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giovedì 31 agosto 2017

Chiacchiere d'amore

E' difficile, fare chiacchiere d'amore. Par quasi di ammantarlo di frivola superficialità. Eppure l'amore è leggero, deve essere leggero. Leggero come una carezza, leggero come un aquilone. Certo può stringerti forte, in un abbraccio caldo, ma resta una piuma, per l'anima.
Quello che ti fa bene, quello che ti fa vivere. L'amore.
Lontano, molto lontano, dal groviglio impietoso di gelosie e ripicche, di possesso e noia, di pretese e regole. Da quella cappa cupa dell'abitudine, dell'indifferenza, dell'apparenza. Dal potere e dal dovere, dai confini chiusi.
L'amore è poesia. Scritta e respirata nella pace assorta, nell'euforia genuina, nella tenerezza gentile, nell'ardore appassionato. L'amore è un infinito di pagine e pensieri, di attimi e sogni, di cielo e terra. Non si stringe nel pugno, si accoglie tra le mani. Non si appiccica in testa, si infila nel cuore. Passeggiando sulla spiaggia, leccando un gelato, preparando il pranzo, guardando un film, scegliendo un abito. Facendo chiacchiere, chiacchiere d'amore. Che sono complici di sorrisi, baci e risate. Che srotolano pensieri e creano complicità. 
Nascono così i piaceri dei giorni e degli anni, quelli che diventano ricordi.

martedì 30 maggio 2017

Bellezza al chilo

Sono nate prima le donne o la bilancia?
Quando è iniziata la bellezza a peso?
I modelli di riferimento, in burrose o scarne figure, sono un tormentone culturale. Questo è più o meno sicuro, almeno alle nostre latitudini geografiche…e mentali. Insomma non siamo obbligati a compiacere un certo tipo di ‘bellezza’, sempre ammesso che madre natura non ci ostacoli precludendoci perfino il tentativo, però possiamo diventare schiavi dello specchio per terrore di scherno o di insuccesso.
Una volta tale schiavitù era quasi esclusivamente femminile.
Adesso, per una sorta di giustizia terrena ma piovuta dal cielo, pure gli uomini sono sotto il fuoco di fila della bellezza al chilo. La pancia è out, i rotolini di grasso provocano crisi di identità, la cellulite leva il sorriso. Gli uomini, più delle donne, curano almeno la muscolatura. Le donne si ostinano solo a privarsi del piacere della tavola quindi molte sono sottopeso e flaccide.
I selfie solo con filtri, ovviamente.
Il vanto di una taglia 38 o 40 è espresso con un’euforia travolgente.
E guai, proprio guai, per le sottomesse, a lievitare in gravidanza, in menopausa, per malattia o solo per un’alimentazione leggermente più spensierata.
Poi per fortuna c’è chi accumula nel cervello un peso di tipo qualitativo e, bellamente, se ne infischia di quello che l’ago inquisitore dice al mattino. Queste deliziose e fascinose creature sembrano vivere in un altro mondo, fatto di valori e possibilità che non si misurano in centimetri o chili.
Al di là di veri drammi giovanili, anoressia o bulimia, ci sono tanti affanni, malumori e frustrazioni che ogni giorno colpiscono persone di ogni sesso e età: non essere abbastanza esili, avere un guardaroba non proprio small, essere giudicati poco attraenti.
Uno: cosa ne sa il criticone di turno o quello che fa la faccia di commiserazione, del corpo altrui e della sua vita?
Due: quale infusa saggezza ispira i maniaci della magrezza tout court?
Tre: davvero è più importante additare un cuscinetto adiposo invece di bearsi di ogni altra virtù?

