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venerdì 27 marzo 2015

Pace tra gli ulivi

Ma che vuoi trovarci tra gli ulivi!?

La pace, la pace, voglio trovare tra gli ulivi.

Solo una frase fatta, dai, che sciocchezza. Guarda bene, orizzonte sgombro, alberi e ancora alberi. Nessuna insegna, zero case, sole a picco, terra scura, nulla di eccitante. Cosa pensi ci possa essere di davvero stupefacente?


Credi che la pace non lo sia?

mercoledì 25 marzo 2015

La buona volontà

Io ci penso eccome, alla buona volontà. Che qualche volta si sveglia con me al mattino e brilla tutto il giorno, altre volte lotta ma perde la battaglia perché io  remo contro, ribelle o annoiata, in certe albe uggiose non si fa trovare anche se mi sembra davvero di cercarla con tutta la passione del mondo.
Mi chiedo se e fino a che punto lei abbia una vita autonoma. Insomma chi ha in mano il telecomando, lei o io?
La ragione del pensiero inquieto è il senso. Della buona volontà, intendo. Nel mezzo di ansie e gioie quanto serve la buona volontà? Verrebbe pure la curiosità di sapere se c’è un premio, alla fine, per l’eventuale fedeltà. E le origini, ecco sulle origini non ci dormo la notte. E’ come la primogenitura contesa tra uovo e gallina:  chi è nato prima, la buona volontà o io?
Già, che se fossi nata con la buona volontà incorporata magari cedimenti non ne avrei mai. Se invece il destino è quello di pescarla ogni giorno va da se che qualche volta non abbocchi all’amo o io sbagli mare, lago, fiume.
Ma l’ingarbuglio sta proprio lì. Come accidenti mi muovo a onorarla se non è lei stessa a motivarmi? Niente da fare. Non ci sono scuse e neanche vie di fuga. L’imperativo non ammette deroghe e debolezze. Bisogna.
Se non mi ispira, non la vedo, non è pronta la devo tirar fuori dal cappello del prestigiatore. Che ci sia vento o pioggia. Che sia un piacere o un fardello. Che mi sorrida o mi segua col muso.
Altro che sano egoismo. Le contraddizioni in termini non sono ammesse.
D’altra parte la buona volontà almeno non porta sensi di colpa. E forse alle stelle interessa solo questo, così sono sempre in pace con la coscienza. Loro sono lì, ci sono, accidenti se ci sono. Se non guardo in su mica stanno a rimproverarsi perché brancolo nel buio, la voglia e la forza di alzare gli occhi ce la devo mettere io.

E in un lampo di buona volontà scopro che tutte le cose belle le regala lei. Non c’è altro da aggiungere. Quando la memoria proverà a svicolare rileggerò queste righe: scripta manent.

lunedì 15 dicembre 2014

Ghostwriter

Quello che rinuncia al suo nome sulla copertina.
Già, spesso è così che viene identificato il ghostwriter. Io non la considero una rinuncia ma colgo il senso (o la sensazione). E quasi mi piace. L’idea che la passione, e naturalmente la professionalità, vengano ben prima di quella gloria mi gratifica e mi calza a pennello. Non che io non abbia una storia nel cassetto, anzi, ma c’è tempo. Francamente mi preme assai più quella altrui, l’universo nel quale ho il privilegio di entrare, il percorso che mi è dato compiere, la sfida che mi tiene incollata all’entusiasmo e alla speranza.
Ecco, quello che mi inorgoglisce o mi rasserena è che neanche per un secondo ho pensato al ghostwriting come ripiego a chissà quale sogno non realizzato. Al contrario. Quello che mi ha mosso e mi anima è quel fuoco lì, quello di essere in missione. Abbraccio l’autore e la creatura che mi consegna e parto.

Che fortuna compiere viaggi su viaggi.

lunedì 8 dicembre 2014

Ciao Mango

Era estate, ero ragazzina. La vacanza era un concentrato di meraviglie. E la tua voce era tra queste. Che venivamo al tuo paese, ci appostavamo sotto casa tua e tendevamo l’orecchio. Già, tu provavi e a noi piaceva. Ascoltarti e essere a un passo dal cantante che stava diventando famoso.
La poesia di Armando e tua resterà.

