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Visualizzazione post con etichetta Basilicata. Mostra tutti i post
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lunedì 24 febbraio 2014

Nu juorno buono

Rocco Hunt, il simpatico e bravo rapper salernitano, non segue proprio ‘o pallon perché la sua passione è o’ microfon.
Mi piace, Rocco Hunt. Mi piace molto meno precisare la provenienza e sorridere di una ‘fede’ diversa da quella del calcio. Ma l’Italia è anche l’unità incompiuta, una sotterranea (neanche troppo) perenne incomprensione, un campo minato di campanili e una enorme periferia che deve avvicinarsi ai centri per emergere.
Se tutti ci rendessimo conto che certi disagi sono in realtà spalmati esattamente da nord a sud, che la forza enorme sta nella complicità, che nel mondo ‘globalizzato’ Milano e Roma potrebbero non essere gli unici spazi di opportunità avremmo vinto molto più della Lotteria Italia di tutti i tempi ma facciamo ancora fatica a compiere questo facilissimo salto di pensiero.
E insomma Rocco Hunt diventa al Festival di Sanremo una sorta di nuovo simbolo campano come Arisa per la Basilicata. Indubbiamente da artisti dovrebbero gioire di essere orgoglio della musica più che orgoglio di uno spicchio di terra ma a loro tocca come a molti altri barcamenarsi tra radici e presente o, meglio, futuro. Essere portatori di una convinzione: che il talento o giù di lì sono cose che nascono ovunque.
Questo discorso mi sconforta sempre un po’. Mi ritrovo con la classica speranza che sa di finire disperatamente disillusa. D’altra parte…se non ora quando? Almeno bisogna esprimerla ‘questa cosa’ che ci tarpa le ali, questo frazionamento che ci indebolisce, questo assurdo rifiuto di cogliere un valore che rappresenterebbe il vero trampolino di lancio del Paese intero. Intero.
Sogno nu juorno buono per l’Italia. Parrà strano ma mi sento italiana e già mi pare una piccola grande ‘miseria’ perché preferirei sentirmi sempre e solo una terrestre.
Rocco Hunt il tuo accento si deve sentire ma anche tu staresti a meraviglia, come me, in un Paese che non ha bisogno di cantarlo per infrangere pregiudizi, rivendicare le bontà, difendere la vita e i sogni.

In bocca al lupo, carissimo rapper.

mercoledì 30 ottobre 2013

L'anima del paese storto

Ci sono luoghi che non stanno dritti. Anzi, luoghi che non conoscono le geometrie comuni. Luoghi che la natura e la vita hanno disegnato a mano libera.
Quando tutto và storto, sul foglio bianco dove cerchiamo con la penna la riga immaginaria, le prospettive degli stati d’animo lottano con le disposizioni fisiche.
E’ una lettera d’affari o una missiva d’amore e i pensieri ci comandano al rigore o alla dolcezza. Ma incliniamo e forziamo in su e in giù in preda all’impegno o alla sfida, con le lettere che barcollano ubriache e gli svolazzi che imperversano, casuali e impudenti.
Lungo il percorso le frasi sussultano, curvano o prendono la salita. Le ritrovi incollate o distanti, con le balze come le vecchie gonne o calate in un paio di scarpe troppo piccole o troppo grandi. Assolvono la funzione a modo loro, si presentano come preferiscono. Non fanno inchini a chi scrive e a chi legge. Se volete la pagina con le linee tracciate, dicono, accomodatevi altrove.
Quando tutto và storto incontri luoghi che non stanno dritti. Luoghi dove la rivoluzione dei profili ti fa toccare una bellezza sconosciuta e surreale. La bellezza imperfetta del foglio bianco, con le parole impastate di poesia della pietra e prosa del sorriso.
La dimensione dell’anima nelle forme fuori traiettoria ha sfumature di resistenza e di audacia che danzano sul filo, in bilico come le lettere ubriache. Sulle facce che aprono l’uscio di case, nelle voci che scendono dal balcone, nelle schiene che cercano il sollievo di una discesa e nella palla che corre tra i calci dei bambini.

