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martedì 17 marzo 2015

Basilicata: cosa vuoi più di una Pepsi?

Non solo Lucano, adesso c’è la popolare Pepsi Cola. Già, il nuovo spot della bibita sarà girato tra Matera, Craco e Aliano.
E avanti, insomma. Di film in evento, sempre più in scena. A sdoganarla, la Basilicata dei giorni nostri, è stato il mitico Rocco Papaleo naturalmente. Con e dopo di lui riflettori puntati. Già, i paesaggi. O forse la novità: le atmosfere che praticamente altrove dovresti riprodurre artificialmente con un pesante lavorio retrò e invece tra i Sassi e i calanchi trovi intatte.
La verità sta qua e là, in parecchi giri che è quasi impossibile compiere in una manciata di righe. Resta il senso, quello che può avere e quello che –chissà- potrebbe svelare orizzonti intellettuali.
Avendo qualche esperienza mi viene da pensare alle aree protette, quelle che con l’idea di mantenerle incontaminate vengono difese anche troppo. Tanto da tenerle ferme, per intenderci. Del resto penso anche alla terra alla riscossa, quella che esce dal silenzio, trova una voce e, finalmente, si mette a parlare. Insomma fa un discorso suo, ecco. Che non è solo adagiato sugli allori della natura, del passato, di un confinato illustre e di qualche prelibatezza ma che, anzi, intraprende un cammino.
Questione di personalità, diciamolo. Quella di Basilicata è zona peculiare. Assai, direi. E questo dovrebbe essere il punto di partenza. Ora che c’è la luce mi piace immaginare i lucani all’opera. Per guardare avanti. Per non farsi appiccicare addosso il bollino di parco sotto tutela.
Devo spiegarmi meglio?
Credo che sia tempo di scelte e passione. La crisi non aiuta, lo so, ma il pericolo si annida altrove. In ogni angolo di questo Paese dovremmo andare fieri del patrimonio che abbiamo ereditato. Però a rimirarlo rapiti non se ne cava granché, al di là di una propria intima beatitudine, ovvio. Bisogna farlo respirare, accidenti. Mentre vagheranno con Pepsi in giro per il mondo sarà bene che i panorami si apprestino ad aprirsi allora.
Basilicata on my mind, canta meravigliosamente Papaleo. Ecco, bisogna tenerla in testa, non stretta in pugno. E’ una terribile prospettiva quella dell’enclave, finisce per odorare sempre di extrafrontiera. E’ come tenere una serra nel bel mezzo di una libera campagna.

Forza Basilicata libera, canterei ora. Che vuol dire affrancata dalla rischiosa illusione che l’originalità valga l’isolamento. Niente è grande davvero se non può essere nel cuore di tutti.

martedì 5 novembre 2013

Nel paese si accendono tutte le luci

Qualche volta la felicità sta in un vecchio baule di una vecchia casa. Nell’eredità delle emozioni, quelle che contengono le risposte a tutte le domande.
Finalmente scopri che senso ha stare lì, con le mani che frugano tra lettere e cose, gli occhi bagnati dalle lacrime, il cuore che batte all’impazzata.

Nel paese si accendono tutte le luci, grazie a un vecchio baule di una vecchia casa. Sono le ragioni e i sentimenti a premere l’interruttore. Quelli che hanno bisogno di un vecchio baule di una vecchia casa per scattare dentro di te tutti insieme, come pupazzi a molla. 

giovedì 31 ottobre 2013

Due vecchi sul muretto

Seduti sul muretto a secco, vecchi quanto basta per averlo visto ai tempi in cui non accennava neanche un piccolo cedimento. Una mano appoggiata al bastone, l'altra levata in aria per accompagnare le parole. Entrambi. Come se la posa fosse quella di un set cinematografico al ciak del regista. 
Solo i corpi sono diventati grandi diversamente, smilzo quello con la coppola scura, tarchiato quello con il cappello chiaro.
Sono gli stessi di ieri. Sono i due che ci saranno anche domani.

