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mercoledì 30 ottobre 2013

L'anima del paese storto

Ci sono luoghi che non stanno dritti. Anzi, luoghi che non conoscono le geometrie comuni. Luoghi che la natura e la vita hanno disegnato a mano libera.
Quando tutto và storto, sul foglio bianco dove cerchiamo con la penna la riga immaginaria, le prospettive degli stati d’animo lottano con le disposizioni fisiche.
E’ una lettera d’affari o una missiva d’amore e i pensieri ci comandano al rigore o alla dolcezza. Ma incliniamo e forziamo in su e in giù in preda all’impegno o alla sfida, con le lettere che barcollano ubriache e gli svolazzi che imperversano, casuali e impudenti.
Lungo il percorso le frasi sussultano, curvano o prendono la salita. Le ritrovi incollate o distanti, con le balze come le vecchie gonne o calate in un paio di scarpe troppo piccole o troppo grandi. Assolvono la funzione a modo loro, si presentano come preferiscono. Non fanno inchini a chi scrive e a chi legge. Se volete la pagina con le linee tracciate, dicono, accomodatevi altrove.
Quando tutto và storto incontri luoghi che non stanno dritti. Luoghi dove la rivoluzione dei profili ti fa toccare una bellezza sconosciuta e surreale. La bellezza imperfetta del foglio bianco, con le parole impastate di poesia della pietra e prosa del sorriso.
La dimensione dell’anima nelle forme fuori traiettoria ha sfumature di resistenza e di audacia che danzano sul filo, in bilico come le lettere ubriache. Sulle facce che aprono l’uscio di case, nelle voci che scendono dal balcone, nelle schiene che cercano il sollievo di una discesa e nella palla che corre tra i calci dei bambini.

Non fanno bella figura nelle cartoline, i luoghi che non stanno dritti. Loro sanno mostrarsi solo in carne e ossa. Le emozioni non le spediscono per posta, le conservano tutte per regalarle a chi ha l’inclinazione giusta per arrivarci. 

venerdì 3 maggio 2013

Vecchi (di Basilicata)


Non è la terza età, non sono anziani. Loro sono i tuoi vecchi, i miei vecchi, i vecchi della terra. Quelli che trattengono il tempo perché la nostra vita abbia ancora un sapore.
Non possiamo perderli senza una fotografia che ce li ricordi per sempre, un ritaglio che ci faccia luce nel buio del vuoto.
Uno si è accorto del fotografo e abbozza un sorriso, l’altro sta chino sui pensieri, le mani in grembo, il cuore che batte lento nella quiete. Vecchi come le pietre e docili come la saggezza. Vecchi come i cappelli e gli abiti logori di vita.
Acconciano le ore sotto il tiepido sole, nel rito della compagnia e della piazza, con l’arte dell’ozio che finalmente è virtù. Chissà se è bene non bevano un bicchiere di vino come ha detto il medico. Chissà se fa meglio a noi pensare di tenerli in salute, per sempre. Perché fino a quando li vedremo lì sul muretto e si toglieranno il cappello per salutarci saremo sicuramente più sereni.
Non importa se hanno smarrito la memoria, loro sono. Quello che è stato e, soprattutto, quello che dovrebbe ancora essere. Semplici e frugali, così vicino all’odore dell’esistenza che il nostro naso fa fatica ad annusare.
Non è che tu e io ci dobbiamo commuovere. Dobbiamo solo sederci accanto a loro perché sono i vecchi della terra la nostra anima.

lunedì 11 marzo 2013

Rocco Scotellaro: “E’ fatto giorno” a Tricarico



Le pietre, le colline tonde e la natura di tanti colori mi accompagnano a Tricarico (MT) che mi accoglie movimentato, quasi caotico nell’esteso complesso che accoglie le architetture e l’urbanistica di sovrapposizioni e comunioni culturali e temporali.