Non fanno bella figura nelle cartoline, i luoghi che non stanno dritti. Loro sanno mostrarsi solo in carne e ossa. Le emozioni non le spediscono per posta, le conservano tutte per regalarle a chi ha l’inclinazione giusta per arrivarci. 

mercoledì 16 ottobre 2013

Paese mio che stai sulla collina

E’ il paese dalle mani grandi e dagli sguardi bassi. Sul colle alto, sotto il cielo che scotta, tra le piante da frutta. Con la farina da impastare, la legna da tagliare, l’uva da vendemmiare. E i desideri che vivono oltre ogni vita. Sulle ciglia che scivolano nel sonno, sul lento risveglio di caffè bollente.
Ha tutte le case in fila, pronte ad affacciarsi sui passi della strada. Con la parola schietta che viaggia senza confezione, dalle teste ai cuori e dai cuori alle teste. Nella risata sommessa che si schiude di tanto in tanto, come un campanellino che trilla garbato. Dagli usci che si aprono e si chiudono in continuazione, fuori e dentro le ore.

E’ il paese appeso al muro come un quadro. Che sventola come una bandiera quando si alza il vento.
Che sarà...

venerdì 13 settembre 2013

Pane e gorgonzola con salame lucano

Gorgonzola doc e dop, ovviamente. E in un impulso di voluttà direi con mascarpone e noci. Praticamente il boccone dell’estasi. Io lo accompagno con salame lucano ovvero uno dei pochi morsi che possono far dire, senza timore di essere smentiti dal cuore e dalla vita, “ti amerò per sempre”.
Non importa se per voi è il momento di pane e nutella. Mi accomodo e faccio onore alla vostra tavola con grande piacere. D’altra parte non proverei indugi neanche davanti a una farinata o a un fritto misto alla piemontese. Sarei deliziata pure da mezzo chilo (che io non conosco dosi inferiori in fatto di pasta) di maccheroni filati per dirla con l’amico Rocco Papaleo. E da un’altra sfilza di bontà che evito di elencare.

Non è un discorso basso, di pancia, ammesso poi che quelli di pancia non abbiano dignità filosofica. Anzi, direi che ce l’hanno, eccome.
E’ comunque un discorso alto, di testa. Che l’acquolina o la bava alla bocca sono il preludio a momenti sublimi. E nessuno può convincermi non sia nutrimento per lo spirito. Il cibo è la prima vera cultura. Non ammetto prove contrarie.
Quanto allo spauracchio delle abbondanze indigeste o ingrassanti, fatevene una ragione. Quello che conta è mangiare in proporzione al consumo. E allora alzerei il mondo pur di consumare a sufficienza per ingurgitare tutti quei doni del cielo che non oso più ripetere per non sciogliermi in desideri feroci.
E voglio rendere omaggio al pane quotidiano (con companatico) anche a parole. Perché di sensazioni soavi ho bisogno come dell’aria.

Ecco, ci bevo sopra un buon bicchiere di vino. Così si rallegrano pure favella e estro.