Che bello per te, andarsene in Oro…

giovedì 11 settembre 2014

La poesia del dopo

La poesia del dopo ha le rime del sollievo. E’ leggera, ha il profumo della pace. In quello che temiamo e non capita, nella sciagura evitata ci sono tutte le melodie del mondo. I muscoli che si distendono, il sorriso che non finisce più di allargarsi, le mani che smettono di tormentarsi.
Che tra un verso e l’altro quasi dimentichi quello che hai sofferto, l’angoscia che mordeva, il cuore che saltava via. Ti tocchi e ci sei, intero. Proprio come quando guardi l’arcobaleno dopo il temporale e pensi che c’è sempre la luce dopo un tunnel.

Se mai resta lo specchio, a ricordarti che tutti i prima e i durante restano sulla pelle. Che l’anima ha proprio le stesse rughe. Che la vita non ti restituisce la serenità che hai perso. Ma a te basta, deve bastare, avere un’altra pagina davanti. Fuori dalla tortura. Anche solo per il tempo della speranza.

lunedì 11 agosto 2014

Lettere d'amore

E capì tardi che dentro
quel negozio di tabaccheria
c’era più vita di quanta ce ne fosse
in tutta la sua poesia
e che invece di continuare a tormentarsi
con un mondo assurdo
basterebbe toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo…
e scrivere d’amore
e scrivere d’amore
anche se si fa ridere
anche quando la guardi,
anche mentre la perdi
quello che conta è scrivere
e non avere paura
non aver mai paura
di essere ridicoli
solo chi non ha scritto mai
lettere d’amore
fa veramente ridere
Insuperabile, la freccia poetica di Roberto Vecchioni. Incantevole, essenziale, disarmante. E quanta tristezza, per il tempo che non conosce più lettere d’amore. Per gli amori consumati senza ridere. Per le lacrime versate su una dolcezza evanescente. Per tanta, troppa, scabrosa crudezza.
Che la poesia è ancora lì. Sul corpo degli uomini e delle donne, negli sguardi, tra le parole. Aspetta solo di essere colta. Di regalare un sorriso. Di accelerare i battiti del cuore.

Già, fottuta paura di essere ridicoli, romantici o, semplicemente, veri. Magari di svelarsi, di apparire debole, di soffrire. E, nella paura, smettiamo di vivere l’una e l’altra, la poesia e l’amore. E pensare che ci farebbero ridere, ridere, ridere. Di gioia e meraviglia, di godimento e di euforia.

giovedì 24 luglio 2014

Gli uomini ritornano, sempre

La terra insegna. Lei è madre e noi figli: noi abbiamo bisogno di lei.
Le mani che la lavorano apprendono dunque più di quelle distratte dalla manicure o ingannate da nobili mestieri.
Questo è. E gli uomini ritornano, sempre. Alla terra e al vento. Civiltà muoiono per lasciare il posto ad altre. Ciclicamente. Perché agli uomini sale la bizza di essere ingrati e superbi, degeneri e scellerati. Corrono fino a schiantarsi.

Alla madre non resta che allevarne altri e ripetere, all’infinito, le vane lezioni. Dalla zolla in avanti, senza che venga mai il tempo delle genti in autentica armonia con la vita. La vita, si, quella che solo la natura custodisce nella sua unica essenza.

lunedì 30 giugno 2014

La canzone di Mario

Questa di Mario è la storia vera che scivolò nel fiume a privamera.
E ci scivolò davvero. Tanto da inzupparlo. Che non fu dramma perché il tepore del sole in qualche ora fece la sua parte e lo restituì asciutto alle sue pedalate di ritorno ma che qualche spavento lo procurò. Mentre i pescatori sulla riva tenevano d’occhio i segnali dei galleggianti quello splash inaspettato arrivò come un gesto troppo sconsiderato o troppo audace. Troppo.
Chi poteva immaginare fosse solo una tragicomica combinazione di circostanze? Neanche Mario. Che curiosamente rimase pure in sella come se volesse cimentarsi in una prova di acqua-bike.
E poi le risate. Quelle di sollievo. Quelle del pensiero che si riavvolge e rivede tutti gli spezzoni di una sequenza che farebbe invidia al più provetto degli stuntmen. Quelle del chisseneimporta della maglietta stinta addosso, delle scarpe più o meno da buttare, dei capelli che fanno a meno del gel. Quelle di un’avventura da raccontare con tanto di applausi di sottofondo.