In un rito che non si consuma, si ripete. Fanno uso, probi, di quel muretto, di quel tempo, di quell’incontro.

mercoledì 30 ottobre 2013

L'anima del paese storto

Ci sono luoghi che non stanno dritti. Anzi, luoghi che non conoscono le geometrie comuni. Luoghi che la natura e la vita hanno disegnato a mano libera.
Quando tutto và storto, sul foglio bianco dove cerchiamo con la penna la riga immaginaria, le prospettive degli stati d’animo lottano con le disposizioni fisiche.
E’ una lettera d’affari o una missiva d’amore e i pensieri ci comandano al rigore o alla dolcezza. Ma incliniamo e forziamo in su e in giù in preda all’impegno o alla sfida, con le lettere che barcollano ubriache e gli svolazzi che imperversano, casuali e impudenti.
Lungo il percorso le frasi sussultano, curvano o prendono la salita. Le ritrovi incollate o distanti, con le balze come le vecchie gonne o calate in un paio di scarpe troppo piccole o troppo grandi. Assolvono la funzione a modo loro, si presentano come preferiscono. Non fanno inchini a chi scrive e a chi legge. Se volete la pagina con le linee tracciate, dicono, accomodatevi altrove.
Quando tutto và storto incontri luoghi che non stanno dritti. Luoghi dove la rivoluzione dei profili ti fa toccare una bellezza sconosciuta e surreale. La bellezza imperfetta del foglio bianco, con le parole impastate di poesia della pietra e prosa del sorriso.
La dimensione dell’anima nelle forme fuori traiettoria ha sfumature di resistenza e di audacia che danzano sul filo, in bilico come le lettere ubriache. Sulle facce che aprono l’uscio di case, nelle voci che scendono dal balcone, nelle schiene che cercano il sollievo di una discesa e nella palla che corre tra i calci dei bambini.

Non fanno bella figura nelle cartoline, i luoghi che non stanno dritti. Loro sanno mostrarsi solo in carne e ossa. Le emozioni non le spediscono per posta, le conservano tutte per regalarle a chi ha l’inclinazione giusta per arrivarci. 

mercoledì 16 ottobre 2013

Paese mio che stai sulla collina

E’ il paese dalle mani grandi e dagli sguardi bassi. Sul colle alto, sotto il cielo che scotta, tra le piante da frutta. Con la farina da impastare, la legna da tagliare, l’uva da vendemmiare. E i desideri che vivono oltre ogni vita. Sulle ciglia che scivolano nel sonno, sul lento risveglio di caffè bollente.
Ha tutte le case in fila, pronte ad affacciarsi sui passi della strada. Con la parola schietta che viaggia senza confezione, dalle teste ai cuori e dai cuori alle teste. Nella risata sommessa che si schiude di tanto in tanto, come un campanellino che trilla garbato. Dagli usci che si aprono e si chiudono in continuazione, fuori e dentro le ore.

E’ il paese appeso al muro come un quadro. Che sventola come una bandiera quando si alza il vento.
Che sarà...

venerdì 13 settembre 2013

Pane e gorgonzola con salame lucano

Gorgonzola doc e dop, ovviamente. E in un impulso di voluttà direi con mascarpone e noci. Praticamente il boccone dell’estasi. Io lo accompagno con salame lucano ovvero uno dei pochi morsi che possono far dire, senza timore di essere smentiti dal cuore e dalla vita, “ti amerò per sempre”.
Non importa se per voi è il momento di pane e nutella. Mi accomodo e faccio onore alla vostra tavola con grande piacere. D’altra parte non proverei indugi neanche davanti a una farinata o a un fritto misto alla piemontese. Sarei deliziata pure da mezzo chilo (che io non conosco dosi inferiori in fatto di pasta) di maccheroni filati per dirla con l’amico Rocco Papaleo. E da un’altra sfilza di bontà che evito di elencare.

Non è un discorso basso, di pancia, ammesso poi che quelli di pancia non abbiano dignità filosofica. Anzi, direi che ce l’hanno, eccome.
E’ comunque un discorso alto, di testa. Che l’acquolina o la bava alla bocca sono il preludio a momenti sublimi. E nessuno può convincermi non sia nutrimento per lo spirito. Il cibo è la prima vera cultura. Non ammetto prove contrarie.
Quanto allo spauracchio delle abbondanze indigeste o ingrassanti, fatevene una ragione. Quello che conta è mangiare in proporzione al consumo. E allora alzerei il mondo pur di consumare a sufficienza per ingurgitare tutti quei doni del cielo che non oso più ripetere per non sciogliermi in desideri feroci.
E voglio rendere omaggio al pane quotidiano (con companatico) anche a parole. Perché di sensazioni soavi ho bisogno come dell’aria.