sabato 17 agosto 2013

Mille anni che sto qui

Romanzo storico, saga familiare, indagine sociologica. E forse un profondo e sofferto percorso intimo. Letteratura e introspezione, tra le pieghe del costume e l’essenza della terra.
Quello di Mariolina Venezia è un grande libro di amore e odio, cultura e ironia. Un’avventura nel tempo, dall’Unità d’Italia alla caduta del Muro di Berlino, attraverso la vita e le relazioni di cinque generazioni lucane. Una ricerca meticolosa, a tratti febbrile, delle radici e delle ragioni del tessuto sociale e delle dinamiche umane di una terra e della sua gente. Uno spaccato di realtà e mistero.
La Basilicata è per Mariolina Venezia culla e scoperta, affetto e rabbia, serenità e desolazione. Un po’ come tutte le arcane dimensioni dell’esistenza è la patria di tutto e niente, della gioia e del dolore, del bene e del male. Ma è anche la sua casa, il suo sangue, il suo destino. Non riesco a credere che avrebbe potuto scrivere una pagina di storia e di poesia così intensa e complessa se non fosse stata mossa dal desiderio, anzi meglio dal bisogno, di compiere un viaggio nella sua stessa anima. Tra luce e miseria, superstizione e fantasia, forza e rassegnazione.
Il libro non è intriso interamente della stessa intensità, ha ritmi diversi e qualche sbavatura finale ma forse anche in questo risiede la sua autenticità, emotiva e pratica. Si accosta alle epoche, quasi vi aderisce, in linguaggio e dettagli. E questo consegna al lettore anche la misura delle sfumature e delle tensioni della trama.  
D’altra parte i decenni attraversati e il cospicuo numero di personaggi non potevano rendere la narrazione più fluida e avvincente di quanto Mariolina Venezia abbia fatto. Bravissima, nella ricostruzione storica quanto nel racconto.
C’è tutto in Mille anni che sto qui. Gli orrori, i sentimenti, le magie, lo spirito, le fatiche e i sogni della gente di Basilicata. Perché Grottole, paese d’origine di Mariolina Venezia, è lo sfondo di un teatro che ne supera abbondantemente i confini fino a cogliere, esplorare, sviscerare le tradizioni, i detti, le peculiarità di tutta la regione, con ogni magnificenza, ogni contraddizione, ogni affanno.
Un po’ commovente un po’ graffiante, Mille anni che sto qui. Celebra, denuncia, smaschera. In bilico tra attrazione e insofferenza. Mi pare di capirla, Mariolina Venezia, donna lucana e donna del mondo, donna di ieri e donna di oggi.
Una lettura avvincente ma impegnativa, per pelli sensibili direi. Tanto difficile quanto ammaliante per chi abbia voglia di incontrare e percorrere sentieri impervi.
Le semplicità e le asprezze di Mille anni che sto qui sono le stesse della natura lucana. Ecco lo spessore dell’opera e dell’autrice: il coraggio, la coscienza, la conoscenza.
Penso che al cuore non si comandi, per quanto la testa vorrebbe condurci altrove. E penso che Mariolina Venezia abbia voluto comprendere davvero quale recondita “stregoneria” incateni cinque generazioni alla propria terra. Questione di identità e non solo…L’omaggio, più o meno esplicito, a Carlo Levi fa cogliere alle menti aperte, il segreto.

Pregevole saggio e straordinario studio psicologico, Mille anni che sto qui.

lunedì 22 aprile 2013

Statistiche: donne e Basilicata


Per allentare le tensioni del periodo mi tuffo per qualche minuto in acque amene: le statistiche di questo blog.
Limitando l’attenzione al fronte tra realtà e racconto le vie e i numeri di accesso segnano con forza un paio di successi. Uno è la “letteratura” sulle donne, quella della sfera un po’ ironica, un po’ psicologica, un po’ sentimentale, talvolta quasi sociologica e culturale. L’altro è la Basilicata (che stava nel turismo narrativo, dimensione che adesso gestisco in altro blog).
Mentre il primo è un dato largamente prevedibile e perfettamente coerente agli andamenti dell’interesse di navigazione e riflessione (tra serio e faceto), il secondo conferma la bontà di un filone inaugurato per esplorare le reazioni al “viaggio emotivo”.
Ovviamente il primo mi diverte molto, il secondo mi regala soddisfazione e stimolo.
Sui post dedicati alla Basilicata, d’altra parte, c’era già il numero di e mail entusiaste ricevute a dare il segnale illuminante. Deliziose, se mai, si rivelano le “piste”.
Si conferma in cima alla classifica Casa Coppola a Bernalda, tallonata da Pisticci con calanchi e tipica pacchiana, da Maratea con il Cristo Redentore e da Castelmezzano con il volo dell’Angelo. Ma sono più simpatiche le keywords che hanno portato qui per Montalbano Jonico, Tricarico, Grassano, Montescaglioso e Melfi. E sono veri “gioielli” di sensibilità culturale dei motori di ricerca quelle che hanno fatto trionfare il gatto di Scanzano Jonico, i fischi o l’uva spina di Lauria, il cesto di vimini di Pomarico, il giovane pastore di Miglionico.
Fossi su facebook clickerei MI PIACE su questa statistica. Di suoni e gesti, post miliare dell’incantesimo riconosciuto, è tutto lì, Basilicata coast to coast è in scena davvero.

