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martedì 4 agosto 2015

Ricchi e felici

Lo conosci quel lamento? Quello dei ricchi che si guardano le spalle e non sanno più di chi fidarsi. Quello dei ricchi che provano lo sconforto di ricevere riguardi e non rispetto. Quello dei ricchi che respirano la noia dei desideri esauditi in un lampo. Quello dei ricchi che rischiano di essere posseduti dalle cose che hanno e devono avere.
Si, lo conosciamo più o meno tutti, noi che ricchi non siamo.
E’ più difficile conoscerne un altro, di lamento. Quello dei poveri. Che talvolta non hanno voce e forza, neanche per lagnarsi. Al massimo sospirano, al buio. Quando sono stanchi. O quando sognano e sperano, a occhi chiusi o aperti. Non li sentiamo ma di sicuro possiamo intercettare qualche sorriso, quando comunicano con gli occhi e qualcosa di bello o buono capita sulla loro strada.
Sembrano storie parallele, destinate quindi a non incrociarsi, al massimo a sbirciarsi, l’un l’altra, di lontano. Magari con sospetto, invidia, rassegnazione, perplessità. Oppure con un languore. Qualcosa che assomiglia a una vaga percezione di disagio. E’ quello il momento esatto in cui si fa largo la consapevolezza di quanto ognuno possa sprofondare nel vuoto se non trova il modo di far convergere i cammini verso una sorta di punto d’incontro.
Sarà solo un istinto romantico, debole, ideale?
Ho l’impressione che la felicità sia una parola grossa da maneggiare. Forse per gli umani si palesa solo in guizzi. E d’altra parte anche la serenità è una chimera, tanto per i ricchi quanto per i poveri. So che l’equilibrio non esiste e che il mondo vivrà per sempre degli uni e degli altri e non di un miscuglio a dose perfetta. Eppure ho la sensazione che sia molto sciocco illudersi e smaniare per un’esistenza almeno sopportabile senza mettere in conto di giocare un po’ a viso aperto e carte scoperte. Senza osare la magia delle mescole e degli impasti.

Dite che è difficile immaginarli, i ricchi felici di condividere benessere, aria e giornate con i poveri? Chissà… 

venerdì 17 aprile 2015

Caro Diego Dalla Palma: la bellezza della ‘povertà’…

Diego Dalla Palma, ho letto quello che hai scritto sulla tua pagina facebook, la tua non quella di Diego Dalla Palma make up…
Di fronte all’ottusità di chi continua a vivere di sfarzi, di giornate effimere, di superficialità, di retorica e di egoismi si consuma il dramma di gente disperata, di bambini rapiti, massacrati e privati dei sogni. Così hai deciso di vendere i tuoi immobili, di vivere più modestamente con parte del ricavato e destinare l’altra a strutture o iniziative che aiutino orfani, giovani madri, vecchi in condizioni di bisogno, malati e profughi. Lanci l’appello affinché legali, commercialisti e associazioni ti supportino nell’intento.
Più che apprezzare capisco la volontà. In realtà non ho mai davvero compreso cosa se ne facciano i ricchi della ricchezza, i belli della bellezza, i fortunati della fortuna, se non trovano un po’ di equilibrio nell’armonia con il resto del mondo. Certo non è dato a pochi di sollevare le sorti dell’umanità intera ma sappiamo tutti, bene, che ci sono esistenze di sfrenato benessere che tengono le distanze da sacche enormi di sofferenza e indigenza e questo fa rabbrividire di orrore.
Il vero make up dovremmo farlo all’anima. Proprio così. Non so cosa ne penseranno le tue clienti e le estimatrici dei tanti prodotti, metodi, consigli estetici. Francamente me ne infischierei se non fosse che, forse, qualcuno già insinua che un buon proposito celi una qualche forma di promozione.
Potresti essere poco o troppo credibile, questo è il punto.
Esserlo poco tutto sommato potrebbe anche non nuocere ad alcuno e non nuocere te, se vai avanti con determinazione sulla tua strada. Esserlo troppo è più indigesto. Già. Fare atti di bella e, mi piacerebbe dire, naturale umanità sulla base di certe tue riflessioni si concilia con il culto dell’immagine?
Sai, a ridare valore alla vita, ai sentimenti, alla giustizia, allo spirito invece che al corpo, si finisce per dare un deciso colpo di spugna ai rossetti, agli smalti e agli ombretti.
Ma no, non è una battaglia fanatica. E’ un istinto. Semplice e liberatorio. Quanto più ci riconciliamo con il senso del nostro breve viaggio sulla terra tanto più ci disfiamo di ciò che è inutile e ingombrante. Quando impariamo a gioire d’altro non perdiamo un solo secondo a rimirarci allo specchio, caro Diego Dalla Palma. Ci prendiamo cura di noi in tutt’altra maniera, davvero.
E allora chissà. Chissà cosa succederà. A tutti quelli che seguono la tua pagina fb, a quelli cui la notizia rimbalzerà per altre vie, a quelli che ti identificano come ‘il profeta del make up made in Italy’, a quelli che acquistano i tuoi fantastici prodotti per capelli, viso, corpo.
Magari hai già messo in conto tutto. Tipo impennata o crollo di interesse, per esempio. Oppure come me stai a guardare, con curiosità, apprensione o speranza. Il tempo darà risposte, credo.