Perché la storia che scivolò nel fiume a primavera questa volta non è volata in cielo e ancora vive.    

sabato 28 giugno 2014

Passepartout

Apre porte e portoni. Consente l’accesso a quello che di bello e di brutto c’è al di là dell’uscio. E’ un codice che hai in dotazione per natura o impari a conoscere lungo le primavere della vita. Si chiama passepartout.
Più che magia nelle mani è fiuto dell’anima. Talvolta inquietante. Un pensiero da scacciare, una sensazione da scrollarsi di dosso. Altre incantevole. Un piacere che si fa brivido di attesa.

Già. Quando i sensori sono così brillanti da cogliere tutti i segnali del mondo provi esattamente quello che sarà. Intuisci chi c’è oltre qualsiasi serratura. Non serve varcare davvero la soglia, tutto è lì, nel passepartout. 

martedì 17 giugno 2014

Quanta debolezza nella violenza

La violenza è spesso la malattia della debolezza. Dietro i muscoli e la mascella serrata in un atroce ghigno si nascondono incapacità, fragilità, insicurezze.
Non si può giustificare perché purtroppo genera sofferenza, fa danni, distrugge esistenze. Ma si deve capire. Bisogna sapere e riflettere su quel terribile disagio che fa esprimere con le mani o le armi.
E’ l’unico modo per non finire tutti potenzialmente vittime della malattia o di ciò che essa causa agli altri. Non mi esprimo qui con le competenze di criminologia, lo faccio da donna, da persona di questo tempo e di questo mondo. Lo faccio con l’istinto. Quello che mi dice che si lacera facilmente un tessuto che non è di buona qualità, che è liso o maltrattato. Quello che mi dice che la corda tirata si può spezzare in un lampo. Quello che mi dice che il disastro della comunicazione e delle relazioni non può che produrre tragedie.
Chi usa la forza per imporsi o per spezzare la vita altrui non può mai ricevere la nostra indulgenza e la nostra approvazione. Ma non può bastare la condanna. Bisogna evitare quanto più è possibile che accada ancora, di nuovo, e poi un’altra volta.
Occorre una ‘cultura della non violenza’, innanzi tutto. Che vuol dire molto di più e molto altro di una pena per chi uccide o tenta di farlo. Serve una di quelle parole grosse, molto grosse. Qualcosa che assomigli alla serenità, ecco. Perché, al di là delle condizioni individuali, quello che è saltato è il senso collettivo dei valori, delle misure, delle prospettive. Soprattutto tra uomini e donne. I punti di conflitto hanno superato quelli di armonia. Mancano equilibri di riferimento. Ci sono troppe cause di rabbia e frustrazione.
Inutile negare il baratro tra le due facce della mela e poi svegliarsi con il dito puntato quando il bubbone esplode. Inutile fingere di non accorgersi che ci siamo allontanati. Inutile arroccarsi sui diritti e sulle libertà quando questo non cela che un fallimento che impoverisce tutto e tutti.
Se c’è una cosa spaventosamente diffusa quella è l’infelicità. Quella della solitudine. Quella della gabbia. Quella della frattura.
Teoricamente saremmo nati per completarci, in amicizia, amore, condivisione. Ma la verità è che ormai facciamo una fatica immane a trovare corrispondenze. Abbiamo paure, pregiudizi, arroganze devastanti. Aspettiamo o pretendiamo di essere collocati su un piedistallo ma non vi collochiamo alcuno. Manchiamo di rispetto ma lo esigiamo. Abbiamo ‘maturato’ un egoismo atroce che sventoliamo come bandiera di indipendenza. Siamo piccoli e stupidi. Diamo sempre, al massimo, ciò che riceviamo. Mai più slanci e naturalezze, solo tattiche di difesa o di opportunismo.

Ci sentiamo moderni. Invece siamo miserabilmente in frantumi.