martedì 14 giugno 2016

Omofobia: la violenza dei deboli

L’omofobia è la malattia dei deboli.
D’altra parte l’odio, la discriminazione, la violenza sono sempre terribili debolezze. Sono il pericoloso frutto della paura, dell’ignoranza, della stupidità. E spesso sono anche angosce indotte, fomentate da chi della paura, dell’ignoranza, della stupidità fa chiave di potere.
Come definire una ‘civiltà’ nella quale ha posto l’omofobia? Una civiltà miserabile.
Recita il vocabolario Treccani <degno di essere commiserato per la sua triste sorte, per la sua infelicità>. Ecco, il miserabile è infelice. Una cultura chiusa, annebbiata e triste è destinata a soccombere. La forza e l’energia delle diversità sono una ricchezza della quale si priva fino allo sfinimento. Opaca, attorcigliata su stessa, incapace di amare, votata allo squallore, partorisce un costume bieco.
L’omofobo è un essere costretto in una gabbia, insieme all’integralista di qualsiasi religione e al razzista.
Credo che spetti agli uomini e alle donne forti di questo mondo, con la loro letizia, la loro intelligenza, la loro sensibilità, far loro aprire questa dannata gabbia.
E’ possibile, una società dove regni su tutto il diritto alla serenità possibile…
Il rischio più grosso che corriamo è invece quello di restare nelle grinfie dei manipolatori del mondo, quelli che non riconoscono questo diritto perché  stroncherebbe le loro smanie di controllo.
E’ così che abbiamo partorito uomini che non sanno più essere uomini, eterosessuali che uccidono le donne che osano non essere succubi, donne che non hanno passione e rispetto per la loro stessa vera natura. E’ così che non ci vergogniamo della caccia alle streghe. E’ così che siamo diventati molli e fasulli. E’ così che abbiamo perso la dignità e la grandezza della vita.
Chi punta sempre il dito contro qualcuno vuole distoglierci dalla luna.
Che quel qualcuno sia gay, nero, ateo o credente per me francamente conta poco. Lui è me, sempre e comunque.  

sabato 22 agosto 2015

Quando il sesso vien per nuocere

Capita che l’uomo non ceda all’ammiccamento di una damigella. Questione di gusto e caso. Che non è poi assoluto il principio per cui il maschio non si lasci scappare l’occasione sessuale. La lusinga può arrivare dalla donna che proprio non piace o nel momento sbagliato e lui dice no e rifiuta l’amplesso o, garbatamente, finge di non cogliere l’invito e svanisce nel nulla.
Ci sono donne che non ‘perdonano’ il no. Non lo accettano ‘culturalmente’, insomma sono abituate a essere quelle che decidono se e quando spassarsela sotto le lenzuola e, naturalmente, con chi. E’ un’offesa al loro fascino, alla loro femminilità, al loro potere persuasivo quindi meditano vendetta.
Ci sono donne più libere e intelligenti che fanno spallucce o piangono per i beati fatti loro e poi riprendono il corso della vita senza che l’audace maschio del gran diniego abbia più notizia di loro. Sono poche, pochissime, ma esistono.
Ci sono donne che siedono, in paziente, morbida, sorridente attesa. Sono quelle cui la natura ha trasmesso la fissazione che all’uomo gaudente e conquistatore sia dato di prendersi il tempo di guardare qua e là e levarsi altrove le voglie. Tanto prima o poi si avvede e si rammenta di quella tenera femmina generosa che lo aspetta e fa capolino nei pressi delle sue virtù. Non sono molte ma ci sono, fanno parte di quella parte di popolazione ancora avvezza allo schema dell’uomo istintivo e impudente e della donna chioccia e riflessiva.
Ci sono donne che smaniano, sbrodolano le più calde avances, continuano a farsi avanti e sotto, tirano fuori la mercanzia da gonne e decolletes pur di rapire uno sguardo, uno, del maschio che le ha voltato le spalle. Nel loro immaginario quell’uomo lì è quello che le donne le fa impazzire, di piacere. Mai e poi ci potrebbero rinunciare. Loro, pure loro, devono entrare nell’harem. Sono quelle che devono sentirsi almeno sul piano di tutte le altre donne del tizio in questione. E che diamine, cosa hanno di meno?
Ci sono donne che si trasformano in psicologhe della mutua. Se lui non ha voluto spassarsela con loro è perché ha paura di innamorarsi. Sono una spanna sopra le altre avvenenti fanciulle, loro. Il bel maschio con le altre pensa solo al godimento mordi e fuggi, nelle loro braccia invece finirebbe dritto nell’estasi eterna dunque fugge, fugge perché è immaturo, non è pronto, ha qualche trauma da superare, delle delusioni che ancora bruciano. O perché loro sono talmente al top da averne soggezione. La razza peggiore insomma. Si, sono le donne che credono fermamente di avere una marcia in più localizzata nel cervello.
Il nostro macho è ancora là. A spasso dove capita. Con in mano anche lui solo un pugno di mosche e gli anni che si accumulano sul groppone senza nulla da scrivere nel libro della vita, sia chiaro. Però senza tutto quel frullatore di pensieri e strategie. Perché questo resta, tra le due metà della mela. Una è in perenne elaborazione di teorie che stanno in piedi solo per le stampelle della cieca ostinazione al paraocchi, l’altra in costante assenza di turbamento da meditazioni fantasiose.

