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mercoledì 16 ottobre 2013

Paese mio che stai sulla collina

E’ il paese dalle mani grandi e dagli sguardi bassi. Sul colle alto, sotto il cielo che scotta, tra le piante da frutta. Con la farina da impastare, la legna da tagliare, l’uva da vendemmiare. E i desideri che vivono oltre ogni vita. Sulle ciglia che scivolano nel sonno, sul lento risveglio di caffè bollente.
Ha tutte le case in fila, pronte ad affacciarsi sui passi della strada. Con la parola schietta che viaggia senza confezione, dalle teste ai cuori e dai cuori alle teste. Nella risata sommessa che si schiude di tanto in tanto, come un campanellino che trilla garbato. Dagli usci che si aprono e si chiudono in continuazione, fuori e dentro le ore.

E’ il paese appeso al muro come un quadro. Che sventola come una bandiera quando si alza il vento.
Che sarà...

martedì 15 ottobre 2013

La musica che gira intorno

Il vecchio vinile non ha più il giradischi. Ti guarda impolverato e graffiato e tu non hai il fegato di buttarlo. Pensi che tornerà, il giradischi. O che lo terrai lì, impolverato e graffiato, a farti compagnia. Come la memoria.
Che non hai neanche bisogno di sentirlo, la canzone l’hai scritta nel fiato e nelle tue orecchie non salta una nota.
Chissà cosa ci trovi, nel passato che non puoi seppellire. In quella forza che torna sempre a farti pensare e cantare, in quel suono che ha tutti i brividi che la tua pelle riconosce.
Chissà che emozioni hai conservato sulla copertina sgualcita dalle mani, dalle lacrime e dai sorrisi.
Chissà quante storie dietro un ritornello. Le tue e quelle che si sono mescolate alle tue, quando tutte le puntine facevano librare il ritmo nell’aria. Quando il tempo del cuore stava anche in quel rito, del giradischi e del vinile. Quando tutto intorno era diverso. O quando tu eri diverso.

Ne approfitto per ricordare La musica che gira intorno di Ivano Fossati.

mercoledì 9 ottobre 2013

Un pezzo di Basilicata sott'acqua...

…sta tirando fuori la testa da sola.
Il silenzio dell’informazione nazionale spacca i timpani. Perché la pioggia può essere spietata ma l’Italia intera non dovrebbe.
Siamo abituati all’emergenza che rimbalza su tv e giornali, talvolta perfino amplificata per un curioso gusto di cronaca della catastrofe. Ma questa volta la calamità sembra sfuggita alle attenzioni generali, passata in sordina, quasi censurata.
Forse la terra di Basilicata non grida abbastanza, si rimbocca paziente le maniche, conosce la legge della natura e della rassegnazione e non crea mai troppe preoccupazioni. O forse c’è un’indifferenza che, ingrata, si consegna proprio a chi è già sotto un cielo non proprio pieno di stelle.
E’ l’orribile logica della forza, temo. Quella che è facile avere ed esercitare su chi non tira fuori i muscoli.
Non ci sono risorse nella nostra Italia in crisi, neanche quando il caso si accanisce. Ogni
comunità è chiamata a cavarsela, come può. A questo possiamo, o almeno dobbiamo, adeguarci. Ma non possiamo arrenderci anche a un’Italia che ignora e non esprime una parola di conforto e solidarietà.
Senza facebook e i rivoli della rete il disastro in Basilicata non avrebbe avuto neanche la dignità di notizia. Questa è una realtà sconcertante. Battente e dolorosa come un’alluvione.

Le voci di comprensione non asciugano e non riparano i danni ma forse fanno sopravvivere l’umanità e la giustizia. Se scegliamo di tacere ci lasciamo travolgere da una disgrazia più sconvolgente di quelle della natura e del destino: la morte della civiltà. 

sabato 5 ottobre 2013

Il pane e frittata di mia madre

Vengo dopo di lui, come se fosse il tg.
Con un’altra frittata e un’altra madre. Ma con il senso perfetto delle sensazioni.
Non quelle di casa e idillio, in stile Mulino Bianco. Quelle che sono spirito di qualcosa. Magari in profumi e sapori. Forse in atmosfere. Sicuramente in autentici orizzonti.
Non bastano le tracce dove stanno appiccicati i ricordi. Non ci vuole per forza l’olio che sfrigola in padella. Ci vuole il cuore complice. E la testa che mette i piedi al posto giusto. Il pane si “sponza” soprattutto di ricerche e scoperte. Altrimenti è una catena. E le catene, si sa, spezzano le ali.
Il pane e frittata di mia madre è buono se ti ha fatto crescere e, appunto, volare.
Se ti ha insegnato l’appetito e il piacere, che sono molto di più della fame e della sazietà.
Grazie all’amico Rocco Papaleo per l’ispirazione, che il pane e frittata di mia madre è suo.