Ecco, ci bevo sopra un buon bicchiere di vino. Così si rallegrano pure favella e estro.

sabato 17 agosto 2013

Mille anni che sto qui

Romanzo storico, saga familiare, indagine sociologica. E forse un profondo e sofferto percorso intimo. Letteratura e introspezione, tra le pieghe del costume e l’essenza della terra.
Quello di Mariolina Venezia è un grande libro di amore e odio, cultura e ironia. Un’avventura nel tempo, dall’Unità d’Italia alla caduta del Muro di Berlino, attraverso la vita e le relazioni di cinque generazioni lucane. Una ricerca meticolosa, a tratti febbrile, delle radici e delle ragioni del tessuto sociale e delle dinamiche umane di una terra e della sua gente. Uno spaccato di realtà e mistero.
La Basilicata è per Mariolina Venezia culla e scoperta, affetto e rabbia, serenità e desolazione. Un po’ come tutte le arcane dimensioni dell’esistenza è la patria di tutto e niente, della gioia e del dolore, del bene e del male. Ma è anche la sua casa, il suo sangue, il suo destino. Non riesco a credere che avrebbe potuto scrivere una pagina di storia e di poesia così intensa e complessa se non fosse stata mossa dal desiderio, anzi meglio dal bisogno, di compiere un viaggio nella sua stessa anima. Tra luce e miseria, superstizione e fantasia, forza e rassegnazione.
Il libro non è intriso interamente della stessa intensità, ha ritmi diversi e qualche sbavatura finale ma forse anche in questo risiede la sua autenticità, emotiva e pratica. Si accosta alle epoche, quasi vi aderisce, in linguaggio e dettagli. E questo consegna al lettore anche la misura delle sfumature e delle tensioni della trama.  
D’altra parte i decenni attraversati e il cospicuo numero di personaggi non potevano rendere la narrazione più fluida e avvincente di quanto Mariolina Venezia abbia fatto. Bravissima, nella ricostruzione storica quanto nel racconto.
C’è tutto in Mille anni che sto qui. Gli orrori, i sentimenti, le magie, lo spirito, le fatiche e i sogni della gente di Basilicata. Perché Grottole, paese d’origine di Mariolina Venezia, è lo sfondo di un teatro che ne supera abbondantemente i confini fino a cogliere, esplorare, sviscerare le tradizioni, i detti, le peculiarità di tutta la regione, con ogni magnificenza, ogni contraddizione, ogni affanno.
Un po’ commovente un po’ graffiante, Mille anni che sto qui. Celebra, denuncia, smaschera. In bilico tra attrazione e insofferenza. Mi pare di capirla, Mariolina Venezia, donna lucana e donna del mondo, donna di ieri e donna di oggi.
Una lettura avvincente ma impegnativa, per pelli sensibili direi. Tanto difficile quanto ammaliante per chi abbia voglia di incontrare e percorrere sentieri impervi.
Le semplicità e le asprezze di Mille anni che sto qui sono le stesse della natura lucana. Ecco lo spessore dell’opera e dell’autrice: il coraggio, la coscienza, la conoscenza.
Penso che al cuore non si comandi, per quanto la testa vorrebbe condurci altrove. E penso che Mariolina Venezia abbia voluto comprendere davvero quale recondita “stregoneria” incateni cinque generazioni alla propria terra. Questione di identità e non solo…L’omaggio, più o meno esplicito, a Carlo Levi fa cogliere alle menti aperte, il segreto.

