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giovedì 3 ottobre 2013

L'ebbrezza dei tetti

Io ci sono stata, sui tetti. Tanti tetti, tante volte. Senza imbracature. In barba alla prudenza e a tutte le buone norme di sicurezza. Come sul fronte della roccia ferita che, a strapiombo, lacerava tutto. E adesso lo posso pure scrivere, il tempo si è portato via gli obblighi e le sanzioni. E mi ha lasciato viva e intera. Doveva andare così, il mio destino non prevedeva rovinassi dalle altezze.
Adesso penso diversamente a te. Che urlavi perché scendessi. Che tiravi un sospiro di sollievo quando mi rivedevi con i piedi saldi a terra. Che poi ci sorridevi, su quelle che erano le mie stravaganti audacie di passione e dovere. Perché le capivi, si le capivi, anche quando scuotevi la testa, mi supplicavi di stare attenta, mi dicevi che avevo un senso esasperato del servizio.
Se allora mi divertivi e mi commuovevi, collega per un drammatico caso, oggi mi dai la misura delle combinazioni. Se allora la tua stima e la tua fiducia mi arrivavano come un giudizio generoso delle difficili circostanze, oggi le sento come una traccia.
Grandi opere. Bastano due parole, corte e abusate, e mi vieni in mente tu. Ne sappiamo qualcosa, tu ed io. Di quelle vere. Che non pronunciavamo neanche, a testa bassa, con le lacrime agli occhi, alla vista che ci tagliava le gambe. Col fiato che il disastro ci aveva allenato.
Ecco perché ti arrendevi entusiasta. Ecco perché le capivi, la forza e le bizzarrie. Erano
impellenze, sarei caduta solo se non avessi dato tutta me stessa. E tu, che di calcoli te ne intendevi, mi hai allargato addosso uno sguardo illuminato da un sospiro: “I calcolatori non possono essere creativi. Per essere creativi occorre generare qualcosa, ma i calcolatori non generano nulla. Eseguono solo il programma” (Ada Byron).

Grazie ing., per i ricordi e per molto di più.

lunedì 30 settembre 2013

Il mazzo di sogni

Ad ogni ora, del giorno o della notte. Ti svegli sempre con un mazzo di sogni sul cuscino. Basta quello spazio che ti sottrae alla corsa senza posa per ritrovare intatti i pensieri che vuoi. Così li chiami, i sogni.
In strada, sotto la tua finestra, scorrono i buoni e i cattivi umori. Quelli della veglia e quelli del sonno. Che sono, è vero, fatti proprio dalle disposizioni delle corse senza posa e dei sogni. In fila, i tuoi e quelli di tutte le anime che la abitano.
Nel coro degli uccelli, tra i vasi di gerani, alla luce del lampione, rasente i muri, tra le lenzuola stropicciate, con il rombo dei motori.
Occhi svegli e disarmati o fremiti allegri dalle palpebre chiuse.
Quel giorno il mazzo l’hai raccolto, fasciato e infiocchettato come fa il fiorista che prepara le rose e l’hai regalato alla tua vita. Nella via degli umori si è accesa una strana stella, fa servizio continuato, con il sole e con il buio.

Il mazzo di sogni ha sorprendenti radici e non smette di fiorire. 

sabato 28 settembre 2013

La luna, il dito e gli stolti

Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito.
D’altra parte la luna non è di tutti. E ci sono stolti altezzosi, non puoi neanche aiutarli e
spiegare loro dove puntare gli occhi che tirano calci, sbuffano come mantici, morsicano come vipere.
Fanno i sostenuti, dice la signora Lia. Gonfiano il piccolo petto, tirano fuori un paio di muscoli allo stadio embrionale, stringono il loro pugno di mosche, inarcano le sopracciglia spelacchiate e sfoderano quattro stupidate con tono saccente.
Se possibile bisogna fermarli. Prima dell’ultimo atto, insomma prima che diano fiato alla bocca.  Per rispetto alla luna. Che non vuole si prestino l’orecchio e il tempo a chi disprezza ogni fascio di luce. E ha l’animo troppo delicato per sopportare i gonzi cattivi (che ai gonzi buoni non viene neanche in mente di non ammirare la luna!).
Non datevi pena se vi hanno importunato, offeso, umiliato. Se avete dato loro tanto e tanto e tanto, anzi decisamente troppo. Scambiate con garbo il piatto e mangeranno esattamente il disgustoso cibo che hanno cercato di servirvi.
Assicuratevi solo di ignorarli, da quel momento in poi, per sempre. E, soprattutto, che non abbiano mai a permettersi di dirsi vostri amici con alcuno.
“A volte certe benedizioni di Dio si manifestano mandando in frantumi tutti i vetri” (Paulo Coelho).