(agosto 2013)

giovedì 3 ottobre 2013

L'ebbrezza dei tetti

Io ci sono stata, sui tetti. Tanti tetti, tante volte. Senza imbracature. In barba alla prudenza e a tutte le buone norme di sicurezza. Come sul fronte della roccia ferita che, a strapiombo, lacerava tutto. E adesso lo posso pure scrivere, il tempo si è portato via gli obblighi e le sanzioni. E mi ha lasciato viva e intera. Doveva andare così, il mio destino non prevedeva rovinassi dalle altezze.
Adesso penso diversamente a te. Che urlavi perché scendessi. Che tiravi un sospiro di sollievo quando mi rivedevi con i piedi saldi a terra. Che poi ci sorridevi, su quelle che erano le mie stravaganti audacie di passione e dovere. Perché le capivi, si le capivi, anche quando scuotevi la testa, mi supplicavi di stare attenta, mi dicevi che avevo un senso esasperato del servizio.
Se allora mi divertivi e mi commuovevi, collega per un drammatico caso, oggi mi dai la misura delle combinazioni. Se allora la tua stima e la tua fiducia mi arrivavano come un giudizio generoso delle difficili circostanze, oggi le sento come una traccia.
Grandi opere. Bastano due parole, corte e abusate, e mi vieni in mente tu. Ne sappiamo qualcosa, tu ed io. Di quelle vere. Che non pronunciavamo neanche, a testa bassa, con le lacrime agli occhi, alla vista che ci tagliava le gambe. Col fiato che il disastro ci aveva allenato.
Ecco perché ti arrendevi entusiasta. Ecco perché le capivi, la forza e le bizzarrie. Erano
impellenze, sarei caduta solo se non avessi dato tutta me stessa. E tu, che di calcoli te ne intendevi, mi hai allargato addosso uno sguardo illuminato da un sospiro: “I calcolatori non possono essere creativi. Per essere creativi occorre generare qualcosa, ma i calcolatori non generano nulla. Eseguono solo il programma” (Ada Byron).

Grazie ing., per i ricordi e per molto di più.

Portentosa lingua

La memoria srotolata come la lingua sul gelato che cola lungo il cono. Il gusto e l’effetto. Come edera arrampicata ad abbracciare il muro nel complice sussurro di foglie.
Non ci sono cocci ma tasselli da incastrare. Con la pazienza che arriva alle mani perché l’amore ti fa mettere cura. Scarti i baci per leggere il pensiero, quello che se è buono raddrizza qualsiasi giornata. E la lingua raccoglie ancora i piaceri, generosa te li fa scivolare dentro.
Valle a spiegare diversamente le emozioni, quelle che aprono i cassetti e saltano fuori. Quando meno te l’aspetti. Proprio perché non te l’aspetti, forse.

Le sensazioni che te ne fanno rimbalzare addosso altre mille. Le rime perfette in punta di penna senza che il pensiero le abbia cercate. Incanto della realtà, che la sa assai più lunga dei parti mentali.

martedì 1 ottobre 2013

Il cimitero dei vivi

Ci penso spesso, all’Antologia di Spoon River. L’intensità di una poesia prestata al ruolo di epitaffio è sublime, o almeno lo è nelle sfumature di quel genio di Edgar Lee Masters che tutto il mondo di veri lettori conosce.
Al di là dei grandi messaggi, per i quali vale sempre la pena rileggerlo, mi piace sfogliarlo per meditazioni arditamente inverse. Bramo di poter leggere e scrivere gli aliti che si aggirano ancora vitali in prossimità del viale dei cipressi. Ovvero le storie che stanno prendendo il volo, a un passo dalla sepoltura che tanto avvicina terra e cielo.
Non le ultima volontà, che per improvvida o sacra ragione si lasciano ai posteri. Ma le ultime espressioni dell’esistenza. Altro che rimorsi e rimpianti, uguali per tutti come battiti di ciglia. Intime effervescenze, tempeste di desideri. 
E non è sinistro chiamare la raccolta cimitero, se l'accoglienza alle anime è quella della festa degli ultimi sensi. Anzi.