lunedì 16 giugno 2014

La storia di Hackiko

Una storia che tutti conoscono o dovrebbero conoscere. Una storia diventata il film delle emozioni e delle lacrime. Una storia di ‘grande spiritualità’, secondo l’attore Richard Gere che vi ha letto e magnificamente interpretato l’infinita connessione tra esseri viventi.
La storia di Hackiko non commuove solo perché è la più splendida celebrazione del rapporto tra un cane e un uomo. Sbalordisce perché ci consegna una dedizione e un affetto senza scadenza.
Penso spesso alla storia di Hackiko. Alle nostre ostinate precarietà. Alle nostre leggerezze colpevoli. Alle nostre povertà, o viltà, di spirito. Perché la lezione di Hackiko contiene le domande e le risposte. Soprattutto al nostro ‘vuoto’. A quello che colmiamo con momenti e cose, acchiappati alla rinfusa. A quello che stordiamo per non sentire. A quello che neghiamo per esorcizzare. A quello che malediciamo per fastidio e rabbia.
Davanti al ‘vuoto’ ogni reazione è umana. Ma, almeno talvolta, sarebbe altrettanto umana l’accettazione. La storia di Hackiko ci presenta proprio la pienezza del vuoto. Ovvero quello dal quale il più delle volte ci allontaniamo…
Hackiko attende il padrone morto per dieci lunghi anni. Non si ribella al vuoto e neanche si rassegna. Semplicemente lo vive. Lì. Dove sono stati insieme. Lì. Dove si sono lasciati. Lì. Dove, chissà, potrebbe continuare ad avvertirne il respiro.
Hackiko non vuole rinunciare alla pienezza che ha conosciuto. E solo nel vuoto sa di continuare a tenerla nel raggio del suo fiuto. Forse è proprio questo l’amore. Forse è proprio questo il senso della vita. Esserci fino in fondo. Anche quando fa male. Perché quello che siamo è anche in quello strazio.

E mi chiedo spesso se possa riuscire anche a me, anche agli uomini, avvertire più la pienezza che il vuoto. Chi non possiamo trattenere continua ad esistere nel nostro tormento o nelle gioie della memoria?    

mercoledì 11 giugno 2014

Via del Campo

Dai diamanti non nasce niente
Dal letame nascono i fiori
Una poesia indiscutibile come mai altra. Che nella musica ha trovato un fiato in più, quello che arriva veloce, alla pelle e nelle ossa.
Parole che il mondo conserva anche se, ottuso o strafottente, fatica a pronunciarle nei gesti della vita, nel senso delle giornate, nelle pose dell’animo.
Parole che smascherano, burlano, accoltellano. Con il sorriso amaro della rabbia o quello dolce della consapevolezza. Perché la verità non la inventi. E’ lì e basta. Se fai spallucce e pensi di potertene prendere gioco prima o poi bussa alla tua spalla, implacabile.
La realtà fa solo finta di inchinarsi agli ori e al belletto. Sono gli uomini, se mai, a esserne sedotti, a non saper più vedere la bellezza, l’amore, la vita.
Basta prenderla per la mano
La puttana con gli occhi grandi color di foglia
Così, semplicemente.
Grazie, Fabrizio De André.
(foto di Conci Rinaudo)

martedì 10 giugno 2014

Roberto Vecchioni: Irene

Questo niente nella mano sono finalmente io
Irene. Una canzone che arriva addosso come un ciclone e porta pure il nostro nome come titolo ammetterete che è quella che si dice una combinazione molto significativa. Quasi inquietante. Che insomma fa un po’ sussultare l’idea che un nome replichi in qualche modo la medesima sorte.
Ogni tanto ci torno. Non solo ad ascoltarla e a pensarci. Anche a scriverne. Forse è una sveglia che ogni tanto suona. O è il lampo di un attimo, quello che vorrei afferrare. Però, caro Vecchioni, pur non avendo coltivato ninfee in un tempo da borghesi e avendo capito gli uomini e le idee, me ne sto ancora con i gufi sulla spalla. Perché ci sono cose dalle quali puoi anche scappare ma ti inseguono e ti raggiungono anche in capo al mondo.
Irene. Quella che deve scegliere chi è. Sempre ammesso possa davvero, scegliere. Può darsi lo sappia, chi è. Può darsi che in cuor suo faccia esattamente il volo dei desideri, quello della sua natura, quello più bello anche. Ma nella realtà è lì, a farsi mangiare gli occhi. O almeno a fingere di lasciarglielo fare.
Difficile capirlo, ancor più accettarlo. Già, talvolta è facile credere che tutti possano decidere la loro vita. Decidere la loro vita, che roba grande…Tragicomico, un pensiero così.
Irene. Che comunque il suo percorso lo fa, un nome, anche fuori dalla rotta del destino. Il punto, caro Roberto Vecchioni, è che non è detto che gli altri se ne accorgano. Ecco tutto. Irene. Quella che corre via ma nessuno lo sa.

Nuda e leggera come solo in silenzio, nascosti, al buio si può essere.
Questo niente nella mano sono finalmente io.