venerdì 29 marzo 2013

Sensuale


Senza tempo come i desideri e gli istinti, l’uomo levigato dal sole e indurito dalla vita,
sollecita scabrosi pensieri.
Che te lo immagini con le mani forti e la voce roca, con lo sguardo nero che ti spoglia, con il corpo tirato di fatica e di sangue.  
Nelle maniche della camicia arrotolate, quelle che adoro, sotto il panciotto di eleganza consumata che è come una piuma di decoro. Nella faccia che racconta la verità sotto la coppola di antica eredità.
Sensualità asciutta e essenziale come il bianco e nero che ti fa increspare l’anima e la pelle e ti accende di calore e fantasie. Aspra virilità che racconta di amore muto, di natura che si compie in urgenze, di impulsi viscerali.
Non è più giovane, direte, e lo so, ma l’odore è ancora lì e freme.
E’ la sua tristezza, se mai, a sopirmi il fiato. 

martedì 19 marzo 2013

La bellezza che non si vede


Mi incammino nello spiraglio di sole con l’aria ancora odorosa di pioggia e un volo di farfalle nel cuore mi fa sussultare. Mi si para davanti lo scorcio sgangherato del tempo e delle crepe su forme e disegni di antico garbo e invece di procedere spedita sotto gli archi per spuntare altrove fisso la quiete surreale.
Ancora mi stupisce la bellezza che non si vede!
Nell’impietosa crudezza della rovina si leva la storia della verità e degli uomini, forse è per questo che mi emoziona questa malandata armonia. D’altra parte nello sbilenco senso di vecchiaia pulsano materia sgretolata ma viva, umanità silente sotto la cenere e manciate di sorrisi pronti a scendere dalle scale, con il rito del giorno che comincia.
Perché già sento che si leva il brusio largo della colazione. In un lampo il silenzio lascia il posto al rumore delle case sveglie e da lì a poco i passi, accanto ai miei, cammineranno sotto le volte di pietra. 
(Il testo non è fedele alla foto perché purtroppo non posso postare l'immagine originale)

lunedì 18 marzo 2013

Fischi


Ero atterrata in platea nel bel mezzo di un musical sconosciuto.
Suoni che trasportavano allegrie e amarezze tamburellavano nelle mie orecchie e io mi fermavo, in ascolto, cercando di captare la provenienza e le conseguenze. Perché qualcosa accadeva, dopo. Qualcuno si muoveva, una voce si levava, una porta si apriva.
Insomma intuivo che erano richiami o messaggi e che arrivavano subito, forti e chiari, a destinazione.
Fischi e reazioni. Di questo si trattava. Di un linguaggio fatto più o meno di sibili e gorgheggi declinati in varianti corte, lunghe, mosse o uggiose.
In balia di quelle vibrazioni mi misi a indagare fra cinguettii e trilli, quella comunicazione in musica più che un costume mi stuzzicò la misteriosa idea di un codice. Talvolta  dal balcone scorgevo a fatica un’ombra, altre volte nulla più del budello che a destra si inerpicava tra le pieghe dell’area spaccata dalla frana e dello scorcio della piazzetta che a sinistra si inabissava fino a un altro groviglio di vicoli.
Ma era questione di attimi. Qualcuno si affacciava dalla finestra oppure si avviava in strada.
Nel dedalo di vie, in quel viluppo acrobatico di case tra salite e discese, iniziai a intuire che il fischio era una scorciatoia geniale e in qualche modo intima e discreta. D’altra parte, in piena magia, ciascun timbro era riconosciuto senza dubbi. Come fosse una voce, come se contenesse tutte le parole note, come se lasciasse un’inconfondibile impronta. Una freccia che colpiva subito il bersaglio, una spilla che in un volteggio rapido e essenziale si puntava sul petto giusto.
Denso e intenso come i loro cenni, che dicono sempre più di qualsiasi discorso.