Intanto non posso che augurarmi un felice esito del tuo progetto. Di vita e di aiuto al prossimo. 

mercoledì 13 novembre 2013

Un figlio diventa padre

Un figlio dice al padre bisognoso: mi hai sempre deluso, arrangiati, io devo pensare alla mia vita. Il padre soffre e tace. Sa di averlo deluso ma non riesce a liberarsi di tutti gli errori che ha addosso e dell’orgoglio cocciuto che li ha causati.
Il tempo passa, il padre ha più bisogno, il figlio è più deluso. E la vita si fa avanti. Esorta il figlio insinuandosi nei pensieri di ogni giorno: lascia da parte il rancore e, soprattutto, l’arroganza. Se non è amore sarà pietà. Davvero riesci a non aiutarlo?
Il figlio fa il muso duro pure al suo cuore e non cede. Fino a quando saranno i figli, un giorno, a bussare alla sua coscienza: papà come sta il nonno?
Non lo so, risponde loro infastidito.
Stai tranquillo papà, noi sappiamo che a te non capiterà.
Cosa? Grida quasi il padre/figlio.
Di avere dei figli che non sanno come stai, risponde uno.
Se avrai bisogno, noi ci saremo, aggiunge l’altro.
Mi sono meritato il loro affetto e il loro rispetto, pensa l’uomo bruciando subito il soffio del rimorso.

I figli sorridono: è il tema che dobbiamo scrivere per domani, papà. E vogliamo prendere un buon voto. La maestra sarà felice della nostra bontà e della nostra piccola saggezza. Si è tanto prodigata a insegnarci a non essere egoisti, spietati, freddi, ostili. E a non disprezzare chi è in difficoltà. Sicuramente anche il nonno sarebbe fiero di noi.
Racconto realtà liberamente ispirato dalla storia di Paolo, l'uomo figlio e padre, oggi "ravveduto" e felice. Scritto per suo espresso desiderio.

sabato 27 aprile 2013

Dalla parte dei soldi


I conti della serva, dicevano i nonni. Quelli che tornano, sempre.
A uno che non ha un euro in tasca non vai a dirgli che i soldi non fanno la felicità. Però lui sa meglio di chiunque che desidera molto di più qualcosa di simile a una vita dignitosa che a un’esistenza da nababbi. Non sogna la Ferrari e non ha bisogno di trastullarsi con lo shopping. Ma vorrebbe tanto poter mangiare quello che più gli fa gola, non sudare freddo a ogni bolletta, portare i bambini in gelateria, pagare l’affitto di casa e magari dormire senza angoscia la notte.
Non credo che il ricco che lo lascia in povertà gli faccia invidia, se mai rabbia. Una rabbia così umana che la devono comprendere tutti. Una rabbia così umana che può diventare difficile contenere e perfino punire.
Se il rischio se ne infischia siamo nella giungla. E allora la legge della giungla è quella del più forte, in qualsiasi senso e modo. Se il povero vince con i calci e i pugni diventa il leone, tout court. Altro che raccontargli che bisogna essere succubi pacifici.
Direte voi che tra gli opposti poli c’è la “massa”, quella che sopravvive o che non è ricca e non è povera. Una massa ridotta assai, mi pare, ma consideriamola pure. E avanti giungla allora, perché in una società stagnante, avvilita e sfibrata la massa tenderà facilmente al basso e quindi andrà a aumentare le fila della povertà. Non sarà un cuscinetto insomma.
I conti della serva, quelli che tornano sempre, non dicono se sono più potenti i numeri o i
mezzi però io una modesta teoria ce l’ho. Fino a un certo punto, l’ora X, prevalgono i mezzi: molti mezzi concentrati in poche mani tengono in scacco molte mani vuote. Quando poi l’orologio raggiunge l’ora X, quella della fame, della disperazione, dell’indignazione, del terrore o come vi piace chiamarla, le mani vuote iniziano a menare colpi, a stringere gole, a fare razzie e molte altre cosucce più o meno simpatiche.
E’ la natura, people! Assomiglia a quello slancio impetuoso e febbrile dei ricchi quando difendono il loro recinto, si alleano per conservare i privilegi, cacciano indietro i poveri.
Qualcuno lo chiama istinto. Spazza via tutto l’ordine costituito della pazienza, del buon senso, del garbo, della civiltà.
Brutale e orribile, è vero.
D’altra parte se governa quelli che stanno bene come possiamo ostinarci a credere che non possa governare chi sta male?
Sono i conti della serva, quelli che tornano sempre.
Roba che pure i soldi conoscono. Quasi fanno i Robin Hood da soli, si consegnano con piacere ai portafogli rotti dei poveri perché almeno li rispettano, dice la signora Lia.