(su gentile input di un lui)

domenica 14 giugno 2015

L'amore è virtù

L’amore è virtù. Insomma la virtù per eccellenza, quella che le racchiude tutte, quella che non sfiorisce mai. Ha mille nomi, dunque. Già, si chiama passione, pazienza, coraggio, indulgenza, generosità, allegria. E in almeno altri 994 modi.
Non conosce orgoglio, pretesa, vanità. Al contrario gode dell’umile, mite semplicità. Già, signore e signori. Se state aspettando piedistalli, scuse, sottomissioni non avete virtù, fatevene una ragione. Se non siete abbastanza dolci e forti per non creare amarezze e debolezze non sapete cos’è l’amore, ecco. Se avete bisogno di ricambiare l’amore non proverete mai cosa significa amare, tutto qui.
La virtù è virtù, chiaro? Nessuno può improvvisarsi virtuoso perché qualcuno si prodiga in gesti d’amore. No. Quello è appagamento. Allontanatevi, tronfi, puerili, pavidi ed egoisti, l’amore non è affare vostro.

Al massimo siete capaci di fare coppia. E allora se è questo che desiderate non nominatelo neanche, tenetevi stretto e caro il vizio e non sbrodolate rabbia, insofferenza, delusione. 

venerdì 20 febbraio 2015

Uomini, non dimenticate i pantaloni

Non ci sono più le donne di una volta. E’ vero dunque bisogna ve ne facciate una ragione.
Però, cortesemente, provate a scombinare il circolo vizioso. Può darsi che se non cedete alle gonne prima o poi la ruota riprenda a girare per il verso giusto, le donne ritrovino il gusto di non sconfessare la natura e voi quindi torniate ad essere uomini appagati.
Oddio tutto d’un fiato sembra complicato. La realtà invece potrebbe sorprenderci e scivolare via liscia. Proviamoci. Fate i maschi, su, in fondo dovrebbe riuscirvi alla grande. Infilate i pantaloni e siate quello che siete stati per un tempo che non si conta sulla dita. Senza prendere Wilma per i capelli, sia chiaro, ma con le redini in pugno. Secondo me pian pianino le donne tornerebbero a comprendere che non è affatto male…
Lo so, lo so, le cose dovrebbero funzionare in un altro modo. Spetterebbe alle gentili signore invertire la marcia. Sono loro le madri ovvero quelle che governano i caratteri e le direzioni, quelle dotate di forza e sensibilità oltre ogni misura del vostro metro, quelle capaci di dolcezza e disciplina mescolate per l’elisir della vita.
Ma se aspettate il risveglio femminile diventate vecchi, bianchi, sdentati e flaccidi senza avere più energie e attimi per godervi lo stato di grazia. Su, un colpo di reni e scattate in piedi, a testa alta.  

