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venerdì 4 agosto 2017

Espressioni di solidarietà

Hai i genitori anziani e una badante è un costo che non puoi sostenere. Hai un familiare malato ma non puoi assentarti dal lavoro tutto il tempo che serve per assisterlo. Hai i figli piccoli e il nido non copre tutte le ore necessarie. Hai un parente solo (o sei solo) e pensi sempre che un po’ di compagnia sarebbe quasi tutto.
Non tiriamo in ballo lo Stato, il Comune, i Servizi Sociali delle Asl e via dicendo. Non sono altro da noi, ci rappresentano e esprimono quello che siamo in un dato spazio e in un dato tempo. E poi diciamolo, la prima solidarietà è l’ordinaria umanità. Quella degli amici, dei vicini di casa, delle persone. Delle persone. Persone che per istinto dovrebbero tendere una mano invece di coltivare egoismo ad oltranza. Altro che immigrati, ospitalità, integrazione. Noi siamo scollati, gli uni dagli altri, da almeno qualche decennio.
Teniamo i problemi sotto chiave e sullo stesso pianerottolo del condominio manco sappiamo se ci sono vivi, morti o così così. Ci arrangiamo, fin dove possiamo, e combattiamo strenuamente per uscire con il sorriso altrimenti siamo automaticamente out. Nessuno vuole reggere un po’ del peso altrui perché ha già il proprio oppure si sente in diritto di godersi la propria beatitudine alla faccia di chi è più sfortunato.
E allora? Come minimo moriremo poveracci di spirito. Come massimo faremo i conti con il nostro turno se la ruota gira.
Perché non pensarci? Perché non alimentare una cultura della piccola vicinanza? Perché non trovare il coraggio e il vantaggio della condivisione? Perché non sentire il piacere della libertà? Già. Anche di libertà, si tratta. Libertà di avere affanni, preoccupazioni, difficoltà. Libertà di poter comunicare un disagio.
Aggiungerei…perché non possiamo sperare in condomini solidali, in circuiti virtuosi di sostegno tra conoscenti? In una rete di contatti e relazioni più autentiche e profonde?

Mi piacerebbe raccogliere pareri, proposte, riflessioni.

sabato 4 giugno 2016

Non fate tutti i santi con Sara

Tutti smargiassi eh con chi non ha aiutato Sara?
Facciamo finta di non vedere la famiglia in difficoltà sul nostro pianerottolo, ignoriamo chi è mangiato dal male di vivere, non abbiamo mai tempo, forza e coraggio per i problemi altrui, scansiamo tutto quello che non ci casca proprio addosso.
Tiriamo fuori l’audacia e la solidarietà solo quando si tratta di additare chi ci ricorda esattamente quanto siamo miserabili.
Mi addolora terribilmente la morte di Sara come mi addolorano tutte le violenze. Ma mi addolorano anche il vuoto, l’egoismo, la falsità, la spacconeria. Siamo tutti vittime. Della paura, dell’individualismo, dell’aridità, della ferocia.

Spesso possiamo pure giustificarci…siamo umani. E’ vero ma dovremmo esserlo anche per tacere, con rispetto, dispiacere, sincerità. 

sabato 28 novembre 2015

Una vita su misura

Ci vorrebbe il sarto e neanche basterebbe. Saremmo capaci di trovarne uno di dubbie abilità e scarso zelo.
Siamo messi così. Egoisti o individualisti, ditelo un po’ come vi pare, fino alla più pericolosa e inspiegabile stupidità. Non esiste un mondo vivibile se non facciamo di onesta e buona volontà una ricchezza.
Mi irrita perfino l’idea che qualcuno mi bolli di ingenuità o banalità.
Almeno per tornaconto vogliamo renderci conto che infangare la vita non farà che farci vivere nel fango? Ecco, tutto qui. Insomma se proprio la sensibilità non è nel vostro dna fatene una questione pratica.
Non possiamo continuare a pensare che quello che avviene fuori dalla nostra porta di casa o dalla nostra zona di comfort o dal nostro spazio di interesse o piacere non ci spezzi prima o poi le gambe o ci cambi i connotati.
Non possiamo crederci superiori ad altri.
Non dobbiamo insultare la grandezza del creato.
E, francamente, neanche svilire l’umanità a un’accozzaglia di esseri mediocri cocciuti maligni feroci.
La vogliamo calda e fredda, a gusto personale. Senza un briciolo, e dico davvero un briciolo, di riflessione, apertura, lungimiranza, senso di giustizia. Tutto per una brama così ridicola e insensata da far accapponare la pelle.

Ma vaffanculo, verrebbe proprio spontaneo, all’imbecillità che ci ha reso gregge senza midollo e senza cuore.

mercoledì 25 marzo 2015

La buona volontà

Io ci penso eccome, alla buona volontà. Che qualche volta si sveglia con me al mattino e brilla tutto il giorno, altre volte lotta ma perde la battaglia perché io  remo contro, ribelle o annoiata, in certe albe uggiose non si fa trovare anche se mi sembra davvero di cercarla con tutta la passione del mondo.
Mi chiedo se e fino a che punto lei abbia una vita autonoma. Insomma chi ha in mano il telecomando, lei o io?
La ragione del pensiero inquieto è il senso. Della buona volontà, intendo. Nel mezzo di ansie e gioie quanto serve la buona volontà? Verrebbe pure la curiosità di sapere se c’è un premio, alla fine, per l’eventuale fedeltà. E le origini, ecco sulle origini non ci dormo la notte. E’ come la primogenitura contesa tra uovo e gallina:  chi è nato prima, la buona volontà o io?
Già, che se fossi nata con la buona volontà incorporata magari cedimenti non ne avrei mai. Se invece il destino è quello di pescarla ogni giorno va da se che qualche volta non abbocchi all’amo o io sbagli mare, lago, fiume.
Ma l’ingarbuglio sta proprio lì. Come accidenti mi muovo a onorarla se non è lei stessa a motivarmi? Niente da fare. Non ci sono scuse e neanche vie di fuga. L’imperativo non ammette deroghe e debolezze. Bisogna.
Se non mi ispira, non la vedo, non è pronta la devo tirar fuori dal cappello del prestigiatore. Che ci sia vento o pioggia. Che sia un piacere o un fardello. Che mi sorrida o mi segua col muso.
Altro che sano egoismo. Le contraddizioni in termini non sono ammesse.
D’altra parte la buona volontà almeno non porta sensi di colpa. E forse alle stelle interessa solo questo, così sono sempre in pace con la coscienza. Loro sono lì, ci sono, accidenti se ci sono. Se non guardo in su mica stanno a rimproverarsi perché brancolo nel buio, la voglia e la forza di alzare gli occhi ce la devo mettere io.

E in un lampo di buona volontà scopro che tutte le cose belle le regala lei. Non c’è altro da aggiungere. Quando la memoria proverà a svicolare rileggerò queste righe: scripta manent.