La radice storica di Tricarico è nel borgo denominato Rabatana, l’antico quartiere arabo-saraceno, ma a questa si affiancano le successive tracce normanne e degli insediamenti ebraici. L’ambiente intorno è un trionfo di varietà in una natura affascinante che si mostra nella vegetazione boschiva e nelle aree agricole fino ai terrazzamenti degli Orti saraceni.
La giornata è splendida, l’aria è tersa e qui più di ogni visita d’arte voglio camminare, annusare l’aria, guardare il panorama e provare a sentire e vedere con i sensi di Rocco Scotellaro, il poeta contadino, il politico, l’amico di Carlo Levi.
Fu sindaco di Tricarico, Rocco Scotellaro. E fu proprio nel 1946, quando Carlo Levi si candidò all’Assemblea Costituente, nella circoscrizione di Potenza-Matera, che Scotellaro lo incontrò per la prima volta. Credo fosse inevitabile la grande amicizia che da lì nacque! Levi fu il suo mentore, ebbe a dire lo stesso Scotellaro. Entrambi peraltro fortemente impegnati per la “questione meridionale” si frequenteranno assiduamente fino alla precocissima morte di Scotellaro.
Rocco con l'asino- Carlo Levi
Così come lo zelo e la passione di Scotellaro per il riscatto della Basilicata dall’arretratezza e dalle condizioni di povertà e abbandono che la ponevano fuori dalla  “civiltà dello Stato” come la sua lirica di amore vibrante per l’anima di quella terra trovarono in Levi uno dei più grandi e profondi spiragli di luce.
Sono stati passi commossi, i miei. Di dolore e rabbia.
Non avrebbe dovuto morire a Portici, Rocco Scotellaro. Avrebbe dovuto essere abbracciato da quei volti, da quelle ginestre, da quegli asini, da quelle pietre che lui aveva cinto di speranza e lotta. Chissà se oggi il ricordo può essere risveglio…
Questo mi metto a cercare e a pensare. Ma sgomberando l’orizzonte dal “progresso” delle case, delle cose e delle macchine la realtà è ferma a quel tempo di speranza e di lotta. Sessant’anni.
Ma non voglio rassegnarmi, non posso. Questione di coraggio e ardore.
La politica e la stessa letteratura di Scotellaro, e vieppiù di Levi, non sono state mera celebrazione. Raccolgo la denuncia, l’urlo di allarme e indignazione, la coscienza umana e civile per ricordarle, per continuare a dare loro voce e senso, perché non sia infinita agonia.
Sosto solo qualche minuto in piazza Garibaldi, per un caffè ottimo. Ho bisogno di allontanarmi, trovo quiete in una frazione silenziosa, perché la preziosa eredità non si disperda in quelle voci confuse del quotidiano.
Che il cielo sia lieve, Rocco. E grazie, di tutto.
Lascio Tricarico con “il suono del campano al collo di un’inquieta capretta”.

sabato 26 gennaio 2013

Un angolino di Matera


La visuale pittoresca di dense architetture in un groviglio di profili singolari, di volte irregolari, di piani discontinui scorre sotto un loggia dalla quale due turisti ammirano il panorama aperto. Il decoro del luogo, l’ordine grazioso dei vasi, il tempo fermo regalano un’atmosfera rarefatta. Ogni pietra e ogni crepa sembrano emanare l’odore della pazienza lucana. Quasi l’impronta di un garbo sapiente e sobrio, quello della terra e della fatica, quello del contegno forte e schivo. Il passo sospeso sulla gradinata verso l’angolo che sfugge alla vista è una nota perfetta che racchiude tutta la poesia della salita e dell’arcano che qui è vita e morte.
(Acquerello di Fabrice Moireau)

venerdì 25 gennaio 2013

La saga del formaggio


Sotto quella dura crosta rigata di un giallo rossiccio si cela una pasta morbida leggermente piccante che mescola latte ovino e caprino alla lavorazione con olio e aceto in stagionatura. Più che la tradizione può l’amore. La sapienza antica di un rito di passione, del lavoro e della tavola. Ecco il segreto.
In quelle forme e negli occhi quasi chiusi per la delizia dell’assaggio c’è il carattere di un uomo ruvido e genuino come le sue zolle e le sue bestie. Ma c’è anche il canto nuovo di un orgoglio che si rinnova, forte e limpido. E’ il fermo immagine di un incantesimo, ponte tra passato e futuro.
Operosa realtà arroccata sulla storia perché nobile e austero il castello è ancora là, a memoria e bellezza, a dominare l’orizzonte.  

giovedì 24 gennaio 2013

Lì, sullo Jonio


La sfilza di linde dimore che si affacciano sulla piazza è l’immagine emozionante di una vita che pulsa di slanci, di una umanità intessuta di calore e relazioni, di vicinanze e di aperture. Guardi la dignità essenziale e incontri una dimensione di pace.
C’è una luce che mette gioia e insieme ammorbidisce il passo, indugi tra l’odore dell’aria e quello della materia, ascolti il tuo battito che rallenta e entra in ritmo con l’origine della terra, passi con le sguardo ogni dettaglio.
Poco distante da lì, la sabbia e il mare come meraviglia sulla meraviglia eppure tu in quello spazio grande e bello sotto il cielo blu scruti e respiri l’anima di quei focolari così raccolti, quelle tracce intense di passi, gesti e sorrisi lievi.
Dai panni stesi ti figuri corpi grandi e piccini, gusti e mestieri. Macchie di colore in volo. Li guardi asciugare sotto il sole e con il vento e aspetti che sbuchino le voci e le mani delle donne che li raccoglieranno scambiando parole e sguardi con la vicina della porta accanto. Sai che arriveranno, quelle voci e quelle mani, come un rito.
Osservi quella semplicità asciutta e vorresti bussare a una a una a tutte le porte. Ti farebbero accomodare, pure questo sai. L’accoglienza qui non è una forma, è una virtù innata, alla quale non potresti neppure sottrarti.
Uno sfondo di Basilicata coast to coast.