P.S. possibilmente evitate vita bassa, cavallo alle ginocchia, arrotolamenti alle caviglie. Anzi, assolutamente. Altrimenti la mission è impossible.

martedì 17 giugno 2014

Quanta debolezza nella violenza

La violenza è spesso la malattia della debolezza. Dietro i muscoli e la mascella serrata in un atroce ghigno si nascondono incapacità, fragilità, insicurezze.
Non si può giustificare perché purtroppo genera sofferenza, fa danni, distrugge esistenze. Ma si deve capire. Bisogna sapere e riflettere su quel terribile disagio che fa esprimere con le mani o le armi.
E’ l’unico modo per non finire tutti potenzialmente vittime della malattia o di ciò che essa causa agli altri. Non mi esprimo qui con le competenze di criminologia, lo faccio da donna, da persona di questo tempo e di questo mondo. Lo faccio con l’istinto. Quello che mi dice che si lacera facilmente un tessuto che non è di buona qualità, che è liso o maltrattato. Quello che mi dice che la corda tirata si può spezzare in un lampo. Quello che mi dice che il disastro della comunicazione e delle relazioni non può che produrre tragedie.
Chi usa la forza per imporsi o per spezzare la vita altrui non può mai ricevere la nostra indulgenza e la nostra approvazione. Ma non può bastare la condanna. Bisogna evitare quanto più è possibile che accada ancora, di nuovo, e poi un’altra volta.
Occorre una ‘cultura della non violenza’, innanzi tutto. Che vuol dire molto di più e molto altro di una pena per chi uccide o tenta di farlo. Serve una di quelle parole grosse, molto grosse. Qualcosa che assomigli alla serenità, ecco. Perché, al di là delle condizioni individuali, quello che è saltato è il senso collettivo dei valori, delle misure, delle prospettive. Soprattutto tra uomini e donne. I punti di conflitto hanno superato quelli di armonia. Mancano equilibri di riferimento. Ci sono troppe cause di rabbia e frustrazione.
Inutile negare il baratro tra le due facce della mela e poi svegliarsi con il dito puntato quando il bubbone esplode. Inutile fingere di non accorgersi che ci siamo allontanati. Inutile arroccarsi sui diritti e sulle libertà quando questo non cela che un fallimento che impoverisce tutto e tutti.
Se c’è una cosa spaventosamente diffusa quella è l’infelicità. Quella della solitudine. Quella della gabbia. Quella della frattura.
Teoricamente saremmo nati per completarci, in amicizia, amore, condivisione. Ma la verità è che ormai facciamo una fatica immane a trovare corrispondenze. Abbiamo paure, pregiudizi, arroganze devastanti. Aspettiamo o pretendiamo di essere collocati su un piedistallo ma non vi collochiamo alcuno. Manchiamo di rispetto ma lo esigiamo. Abbiamo ‘maturato’ un egoismo atroce che sventoliamo come bandiera di indipendenza. Siamo piccoli e stupidi. Diamo sempre, al massimo, ciò che riceviamo. Mai più slanci e naturalezze, solo tattiche di difesa o di opportunismo.

Ci sentiamo moderni. Invece siamo miserabilmente in frantumi.

martedì 27 maggio 2014

Cose da donne

Perché se ci prova è un porco. Se insiste chi si crede di essere e per chi ci ha preso. Se fa l’amico non siamo più seducenti. Se ci ignora è un cretino, per dirla gentilmente.
Non che le donne siano solo questo, fortunatamente. Ma, insomma, questo è un ritratto che difficilmente possiamo dire non ci riproduca in modo molto, molto, molto vicino alla realtà. Quasi che la femminilità passasse da quell’attimo. Dallo sguardo che si ferma, si gira e ci accompagna. Dall’invito, dalla proposta, dal complimento. E da una misura perfetta, che lusinghi ma rispetti.