Ringrazio Conci Rinaudo per la splendida fotografia.

venerdì 27 settembre 2013

Il cammino della pietra

In riva al mare. Plasmata dal sole, dal vento, dall’acqua. Pietra levigata. Tanto più levigata quanto più capace di assorbire il lavoro dei tanti elementi in fermento.

E immagino un cammino, in riva a quel mare. Sogno uomini come pietre. Desiderosi di sole, vento e acqua per farsi lisci e lucenti, belli di virtù.
(Ringrazio Conci Rinaudo per la concessione della fotografia)

giovedì 26 settembre 2013

Si deve amare così

Amare la propria terra significa almeno tre cose:
capirla e rispettarla
lottare perché non muoia
sostenere chi la vuole viva
Almeno vuol dire che l’elenco è più lungo. Ma anche che questi tre punti sono la base essenziale per non trasformare la propria terra in una stazione di partenza senza ritorno.
In una frase: bisogna tenere la luce accesa perché nel buio la vita è cupa assai!
Il pensiero minimo è della signora Lia, ovviamente maestra in note d’impatto.

Questa volta il mio non lo aggiungo. 

mercoledì 25 settembre 2013

'A livella (di Totò)

…“Ma quale Natale, Pasqua e Epifania!!!
Te lo vuoi ficcare in testa…nel cervello
Che sei ancora malato di fantasia?
La morte sai cos’è? E’ una livella”…

E Totò la livella la conosceva bene, già in vita. Come i vecchi muratori. 
Simbolo essenziale. Questione di luce e di passi. Storia di conoscenza.

Come si possa non averne il senso e la misura, quasi mi sfugge. Non in termini di percorso, che può non essere dato a tutti, ma almeno di aspirazione o percezione. Ecco tutto.

lunedì 2 settembre 2013

Selezionare il writer

Esatto, amico mio, sintesi perfetta! Tutti possono leggerlo, anzi, più sono meglio è,  ma pochi possono (e devono) capirlo. Il libro funziona come il film o il cartone animato, naturalmente.
Bravo, a te non scappano i Perché? In che senso? Quelli che pongono questo genere di domanda sono quelli che non possono (e non devono capire).
Il genere in questo caso, hai ben intuito, funziona a meraviglia per depistare. Ecco perché il vero editore è sempre dentro le segrete cose. Fiuta che quel libro è quel libro.
Questione di linguaggio, taglio, allusioni, elementi “misteriosi”, ipotizzi giustamente.
C’è un filo invisibile a molti, visibile ad alcuni, per intenderci.
Certo, posso svelarti come quell'autore sceglie quel (ghost)writer.
Più (ghost)writer vengono chiamati al capitolo, al pezzo, alla pagina di prova. Ciascuno scrive e si rimette al piacere del committente. A quel punto la “valutazione” è…reciproca! Autore e (ghost)writer si “riconoscono”, bravo amico mio, è proprio così!
Il (ghost)writer fa il barcaiolo, per quellautore. Se il committente muove appunti, non coglie, non gradisce il (ghost)writer comprende che non è un navigante. E altrettanto vale per il committente: se il (ghost)writer non intercetta la rotta è evidente che non è un barcaiolo.
Se un (ghost)writer non è un barcaiolo non può scrivere per un navigante. Se un (ghost)writer è barcaiolo può scrivere anche per chi non lo è. Con la prova appura che non lo è e allora si mette a scrivere da semplice terrestre!
Ma allora…a sfidare il tempo sono solo quelli, giusto?

Giusto, amico mio.