Pregevole saggio e straordinario studio psicologico, Mille anni che sto qui.

lunedì 27 maggio 2013

Lavat e st-nnut

I panni stesi fanno rima con chi li indossa, con le mani che li hanno lavati e appesi al vento. Poesia dei gesti quotidiani, del governo della casa, della storia che vestono.
Anime che asciugano al sole per rinnovarsi in passi e pose, per tornare sulla tavola o nel letto del candido riposo.
Disegnano bizzarre figure nel volteggio dai fili, con le mollette che li trattengono nel raggio di casa, come gioielli da custodire con cura. Cupi o sgargianti, da lavoro o da festa, i panni lavat e st-nnut sono come l’album di famiglia, zeppo di foto e di ragioni di vita.
E qui, alla luce o al tramonto di Basilicata, dove lo spirito e la malia delle arcane cose della vita sono più forti che in ogni dove, li puoi trovare sui balconi o nei cortili come in piazza o lungo il corso. Di paese in paese, come una processione devota, come una mostra a cielo aperto. Più che fierezza, verità. Quella dell’essenziale che si svela in istinto. Più commovente e intensa di qualsiasi sublime verso: poesia della realtà, senza parole che la narrino bella.
(Se vi state chiedendo come si concilia il costume con la buona creanza lucana siete lontani, assai, dalla linfa del cammino su questa terra).

Ringrazio Carlo Pastore per la fotografia di Pisticci, rione Dirupo (MT).

domenica 12 maggio 2013

Buonanotte suonatori


Magari è un matrimonio, un battesimo, una comunione oppure una cresima che importa? Ci sono tutti, come alla festa del patrono. Pure gli zii d’America che aspettavano l’occasione per tornare al paese.
Sorrisi sotto le pieghe fresche e sui volti appena rasati, la macchina pulita, le mani che salutano, i vecchi alla finestra a seguire il via vai. Con il vestito buono del colore giusto, che bianco e nero non si mettono. Con il soprabito blu che fa bella figura e se fa fresco ti salva. C’è una messa, il rito che si compie, le lacrime e gli applausi, gli uomini che aspettano sul piazzale con la sigaretta in bocca, sotto il cappello elegante che la coppola va'
bene per i giorni di lavoro.
Tutti pronti per i brindisi e per i baci. La giornata è lunga, si parla e si ride e il cibo non finisce mai come il click delle foto, come i sospiri e i ricordi che scorrono a fiumi nel presente che non dimentica mai il passato. Ora dopo ora, con la stessa incrollabile dedizione. Le scarpe fanno male, il trucco disegna una maschera, i piccoli frignano e le nonne sono stanche ma la festa continua. C’è ancora la torta, quella grande. E non basta. Che tutti aspettano le delizie fatte in casa, quelle della tradizione che guai a tradire. E in alto i calici. Qualcuno grida una dedica e non c’è anima che non esulti, con l’emozione che trabocca.
Si leva la musica, si aprono le danze. Allegria di colori e volteggi, una confusione di corpi e parole, di bottiglie vuote, di pensieri leggeri, di auguri d’affetto. Tutti vicini, fradici di euforia e di armonia. La banda suona, deve cantare quel pezzo, forza, evviva, eccita i passi, fa il bis.
Ci sono tutti, come alla festa del patrono. Fino al buio o fino all’alba, fino allo sfinimento felice. E buonanotte, buonanotte suonatori. Grazie, la festa dell’album rimane nel cuore.

sabato 11 maggio 2013

Nudità

C.Corot - Ragazza in verde -

E’ l’opera celeste, la nudità asciutta della vita che sta nel corpo.
Non è un gioiello fragile in una teca ma un tesoro così grande e forte che non sta nel tuo abbraccio, scotta di una passione quasi feroce, si allarga oltre il tuo sguardo.
Sta nella terra, non è fiore reciso, non la compri a mazzi. Conosci le radici solo se le tocchi, se lasci che l’odore impregni le tue narici, se non hai paura di startene curvo sotto il sole a guardare le foglie e poi i fiori e poi le stagioni che scrivono ogni respiro.
E ci sono i passi lenti e le movenze seducenti e le grida accorate e i silenzi densi e i sorrisi felici. Sulla nudità, nella nudità. Con tutto l’amore che c’è dentro, nell’opera celeste.
Magari è dolore, forse è piacere, qualche volta speranza altre tormento.
Bella, l’opera celeste. Che storpia o vecchia ha nell’anima il miracolo che si compie, inspiegabile, in ogni tempo e in ogni luogo. Che è l’unica verità indiscutibile che incontriamo. Che è il senso e l’affanno di tutte le cose. Che è il bene e il male degli uomini e delle donne. Estate o inverno che sia.
Non dovrebbe stupirci. Non dovremmo mai smettere di stupirci.
La contraddizione perfetta della nostra natura imperfetta.