Uva spina


Riempie i tuoi occhi, l’uva spina. Come un affresco rosicchiato dal tempo il cespuglio appena discosto dal muro di pietra fa capolino a pochi passi da te, in fondo allo stretto budello che sbuca nello slargo di case basse ammassate ai piedi della salita.
Nello strambo cono d’ombra che investe i gradini verso l’uscio della tua “tana”, così la chiami, ti siedi e la fissi, con lo sguardo che si fa fessura nello stordimento. Pare cuocersi, l’uva spina, al sole alto che fa brillare il pulviscolo sottile di quel groviglio di viuzze. Stringi tra le mani il bastone e ci appoggi il mento, con la giacca grigia che ricorda quando la indossavi a schiena dritta. E le ore scorrono uguali, per te e per l’uva spina. Fino a quando, nel gioco naturale del buio e della luce, riconosci la sagoma riflessa di un passo lento ma sicuro sotto la gonna che ondeggia piano. Ancora qualche istante e Caterina sarà vicina all’uva spina. 

sabato 16 marzo 2013

La forza del principio

Francesca Armento
foto di Mario Carbone

Non siamo che terra plasmata dal vento e scavata dal sole. Il tempo ci cammina dentro, anche quando avanziamo la pretesa di esserne padroni. Saremmo felici se capissimo che il privilegio della vita è proprio quello di sentire il vento, il sole e il tempo sulla pelle e nell’anima.
Temo che solo ai puri non sfugga l’incanto della verità. Ma la consapevolezza adesso sta già liberando i miei pensieri. Devo passare per fuoco o acqua, a compiere il cammino di natura. Lo spirito poetico dell’universo è solo negli occhi semplici.

venerdì 15 marzo 2013

Cupo cupo


Cupo cupo (o cupa cupa nelle varianti dialettali) corrisponde, se vogliamo trovare un parente vagamente più noto, al putipù campano.
E’ uno strumento musicale, più o meno rudimentale, della tradizionale popolare realizzato con un recipiente (spesso di terracotta o di latta) coperto da pelle di capra o da stoffa e da una canna legata al centro. Il suono è prodotto dallo sfregamento della canna che il suonatore esercita a mani nude e bagnate. I gesti richiedono un’abilità che solo il costume dei luoghi elargisce. Ci vogliono tecnica e sopportazione del dolore per suonare i cupi cupi, doti che i suonatori acquisivano per amore e per rispetto di antichi riti di comunicazione.
Musica di tutti, musica di strada. E’ la musica semplice e improvvisata che evoca la ricerca di espressioni emotive e di messaggio di ogni angolo del tempo e del mondo. La più affascinante, per cammino e simbologia. E forse anche la più difficile, così affidata a mezzi di fortuna e alla fatica delle mani.
Quella dei cupi cupi è una musica oscura, grave e fremente che spande nell’aria un richiamo primitivo. E’ la sapienza dei movimenti del suonatore a dare il ritmo e a trasmettere l’intensità della melodia ma in fondo è la stessa conoscenza antica delle occasioni a tradurre il significato e a depositarsi, chiara, sulla pelle di chi ascolta.
Ero curiosa, la prima volta. Ne avevo tanto sentire parlare del cupo cupo, occhi e orecchie avevano bisogno di metterne a fuoco l’energia e l’effetto. Lo ricordo ancora quel momento, in Basilicata. Un languore stupefatto che pulsava come quel rimbombo.

Giallo ginestra in Basilicata


Spavalda, sotto il sole, la ginestra narra la storia dei luoghi e li ammorbidisce, con grazia. Più che di bellezza splende di forza, nella sua resistenza e nella sua generosità.
Il profumo giallo è come una farfalla che danza nella terra brulla, un canto che accarezza la roccia. La ginestra, arbusto che predilige i suoli aridi e può vegetare anche sui terreni argillosi, dipinge la scena arsa dei pendii.  
Ginestra (PZ)
Vedo i canestri colmi di fiori e penso alle mani che li hanno raccolti, nella tradizione del tempo che si rinnova. In Basilicata cresce in grande abbondanza e ha conosciuto gli usi e le lavorazioni, delle donne lucane prime e di quelle albanesi giunte poi, come una vera risorsa di economia e costume.
Castelsaraceno (PZ)
La ginestra. Il colore che spicca, l’odore intenso. E’ la breccia del destino, dell’ordine perfetto dell’universo. Ecco, c’è sempre qualcosa, nell’incanto della natura nuda, che disegna l’arcobaleno nel cielo e nel cuore. E c’è quella virtù immensa di pazienza e amore, la ricchezza della povertà.
Nella terra come doveva essere la ginestra è il filo del cammino! La guardo e ricambio il suo sorriso. 

