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giovedì 31 dicembre 2015

Evviva

Capita, di svegliarsi con un evviva in testa.
Forse perché il cuscino della notte ha tenuto in caldo i bei sogni o perché il cielo dalla finestra fa l’occhiolino.
Bisogna pensarci. Mettere i piedi giù dal letto con grazia, sorridere al mondo e affacciarsi alla colazione come fosse un banchetto festivo. E’ la maniera per ingraziarsi i buoni auspici e dilatarli nelle ore, è il senso di marcia che il passo non vedeva l’ora di imboccare.
E bisogna continuare. Continuare a pensarci fino a sera. Perché le coperte ben rimboccate, gli occhi ridenti, il corpo appagato, il cuore carico, lo conservino per l’alba successiva.
Mica si chiama ottimismo. E’ la storia della buona volontà. Quella che insegna a mettere l’anima in ogni secondo, di respiro in respiro. A maniche rimboccate, a intelletto limpido.
Che sensazione meravigliosa: evviva. Sono qui e godo. Godo per tutto quello che posso vedere, sentire, fare, dire. Godo perché non mi tiro indietro. Godo perché cerco il filo dell’armonia. Godo perché avverto tutta la stanchezza delle energie non risparmiate.

Capita, di capire che evviva è una scelta.

mercoledì 25 marzo 2015

La buona volontà

Io ci penso eccome, alla buona volontà. Che qualche volta si sveglia con me al mattino e brilla tutto il giorno, altre volte lotta ma perde la battaglia perché io  remo contro, ribelle o annoiata, in certe albe uggiose non si fa trovare anche se mi sembra davvero di cercarla con tutta la passione del mondo.
Mi chiedo se e fino a che punto lei abbia una vita autonoma. Insomma chi ha in mano il telecomando, lei o io?
La ragione del pensiero inquieto è il senso. Della buona volontà, intendo. Nel mezzo di ansie e gioie quanto serve la buona volontà? Verrebbe pure la curiosità di sapere se c’è un premio, alla fine, per l’eventuale fedeltà. E le origini, ecco sulle origini non ci dormo la notte. E’ come la primogenitura contesa tra uovo e gallina:  chi è nato prima, la buona volontà o io?
Già, che se fossi nata con la buona volontà incorporata magari cedimenti non ne avrei mai. Se invece il destino è quello di pescarla ogni giorno va da se che qualche volta non abbocchi all’amo o io sbagli mare, lago, fiume.
Ma l’ingarbuglio sta proprio lì. Come accidenti mi muovo a onorarla se non è lei stessa a motivarmi? Niente da fare. Non ci sono scuse e neanche vie di fuga. L’imperativo non ammette deroghe e debolezze. Bisogna.
Se non mi ispira, non la vedo, non è pronta la devo tirar fuori dal cappello del prestigiatore. Che ci sia vento o pioggia. Che sia un piacere o un fardello. Che mi sorrida o mi segua col muso.
Altro che sano egoismo. Le contraddizioni in termini non sono ammesse.
D’altra parte la buona volontà almeno non porta sensi di colpa. E forse alle stelle interessa solo questo, così sono sempre in pace con la coscienza. Loro sono lì, ci sono, accidenti se ci sono. Se non guardo in su mica stanno a rimproverarsi perché brancolo nel buio, la voglia e la forza di alzare gli occhi ce la devo mettere io.

E in un lampo di buona volontà scopro che tutte le cose belle le regala lei. Non c’è altro da aggiungere. Quando la memoria proverà a svicolare rileggerò queste righe: scripta manent.