venerdì 3 maggio 2013

Vecchi (di Basilicata)


Non è la terza età, non sono anziani. Loro sono i tuoi vecchi, i miei vecchi, i vecchi della terra. Quelli che trattengono il tempo perché la nostra vita abbia ancora un sapore.
Non possiamo perderli senza una fotografia che ce li ricordi per sempre, un ritaglio che ci faccia luce nel buio del vuoto.
Uno si è accorto del fotografo e abbozza un sorriso, l’altro sta chino sui pensieri, le mani in grembo, il cuore che batte lento nella quiete. Vecchi come le pietre e docili come la saggezza. Vecchi come i cappelli e gli abiti logori di vita.
Acconciano le ore sotto il tiepido sole, nel rito della compagnia e della piazza, con l’arte dell’ozio che finalmente è virtù. Chissà se è bene non bevano un bicchiere di vino come ha detto il medico. Chissà se fa meglio a noi pensare di tenerli in salute, per sempre. Perché fino a quando li vedremo lì sul muretto e si toglieranno il cappello per salutarci saremo sicuramente più sereni.
Non importa se hanno smarrito la memoria, loro sono. Quello che è stato e, soprattutto, quello che dovrebbe ancora essere. Semplici e frugali, così vicino all’odore dell’esistenza che il nostro naso fa fatica ad annusare.
Non è che tu e io ci dobbiamo commuovere. Dobbiamo solo sederci accanto a loro perché sono i vecchi della terra la nostra anima.

venerdì 29 marzo 2013

Sensuale


Senza tempo come i desideri e gli istinti, l’uomo levigato dal sole e indurito dalla vita,
sollecita scabrosi pensieri.
Che te lo immagini con le mani forti e la voce roca, con lo sguardo nero che ti spoglia, con il corpo tirato di fatica e di sangue.  
Nelle maniche della camicia arrotolate, quelle che adoro, sotto il panciotto di eleganza consumata che è come una piuma di decoro. Nella faccia che racconta la verità sotto la coppola di antica eredità.
Sensualità asciutta e essenziale come il bianco e nero che ti fa increspare l’anima e la pelle e ti accende di calore e fantasie. Aspra virilità che racconta di amore muto, di natura che si compie in urgenze, di impulsi viscerali.
Non è più giovane, direte, e lo so, ma l’odore è ancora lì e freme.
E’ la sua tristezza, se mai, a sopirmi il fiato. 

martedì 19 marzo 2013

La bellezza che non si vede


Mi incammino nello spiraglio di sole con l’aria ancora odorosa di pioggia e un volo di farfalle nel cuore mi fa sussultare. Mi si para davanti lo scorcio sgangherato del tempo e delle crepe su forme e disegni di antico garbo e invece di procedere spedita sotto gli archi per spuntare altrove fisso la quiete surreale.
Ancora mi stupisce la bellezza che non si vede!
Nell’impietosa crudezza della rovina si leva la storia della verità e degli uomini, forse è per questo che mi emoziona questa malandata armonia. D’altra parte nello sbilenco senso di vecchiaia pulsano materia sgretolata ma viva, umanità silente sotto la cenere e manciate di sorrisi pronti a scendere dalle scale, con il rito del giorno che comincia.
Perché già sento che si leva il brusio largo della colazione. In un lampo il silenzio lascia il posto al rumore delle case sveglie e da lì a poco i passi, accanto ai miei, cammineranno sotto le volte di pietra. 
(Il testo non è fedele alla foto perché purtroppo non posso postare l'immagine originale)