Che poi sono un po’ frottole, ammettiamolo. Perché quello che ci piace può essere un porco presuntuoso amico cretino e quello che non ci garba non ne azzecca una neanche se è il migliore degli uomini.

sabato 8 marzo 2014

8 marzo insieme

‘La vera rivoluzione sarebbe che le donne amassero le donne e si ricordassero di amare la vita. La vera rivoluzione sarebbe che gli uomini amassero gli uomini e si ricordassero di amare la vita. La vera rivoluzione sarebbe che le donne e gli uomini amassero le persone e si ricordassero quanti piccoli e grandi prodigi fanno insieme. Solo insieme’.
La signora Lia questa volta consegna un’insolita dolcezza.
Non che lei sia mai belligerante, cruda o irrimediabilmente scettica. Ma qui ci leggo un tocco proprio soave, seducente, persuasivo. E, se la conosco bene, credo intenda effettivamente servirsi delle sublimi maniere per esortare e convincere.
Mi ritrovo grezza. Io che di solito sono quella che arrotonda la sua saggezza schietta. Io che avrei scritto ‘la vera rivoluzione sarebbe ridere di una festa come se fosse la scena di un film, una cosa di fantasia, roba che nel mondo reale non ha posto e senso. La vera rivoluzione sarebbe chiedersi l’8 marzo che cosa? La vera rivoluzione sarebbe la pacifica libertà, il pacifico incontro, i pacifici destini. La vera rivoluzione sarebbe la festa della verità, della nudità, della dignità’.

Comunque la pensiate la signora Lia ed io auguriamo pace e abbracci, intelligenza e ironia, allegria e complicità alle donne e agli uomini. Soprattutto a quelle e a quelli che ne hanno più bisogno.

sabato 18 gennaio 2014

Una storia d'amore

Siediti. Lo disse con tono quieto ma fermo.
E lei obbedì, poggiando le mani in grembo e abbassando lo sguardo.
Era quasi buffa. Sembrava una bambina in attesa di un castigo che, con l’aria pentita e remissiva, spera di attenuare l’ira dell’adulto arrabbiato. Ma lei non era più una bambina. Anzi. E lui era l’uomo che le era accanto da decenni.
Usava quel tono grave poche volte ma quello era un periodo duro, le brutte notizie parevano non avere alcun ritegno, piovevano come temporali estivi, improvvise e impietose.
Si sedette anche lui e lei sbirciando appena intravide un piccolo sorriso. Forse stava cercando un modo delicato per presentare il nuovo schiaffo della vita.
Non sono bravo con le parole dell’amore, lo sai. Non lo sono stato neanche al mare 30 anni fa quando ti ho visto per la prima volta e per paura di non rivederti più ho tirato fuori un’impertinenza che non credevo neanche mi appartenesse. Per fortuna tu ci hai visto un lato comico nella mia invadenza pasticciona e, da allora, mi accompagni con una grazia che non finisce di commuovermi.
Lei rise appena, arrossì e lo guardò negli occhi prendendogli le mani con le sue.
Cosa devi dirmi?
Che 30 anni d’amore sono tanti. So che non ti sono mai piaciuti gli anniversari, hai sempre detto che i sentimenti si celebrano ogni giorno e che porta male annotare una data e osservarne scioccamente il rito.  Ma questa volta desidero festeggiarli. Puoi comprendermi?
A lei non riuscì di rispondere. Mai un numero le era parso un pensiero così felice e luminoso. Pronunciò il si con gli occhi che la sapevano più lunga di tutte le parole dell’amore e lui l’abbracciò forte forte.
Stai diventando romantico, vecchio mio, disse lei riprendendosi un po’. E non smetti mai di stupirmi.
Grazie.
Oh non ringraziarmi, questo numero eccita anche me, non voglio accontentarti, mi piace l’idea di festeggiare, ora.

Non ti ringraziavo per questo. E’ che tu sai sempre prendere quello che sono.