uomini.

lunedì 26 maggio 2014

Viva le mutande

Curioso si possa pensare di scrivere un inno alle mutande. Eppure…
Capita che si scoprano un po’ out e l’idea intenerisca, tutto qui.
Le mutande ci accompagnano da lungo tempo. E tutto sommato quando siamo a corto di risorse economiche o subiamo un vero e proprio assalto alle finanze siamo abituati a rimanere proprio con loro. Sono fedeli, insomma, le mutande. Una seconda pelle. Roba che poi ci consente tutte quelle condizioni come il pudore o la decenza, la sensualità, l’igiene. Perfino un po’ di protezione dalle zip.
Non onorarle è spiacevole, direi. Fatta eccezione per tutte le circostanze in cui è felice idea non indossarle o toglierle, dovremmo tutti i giorni a tutte le ore essere certi di averne un paio al loro posto. Che non è il cassetto, appunto. E neanche la lavatrice o il filo sul quale stendiamo il bucato. Le mutande devono camminare con noi. Aderire al nostro corpo, far parte dei nostri pensieri.
E non per piccole questioni di vergogna o convenzione. E’ buon gusto al quale non rinunciare, ripeto. Loro sono disponibili, carine, colorate, morbide, affettuose. Un po’ di rispetto, signore e signori. I vostri pruriti grattateli senza archiviare la prassi delle mutande, per cortesia. Nei luoghi e tempi opportuni le sfilate con grazia e giù a soddisfare piaceri e bisogni. Ma, al di là di questi luoghi e tempi, tenete coperte le vostre basse glorie.
Nei locali pubblici o aperti al pubblico i frequentatori eventualmente interessati a vedere come siete sotto troveranno la via per chiedervelo o scoprirlo. D’altra parte, se vi garba, potete invitarli in separata sede e mostrarvi spontaneamente. Tenete fuori dalla vista panoramica gli altri. Quelli come me che, francamente, si accontentano di immaginare.
Comunque, se posso permettermi, il consiglio di favorire la fantasia più del paesaggio potrebbe essere valido per tutti. Da che mondo è mondo è più affascinante quello che non si palesa sfrontatamente agli occhi…

Viva le mutande. Sono tempi difficili. Di bellezza e seduzione ad ogni costo. Ma a ogni costo guardate che il più delle volte non possiamo permettercelo!