lunedì 18 marzo 2013

Fischi


Ero atterrata in platea nel bel mezzo di un musical sconosciuto.
Suoni che trasportavano allegrie e amarezze tamburellavano nelle mie orecchie e io mi fermavo, in ascolto, cercando di captare la provenienza e le conseguenze. Perché qualcosa accadeva, dopo. Qualcuno si muoveva, una voce si levava, una porta si apriva.
Insomma intuivo che erano richiami o messaggi e che arrivavano subito, forti e chiari, a destinazione.
Fischi e reazioni. Di questo si trattava. Di un linguaggio fatto più o meno di sibili e gorgheggi declinati in varianti corte, lunghe, mosse o uggiose.
In balia di quelle vibrazioni mi misi a indagare fra cinguettii e trilli, quella comunicazione in musica più che un costume mi stuzzicò la misteriosa idea di un codice. Talvolta  dal balcone scorgevo a fatica un’ombra, altre volte nulla più del budello che a destra si inerpicava tra le pieghe dell’area spaccata dalla frana e dello scorcio della piazzetta che a sinistra si inabissava fino a un altro groviglio di vicoli.
Ma era questione di attimi. Qualcuno si affacciava dalla finestra oppure si avviava in strada.
Nel dedalo di vie, in quel viluppo acrobatico di case tra salite e discese, iniziai a intuire che il fischio era una scorciatoia geniale e in qualche modo intima e discreta. D’altra parte, in piena magia, ciascun timbro era riconosciuto senza dubbi. Come fosse una voce, come se contenesse tutte le parole note, come se lasciasse un’inconfondibile impronta. Una freccia che colpiva subito il bersaglio, una spilla che in un volteggio rapido e essenziale si puntava sul petto giusto.
Denso e intenso come i loro cenni, che dicono sempre più di qualsiasi discorso.

Uva spina


Riempie i tuoi occhi, l’uva spina. Come un affresco rosicchiato dal tempo il cespuglio appena discosto dal muro di pietra fa capolino a pochi passi da te, in fondo allo stretto budello che sbuca nello slargo di case basse ammassate ai piedi della salita.
Nello strambo cono d’ombra che investe i gradini verso l’uscio della tua “tana”, così la chiami, ti siedi e la fissi, con lo sguardo che si fa fessura nello stordimento. Pare cuocersi, l’uva spina, al sole alto che fa brillare il pulviscolo sottile di quel groviglio di viuzze. Stringi tra le mani il bastone e ci appoggi il mento, con la giacca grigia che ricorda quando la indossavi a schiena dritta. E le ore scorrono uguali, per te e per l’uva spina. Fino a quando, nel gioco naturale del buio e della luce, riconosci la sagoma riflessa di un passo lento ma sicuro sotto la gonna che ondeggia piano. Ancora qualche istante e Caterina sarà vicina all’uva spina. 

sabato 16 marzo 2013

La forza del principio

Francesca Armento
foto di Mario Carbone

Non siamo che terra plasmata dal vento e scavata dal sole. Il tempo ci cammina dentro, anche quando avanziamo la pretesa di esserne padroni. Saremmo felici se capissimo che il privilegio della vita è proprio quello di sentire il vento, il sole e il tempo sulla pelle e nell’anima.
Temo che solo ai puri non sfugga l’incanto della verità. Ma la consapevolezza adesso sta già liberando i miei pensieri. Devo passare per fuoco o acqua, a compiere il cammino di natura. Lo spirito poetico dell’universo è solo negli occhi semplici.

venerdì 15 marzo 2013

Cupo cupo


Cupo cupo (o cupa cupa nelle varianti dialettali) corrisponde, se vogliamo trovare un parente vagamente più noto, al putipù campano.
E’ uno strumento musicale, più o meno rudimentale, della tradizionale popolare realizzato con un recipiente (spesso di terracotta o di latta) coperto da pelle di capra o da stoffa e da una canna legata al centro. Il suono è prodotto dallo sfregamento della canna che il suonatore esercita a mani nude e bagnate. I gesti richiedono un’abilità che solo il costume dei luoghi elargisce. Ci vogliono tecnica e sopportazione del dolore per suonare i cupi cupi, doti che i suonatori acquisivano per amore e per rispetto di antichi riti di comunicazione.
Musica di tutti, musica di strada. E’ la musica semplice e improvvisata che evoca la ricerca di espressioni emotive e di messaggio di ogni angolo del tempo e del mondo. La più affascinante, per cammino e simbologia. E forse anche la più difficile, così affidata a mezzi di fortuna e alla fatica delle mani.
Quella dei cupi cupi è una musica oscura, grave e fremente che spande nell’aria un richiamo primitivo. E’ la sapienza dei movimenti del suonatore a dare il ritmo e a trasmettere l’intensità della melodia ma in fondo è la stessa conoscenza antica delle occasioni a tradurre il significato e a depositarsi, chiara, sulla pelle di chi ascolta.
Ero curiosa, la prima volta. Ne avevo tanto sentire parlare del cupo cupo, occhi e orecchie avevano bisogno di metterne a fuoco l’energia e l’effetto. Lo ricordo ancora quel momento, in Basilicata. Un languore stupefatto che pulsava come quel rimbombo.

