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giovedì 5 settembre 2013

Raccogli le briciole

Ai suoi tempi non si buttavano, le briciole.
Il vecchio le ha vissute, la morsa della fame e la poesia della virtù.
Più che la pazienza ha praticato la verità delle cose e dei pensieri. Certo ha pianto, sperato, forse imprecato. Certo ha provato il dolore e l’umiliazione. E, qualche volta, ha desiderato conoscere un momento di briciole senza valore.
Ma si è rialzato, ogni volta. Dalla caduta del cuore e della saggezza. Dallo scivolone dell’illusione, della cupidigia, della stupidità.
Ha le mani deboli, ora. Il passo stanco. E i denti che non mordono più.
Eppure il pane secco è ancora buono, nel latte o nel brodo. Che forse il pasto buono è meglio lasciarlo ai figli o ai nipoti.

A me fa piangere il vecchio, è vero. Ma soprattutto mi fa pensare. Che voglio essere come lui e raccogliere sempre le briciole.

sabato 27 aprile 2013

Dalla parte dei soldi


I conti della serva, dicevano i nonni. Quelli che tornano, sempre.
A uno che non ha un euro in tasca non vai a dirgli che i soldi non fanno la felicità. Però lui sa meglio di chiunque che desidera molto di più qualcosa di simile a una vita dignitosa che a un’esistenza da nababbi. Non sogna la Ferrari e non ha bisogno di trastullarsi con lo shopping. Ma vorrebbe tanto poter mangiare quello che più gli fa gola, non sudare freddo a ogni bolletta, portare i bambini in gelateria, pagare l’affitto di casa e magari dormire senza angoscia la notte.
Non credo che il ricco che lo lascia in povertà gli faccia invidia, se mai rabbia. Una rabbia così umana che la devono comprendere tutti. Una rabbia così umana che può diventare difficile contenere e perfino punire.
Se il rischio se ne infischia siamo nella giungla. E allora la legge della giungla è quella del più forte, in qualsiasi senso e modo. Se il povero vince con i calci e i pugni diventa il leone, tout court. Altro che raccontargli che bisogna essere succubi pacifici.
Direte voi che tra gli opposti poli c’è la “massa”, quella che sopravvive o che non è ricca e non è povera. Una massa ridotta assai, mi pare, ma consideriamola pure. E avanti giungla allora, perché in una società stagnante, avvilita e sfibrata la massa tenderà facilmente al basso e quindi andrà a aumentare le fila della povertà. Non sarà un cuscinetto insomma.
I conti della serva, quelli che tornano sempre, non dicono se sono più potenti i numeri o i
mezzi però io una modesta teoria ce l’ho. Fino a un certo punto, l’ora X, prevalgono i mezzi: molti mezzi concentrati in poche mani tengono in scacco molte mani vuote. Quando poi l’orologio raggiunge l’ora X, quella della fame, della disperazione, dell’indignazione, del terrore o come vi piace chiamarla, le mani vuote iniziano a menare colpi, a stringere gole, a fare razzie e molte altre cosucce più o meno simpatiche.
E’ la natura, people! Assomiglia a quello slancio impetuoso e febbrile dei ricchi quando difendono il loro recinto, si alleano per conservare i privilegi, cacciano indietro i poveri.
Qualcuno lo chiama istinto. Spazza via tutto l’ordine costituito della pazienza, del buon senso, del garbo, della civiltà.
Brutale e orribile, è vero.
D’altra parte se governa quelli che stanno bene come possiamo ostinarci a credere che non possa governare chi sta male?
Sono i conti della serva, quelli che tornano sempre.
Roba che pure i soldi conoscono. Quasi fanno i Robin Hood da soli, si consegnano con piacere ai portafogli rotti dei poveri perché almeno li rispettano, dice la signora Lia.

giovedì 7 marzo 2013

Il business della ripresa


C’erano una volta l’agricoltura, lo scambio, il lavoro, il piccolo commercio.
Poi è venuto il tempo dei grandi affari, delle illusioni, della pigrizia, della smania.
Dove è rimasta la terra sono nate distese monoculturali comode e redditizie per ridurre rischio e fatica e vendere il raccolto prima ancora della semina. Tutto in pasto all’industria che confeziona, surgela, inscatola e distribuisce nel mondo. Con buona pace della qualità e del gusto, naturalmente. Produzione su larga scala, si è cominciato a dire. Che coccolava il pensiero della miniera d’oro e ci faceva sprofondare nel baratro dei cercatori falliti.
Il contadino è diventato imprenditore nel modo peggiore possibile. Ha smesso di rispettare la terra e ha cominciato a strizzarla per ricavare in fretta tanti denari per investire in borsa. Ha smesso di amare l’aia e le galline e ha stipato i polli in enormi allevamenti prigione perché sfornassero uova a ripetizione. Ha smesso di andare al mercato a vendere la frutta di stagione di qualche albero, molto meglio trasformare l’intero podere in frutteto predestinato ai grandi stabilimenti che fanno tonnellate di marmellata.
Adesso la crisi è peggio della iattura della cattiva annata, della siccità o del gelo, tutte quelle avversità di natura che erano rovello per mio nonno.
Il pesce grosso nei decenni ha divorato il piccolo: la terra non era più dei contadini ma delle super aziende che dopo aver imposto la coltivazione hanno pagato sempre meno i prodotti. E oggi, con i consumi ridotti e la debacle generale del sistema, i pescecane non ritirano neanche più tutto ciò che l’agricoltore produce.
Risaie su risaie, per chilometri non intravedo altro, difficile perfino scorgere un piccolo orto. E il prezzo del riso crolla. Ricordo che qualche anno chiedevo ai risicoltori perché non diversificavano e non si rimettevano a pensare al chilometro zero, ai bisogni locali, a un commercio più ristretto ma forse più sostenibile…e mi rispondevano che ci volevano investimenti, competenze, risorse umane. Accidenti, come avranno fatto allora mio nonno e i suoi coetanei, poveri e con mezzi assai meno avanzati?
Di questi tempi evito di addentrarmi sulle storture della globalizzazione, sul tortuoso cammino delle merci e delle quote e delle logiche europee, ma è evidente che è ora di pigiare il piede sul freno per poi ripartire con ben altra prospettiva.
Più che lungimiranza, sensibilità e intraprendenza temo però che sia richiesta anche una qualche dose di fatica. Insomma, non sarà proprio questo il problema?
La terra è bassa, qualcuno lo mormora, altri lo gridano proprio. Meglio una onorevole laurea in disoccupazione, forse. O la chimera di una ricchezza che ci ha accecato e ora ci presenta anche il salatissimo conto.
Io francamente le mie braccia e la mia schiena le offrirei volentieri, alla terra. Possibilmente però vorrei lavorare la terra di una volta, non gli sterminati campi di soia alla moda. Considerando la mia passione per il latte potrei anche imparare a mungere le mucche, forse troverei occupazione in un lampo. I mungitori che conosco sono rigorosamente indiani e pakistani, loro non lo considerano un mestiere inaccettabile come gli italiani, trattano bene le bestie, potrebbero prendermi come apprendista.
Quando la smetteremo di ragionare in termini di “crescita” impossibile e inutile e inizieremo a pensare veramente a fare bene quello che serve?
Non è una logica piccola quella locale, è semplicemente logica.
Il business della ripresa è nell’economia reale.