Vedi? In fondo lo intuivi. Niente, per partire da zero. Ma niente è anche per restarci. Con una forma molto alternativa di serenità.   

martedì 3 giugno 2014

Dagli sbagli e dai tatuaggi si impara

Dagli sbagli si impara. E non lo dice solo Fabri Fibra rappando. E’ la più vecchia saggezza popolare della quale si abbia notizia, forse. Anzi, più che notizia, esperienza.
Imparare poi non significa mettersi al riparo: a memoria d’uomo si possono citare milioni di errori ripetuti, di lacune mai colmate, di lezioni mai del tutto capaci di tenerci lontano dai guai, dalle cadute, dalla fatale sofferenza. Talvolta infatti teniamo un comportamento pur avendo consapevolezza che in passato ci ha recato danno o non ha prodotto brillanti risultati. Questione di carattere, di circostanze, di tenerezza. Ostinazione, fragilità o istinto traditore.
Ho un tatuaggio che non voglio più
Me lo tengo così mi ricordo di quanto sono stato
Affrettato…
Così canta Fabri Fibra. D’altra parte togliersi un tatuaggio non è proprio come schioccare le dita.
Un tatuaggio può essere figlio della fretta, insomma di un desiderio che si vuole esaudire al volo, dice Fabri Fibra. Ma probabilmente, azzardo, anche di un’ispirazione, di una ragione, di un piacere. Qualcosa di forte. Lo penso perché non mi piacciono i tatuaggi e intorno a me scorgo un numero davvero notevole di persone tatuate. Moda? Francamente un marchio a fuoco sulla pelle non è proprio lo sfizio di un vestito, immagino ci sia qualche spinta emotiva profonda e non propriamente una scelta estetica.
Ci sono ragazzi e ragazze che spalmano sul corpo una collezione di tatuaggi. Roba che, appunto, non si cambia come il guardaroba. E che dice, o dovrebbe dirla, lunga. Perché contiene informazioni, lancia messaggi. Perché hai sopportato dolore per esibirlo. Perché hai scelto magari di fartene un altro, nonostante non fosse una passeggiata di salute.
Curioso, per me, che tanti di quei ragazzi e di quelle ragazze alla smania di tatuaggi uniscano smanie di tv, passerelle, cinema. Perché proprio in casa di casting e provini si prediligono aspiranti non tatuati e possibilmente il più ‘naturali’ possibile…Perché talvolta, davvero, bisognerebbe capire quale priorità diamo a quei desideri che vorremmo esaudire. Se il tatuaggio è più importante di una possibilità di lavoro e passione, ad esempio.

Che non è una predica, sia chiaro. E’ una riflessione. E, se mai, una pulce nell’orecchio a chi ha nel cassetto il sogno di un film o di un’apparizione sul piccolo schermo…

giovedì 29 maggio 2014

Un istante che rimane lì piantato eternamente

Per sempre. Solo per sempre. Che non ti serve un diario, una festa, una foto. E’ lì. Come se scorresse nelle vene. Un neo sulla pelle. Un pensiero che vive dentro di te.
E’ più di un ricordo perché è passato, presente e futuro insieme. Nelle tue tasche, nei tuoi cassetti, nei tuoi occhi.
Qualcosa che puoi dire ‘per sempre’. Nel bene e nel male. Bello o brutto. Un istante scritto nel cielo, ti segue ovunque tu vada. Certezza, sorriso o pena. E’ anche un po’ della tua anima. Un po’ di quello che sei e sarai. Che senza quell’attimo magari saresti un altro, chissà.

Hai ragione, caro Ligabue. E non serve evocare straordinarie emozioni, eventi fenomenali, effetti speciali. Per sempre magari è un sorriso, una tazza di caffè, un mattino di primavera, una carezza. O quella lacrima, proprio quella lì, nella camera buia di una città arrabbiata.
E chi esce di scena, quello che non abbiamo più tra le mani può restare lì piantato eternamente...

martedì 27 maggio 2014

Cose da donne

Perché se ci prova è un porco. Se insiste chi si crede di essere e per chi ci ha preso. Se fa l’amico non siamo più seducenti. Se ci ignora è un cretino, per dirla gentilmente.
Non che le donne siano solo questo, fortunatamente. Ma, insomma, questo è un ritratto che difficilmente possiamo dire non ci riproduca in modo molto, molto, molto vicino alla realtà. Quasi che la femminilità passasse da quell’attimo. Dallo sguardo che si ferma, si gira e ci accompagna. Dall’invito, dalla proposta, dal complimento. E da una misura perfetta, che lusinghi ma rispetti.