Giallo ginestra in Basilicata


Spavalda, sotto il sole, la ginestra narra la storia dei luoghi e li ammorbidisce, con grazia. Più che di bellezza splende di forza, nella sua resistenza e nella sua generosità.
Il profumo giallo è come una farfalla che danza nella terra brulla, un canto che accarezza la roccia. La ginestra, arbusto che predilige i suoli aridi e può vegetare anche sui terreni argillosi, dipinge la scena arsa dei pendii.  
Ginestra (PZ)
Vedo i canestri colmi di fiori e penso alle mani che li hanno raccolti, nella tradizione del tempo che si rinnova. In Basilicata cresce in grande abbondanza e ha conosciuto gli usi e le lavorazioni, delle donne lucane prime e di quelle albanesi giunte poi, come una vera risorsa di economia e costume.
Castelsaraceno (PZ)
La ginestra. Il colore che spicca, l’odore intenso. E’ la breccia del destino, dell’ordine perfetto dell’universo. Ecco, c’è sempre qualcosa, nell’incanto della natura nuda, che disegna l’arcobaleno nel cielo e nel cuore. E c’è quella virtù immensa di pazienza e amore, la ricchezza della povertà.
Nella terra come doveva essere la ginestra è il filo del cammino! La guardo e ricambio il suo sorriso. 

mercoledì 13 marzo 2013

Il Cristo Redentore di Maratea (PZ)


Non me ne voglia il mondo se metto Maratea tra i posti più belli e a me più cari.
Maratea è un gioiello, di acqua, roccia e aria. Un luogo di disarmante splendore e di travolgente fascino. Nulla a che vedere con le appariscenze di posti ben più noti, a Maratea è tutto a misura di natura e vita. Maratea è profumo che inebria di emozioni.
Tutto è limpido e autentico in questa terra di montagna e mare che apre l’anima all’infinito. Raccolta e delicata come un fiore raro, misteriosa e seducente come una sirena, si penetra a passi lenti, con il cuore appeso al filo della libertà e della fantasia.
Accarezzando il paesaggio, camminando in silenzio, ascoltando il rumore delle onde, scrutando nelle grotte.
Il contrasto pittoresco tra i monti e le coste è indescrivibile. D’altra parte è proprio in questo impatto che già si intuisce la complessa peculiarità di Maratea. Dal porto alle spiagge fino al centro storico e ai borghi Maratea incanta. Tutta da scoprire e respirare, in mille sfumature e in differenti ambienti che convivono in un’armonia da favola. E’ la realtà del sogno, Maratea.
Sotto quella statua del Cristo Redentore che domina e protegge dalla cima del monte San Biagio.
(La costruzione della statua fu concepita da un piemontese e poi, grazie al suo impegno, realizzata da un artista fiorentino negli anni ’60. Da allora il Cristo, nonostante all’epoca non venne neppure riservata all’opera una cerimonia di inaugurazione, è diventato uno dei simboli più importanti di Maratea e fonte di afflusso di visitatori da tutto il mondo).
E’ amore quello del Cristo. Un abbraccio a Maratea e al visitatore, l’imponenza sublime di una sentinella del tempo e del candore. Maestoso e attraente il Cristo è la guida spirituale di quest’oasi di magia dei sensi e della storia.
Sono tornata a Maratea dopo tanti anni quasi con il timore che la visita avrebbe deluso l’eccitazione dei ricordi e dell’affetto e invece ho ritrovato intatti i sapori intensi di una meraviglia che resta indelebile sulla pelle. Ho goduto di una gioia immensa e ho trattenuto a stento le lacrime per quel commovente spettacolo di natura e umanità.
Ho voluto salire fino al Cristo, per quella stessa vertiginosa salita elicoidale che custodivo nella memoria, a un passo dal cielo. L’esperienza garantisce brividi anche ai più avventurosi, lo assicuro. E, arrivata al cospetto del Cristo, in un miscuglio di sensazioni straordinarie, ho finalmente lasciato che le lacrime bagnassero il mio viso.
Avevo bisogno di mettere alla prova i miei pensieri. Avevo bisogno di un temporale di allegria, turbamento, estasi. Sapevo che solo lì avrei trovato ogni risposta. E, istante dopo istante, ogni sequenza del percorso.
Logiche impalpabili, come sempre in Basilicata. Aliti primitivi di verità.
Da lì, da quel Cristo Redentore di Maratea, parte Basilicata coast to coast di Rocco Papaleo. Un viaggio che, più che celebrare e narrare, illumina.
Bailicata on my mind: Maratea, ti amerò per sempre.

martedì 12 marzo 2013

Pisticci (MT)


« ... Bianca sul suo colle argilloso la piccola città silente, sovrana coronatrice del vasto paesaggio tra i fiumi Basento e Cavone, svetta da vie tortuose e chiare. Il sole indugia in lunghi ozii meridiani fra le ospitali case basse e cuspidate, sullo sfondo delle montagne gibbose orlate di agavi aguzze, di secolari ulivi e di fichi d'india... » (Concetto Valente).
Lo spettacolo aspro e struggente dei calanchi sembra placarsi e distendersi nel candore della città che dai colli domina un panorama immenso di forme e colori fino allo Jonio. Di notte confondo le mille luci dell’orizzonte con le stelle, terra e cielo sono un unico sfondo di stupore e desideri nell’aria fine.
Le strade sulle quali mi arrampico sprigionano una bellezza essenziale. Accecante di nudità e naturale eleganza Pisticci mi accoglie fiera e incantata, come un gigantesco teatro di virtù e vezzi di decoro antico, con eterea grazia. I piani sconnessi, gli andamenti sbilenchi, il saliscendi di una terra di frane invece di creare un disegno disordinato e angoscioso generano una suggestione di atmosfere, scorci, brividi.
Le case a precipizio del rione Dirupo come le splendide chiese, i palazzi storici, il castello, l’abbazia e il rione Torrevecchia sono un meraviglioso intreccio di armonia e fascino, un trionfo di garbo e gusto. Un labirinto di storia e umanità, nelle architetture e nella ricercatezza dei dettagli. Così bianca eppure così calda…
Partic. Lucania61-Levi
Giova alle emozioni il contrasto di stile con l’asciutta rudezza dei calanchi e ammalia la composta raffinatezza di monumenti e abitazioni nella linda semplicità di quella tinta immacolata. Vivace orgoglio, quello di Pisticci. D’altra parte nel pregio estetico c’è il tratto di un popolo, l’energia e la buona vanità di una tradizione, la forza e il senso delle ambizioni. Non è capriccio, credo, ma indomita essenza. Nel divenire, anche sciagurato, del tempo, Pisticci e la sua gente sono stati pazienti amanti e custodi di una bellezza che è patrimonio di valori.
Nel decoro di strade e piazze, nei manufatti a contrasto tenue e naturale con il rigore bianco dell’insieme, in ogni angolo di vita, nel geometrico susseguirsi di case avverto la dimensione di una identità vigorosa.
Tutto è fluido e avvincente. Una sintonia perfetta.
Leggiadria, ecco cosa evoca in me Pisticci. Una sensazione di leggerezza artistica e spirituale. Non è un caso che Carlo Levi descrivendo due donne con la pacchiana, il vestito tradizionale di Pisticci, incontrate ad Aliano al tempo del confino, scrive che le “facevano somigliare a strane farfalle”.
E nel 1960, molti anni dopo il confino, in uno dei suoi viaggi in Basilicata, Carlo Levi posa in foto a Pisticci proprio con una anziana donna in costume.
Svolazzante è pure l’accento, quella cantilena del balcone sullo Jonio, che trasmette una mollezza vagamente leziosa. Qualcosa di felino, nel passo e nel carattere dei pisticcesi, che nelle strutture del luogo diventa seduzione.…
E da questa Pisticci collinare, sullo strappo impressionante dei calanchi, fa capolino a pochi chilometri il mare: geografia generosa!