Che poi sono un po’ frottole, ammettiamolo. Perché quello che ci piace può essere un porco presuntuoso amico cretino e quello che non ci garba non ne azzecca una neanche se è il migliore degli uomini.

lunedì 26 maggio 2014

Viva le mutande

Curioso si possa pensare di scrivere un inno alle mutande. Eppure…
Capita che si scoprano un po’ out e l’idea intenerisca, tutto qui.
Le mutande ci accompagnano da lungo tempo. E tutto sommato quando siamo a corto di risorse economiche o subiamo un vero e proprio assalto alle finanze siamo abituati a rimanere proprio con loro. Sono fedeli, insomma, le mutande. Una seconda pelle. Roba che poi ci consente tutte quelle condizioni come il pudore o la decenza, la sensualità, l’igiene. Perfino un po’ di protezione dalle zip.
Non onorarle è spiacevole, direi. Fatta eccezione per tutte le circostanze in cui è felice idea non indossarle o toglierle, dovremmo tutti i giorni a tutte le ore essere certi di averne un paio al loro posto. Che non è il cassetto, appunto. E neanche la lavatrice o il filo sul quale stendiamo il bucato. Le mutande devono camminare con noi. Aderire al nostro corpo, far parte dei nostri pensieri.
E non per piccole questioni di vergogna o convenzione. E’ buon gusto al quale non rinunciare, ripeto. Loro sono disponibili, carine, colorate, morbide, affettuose. Un po’ di rispetto, signore e signori. I vostri pruriti grattateli senza archiviare la prassi delle mutande, per cortesia. Nei luoghi e tempi opportuni le sfilate con grazia e giù a soddisfare piaceri e bisogni. Ma, al di là di questi luoghi e tempi, tenete coperte le vostre basse glorie.
Nei locali pubblici o aperti al pubblico i frequentatori eventualmente interessati a vedere come siete sotto troveranno la via per chiedervelo o scoprirlo. D’altra parte, se vi garba, potete invitarli in separata sede e mostrarvi spontaneamente. Tenete fuori dalla vista panoramica gli altri. Quelli come me che, francamente, si accontentano di immaginare.
Comunque, se posso permettermi, il consiglio di favorire la fantasia più del paesaggio potrebbe essere valido per tutti. Da che mondo è mondo è più affascinante quello che non si palesa sfrontatamente agli occhi…

Viva le mutande. Sono tempi difficili. Di bellezza e seduzione ad ogni costo. Ma a ogni costo guardate che il più delle volte non possiamo permettercelo!

sabato 24 maggio 2014

Cerco un ghostwriter

Cerco un ghostwriter: una di quelle mail che leggo con molto piacere, visto che profumano di possibile incarico.
Normalmente sono mail che contengono informazioni, spiegazioni, domande. In qualche caso invece l’autore si cela dietro un nickname e svela praticamente nulla del lavoro che vorrebbe commissionare. Io comprendo un po’ di diffidenza digitale, un po’ di prudenza letteraria e pure un po’ di disagio e uso quanta più possibile delicatezza e gentilezza però, da buon ghostwriter, faccio fatica a ‘calarmi nella parte’ alla cieca.
Rispettare segretezza e riservatezza non può includere disponibilità e offerte senza un sensato riferimento alla concretezza del servizio da rendere. Questo, caro prezioso autore, devi capirlo. Anzi, ammirarlo. La faciloneria con la quale chiunque potrebbe garantirti un best seller con due righe e quattro soldi non fa per te. Tu meriti attenzione e serietà. Per incontrarle, pure per pretenderle, devi prestarne altrettante. Parla chiaro, chiedi, metti alla prova, muovi una corrispondenza. Non lasciare tutto nel mistero, metti in crisi il ghostwriter e rischi di perdere l’occasione di un'esperienza proficua.
Magari una risposta inadeguata o poco esauriente è frutto di scarsi o ambigui spunti e così saltano le possibilità di soddisfacente collaborazione. Le migliori combinazioni nascono dalla reciproca correttezza, dalla fiducia e dall’entusiasmo che siglano un’alleanza.

Infine, stimato e agognato autore, insisti a sondare formazione, stile e sensibilità del ghostwriter, non a chiedergli referenze che, proprio se è persona affidabile, non potrà mai darti. Vorresti tu che spifferasse al mondo di essere la tua penna o la tua tastiera?

lunedì 30 dicembre 2013

Caro anno nuovo

Tu, 2014, sai di avere un anno di vita. Uno!
E sai anche che tanti o tantissimi, forse troppi, finiranno tra un anno a non vedere l’ora di
archiviarti. Il 2013 non ha voluto saperne di essere buono, bello, felice per tutto il mondo e per ciascuno di noi, uomini e donne del mondo.
Io sul mio 2013 avrei molto da scrivere, nel bene e nel male, ma non me ne importa più, sta finendo ed è giusto che i pensieri siano dedicati a te. Non i propositi o i sogni, quelli sono difficili da maneggiare. Che poi si scopre che ci dobbiamo mettere pure la nostra opera sul calendario, facendo qualche patto con il destino magari, quindi la questione diventa complicata o, semplicemente, a più punti di vista. Proprio pensieri, solo pensieri. E il mio è che tu debba avere (e riuscire ad esaudire) un desiderio enorme e meraviglioso: quello di essere amato. L’amore, caro 2014, potrebbe renderti immortale. Un anno di vita in carne ed ossa diventerebbero vita eterna in spirito, capisci?
Fatti ricordare. Per sempre.
Hai più di 24 ore di tempo per mescolare gli ingredienti e produrre la deliziosa pietanza che attendiamo. Ti porto io a fare spesa al supermercato così puoi recuperare in un lampo giustizia, pace, libertà, umiltà e sincerità. Vorrei tu infilassi pure appropriate quantità di intelligenza e simpatia, le trovo indispensabili! Gradirei suggerirti anche dosi abbondanti di altruismo, sensibilità, lealtà ma, in fondo, immagino tu sia ben informato sui sentimenti e sui caratteri che servono a fare un piatto indimenticabile. Devi solo volerlo, amico mio.

Da parte mia posso prometterti che, se lo meriterai, avrò cura di onorarti, portarti nel cuore e celebrarti fino al mio ultimo respiro.

sabato 28 dicembre 2013

Storia vera della bontà

Te li suggerisco io, i pensieri a mani giunte. Quei versi che un po’ somigliano a preghiere perché, in fondo, se dal cielo esaudiscono il desiderio non ti dispiacerebbe. Certo non osi dirlo, che è una preghiera. Per così poco…Mi pare di leggertela nel respiro questa misura.
Lo faccio in un sussurro quasi che a tirar fuori la voce troppo forte si scomodino le curiosità che è meglio tenere alla larga, per pudore. O, chissà, per scaramanzia. Mi pare di soffiare nel mirino, quello delle bolle di sapone. Così poi ci sgrano sopra gli occhi, sui pensieri a mani giunte suggeriti in un sussurro. Perché sono belli e delicati proprio come le bolle di sapone. Ci sto dentro leggera, assorta e calda, nella tua storia a strati, impacchettata un po’ alla volta nei sogni, nelle frasi, nelle pieghe.
Tu che ne sei innamorato e io che inizio a capire che non potresti non esserlo. Nella bontà che si srotola come una passatoia per accogliere un cammino sotto le stelle. Nessun fuoco d’artificio, a te fanno tremare di paura anche se ti piacciono le luci colorate. Solo piccole paste frolle fatte in casa, con cura, dolci al punto giusto, con la consistenza perfetta della ricetta della nonna. E io che mi sciolgo, nel piacere della gola e nell’emozione che fa brillare gli occhi.
Cosa vuoi che sia, un sentimento, un paese, un giorno strappato al caso. Eppure c’è l’arcobaleno in festa, nel tuo sorriso e in ogni boccone di frolla. Capita. Capita davvero. Che tutto prenda la direzione del vento, pure i capelli raccolti che scivolano fuori dalla coda. Sarà poi una combinazione vincente, come quella delle casseforti o delle lotterie, dove i numeri fanno la differenza e pure le magie.
Tu non ci credevi, che la bontà potesse conquistare così tanto. Pensavi che i cattivi fossero più forti e perfino più interessanti. Tesoro, non è vero che al massimo puoi regalare qualche attimo di commozione, sei una lezione vivente, un prezioso bouquet, un inno per tutti i giorni dell’anno. E, soprattutto, una di quelle realtà che assomigliano al sogno della felicità.

Anche con le ossa rotte sei bellissima.