giovedì 14 marzo 2013

Il giovane pastore


Seduto su un bizzarro ricciolo di roccia, accanto a una pianta di fichi d’india, il giovane pastore guarda giù, il suo gregge si muove placido nella valle. Tra i mille spruzzi di verde c’è tanto posto per i pensieri, per il canto antico della natura e per i novelli sogni.
Ci vuole forza e spirito, tanta forza e tanto spirito, in un tempo vero, senza lancette. Non ci sono troppe cose a ingombrare l’orizzonte, a distrarre il cuore, a ingannare la mente. E’ tutta realtà, quella. In ogni filo d’erba, nella corsa del cane, nelle nuvole che fanno capolino, nel fiume che scorre lontano. L’aria è quasi muta e se non ci fosse il verso di qualche rapido volo sulla sua testa non avrebbe che la musica dei desideri e delle emozioni.
Volge lentamente gli occhi appena a sinistra, verso un piccolo rilievo che a metà della discesa si issa contorto e appuntito come un artiglio verso di lui, e sorride. Ho la sensazione che là c’è appiccicato qualche suo ricordo. Vorrei avvicinarmi, sedermi accanto a lui e guardare giù. Ma non posso rompere l’incantesimo. Resto a distanza, con i miei occhi lucidi e la commozione in petto. Per un momento, almeno per un momento, trovo la sua forza e il suo spirito.

Craco, il paese fantasma


Un set cinematografico, la vecchia stampa di un libro di storia, un quadro surreale.
E, soprattutto, un enorme viaggio della fantasia. Perché a Craco (MT) non puoi fare altro che immaginare, pensare, cercare. Il tempo è sospeso, nel silenzio della pietra e nell’odore schietto dell’aria. Sotto il cielo Craco è la memoria di un passato stravolto dalla furia impietosa della natura e della improvvida mano dell’uomo. Ma è anche un teatro della terra e della vita. Interamente evacuato negli anni ’60 Craco, il paese fantasma, è un vuoto da colmare nel gioco stimolante degli spunti.
Attraverso il panorama dei calanchi il complesso arroccato sulla collina ha qualcosa di spettrale e di seducente insieme. E’ impressionante l’impatto e lo è ancor più addentrarsi con la guida (e l’elmetto per motivi di sicurezza) nelle vie e negli anfratti del passato, quasi a frugare nel vissuto di quelle case su e giù per il tortuoso cammino di scale e strettoie. Più dei dettagli mi colpiscono l’atmosfera di quella realtà desolata e monumentale, la spiritualità di quella solitudine, le luci e le ombre che proiettano sagome ovunque.
Rammento le scene di qualche film girato lì, come La lupa di Lattuada, Cristo si è fermato a Eboli di Rosi, La passione di Cristo di Gibson, Basilicata coast to coast di Papaleo. Ecco, è facile qui scivolare nel cinema, dal mistero al pathos, dall’avventura al dolore, dal sentimento alla celebrazione. E’ il portento di quello che evoca un luogo vivo eppure deserto, è il niente che si fa tutto, è l’eternità.
Il richiamo di Craco è fortissimo. Mette i brividi ma ti accoglie poi, con una rigorosa grazia di architetture, in un abbraccio caldo. D’altra parte è ancor ben leggibile il valore artistico e culturale di Craco. E la curiosità che suscita lo spaccato storico è davvero enorme. Senti ancora gli aliti degli uomini e delle donne, le loro voci, i riti di ogni giorno. Sono lì, nelle crepe, negli squarci, sotto i tetti, nelle pieghe curiose delle vie.

mercoledì 13 marzo 2013

Il Cristo Redentore di Maratea (PZ)


Non me ne voglia il mondo se metto Maratea tra i posti più belli e a me più cari.
Maratea è un gioiello, di acqua, roccia e aria. Un luogo di disarmante splendore e di travolgente fascino. Nulla a che vedere con le appariscenze di posti ben più noti, a Maratea è tutto a misura di natura e vita. Maratea è profumo che inebria di emozioni.
Tutto è limpido e autentico in questa terra di montagna e mare che apre l’anima all’infinito. Raccolta e delicata come un fiore raro, misteriosa e seducente come una sirena, si penetra a passi lenti, con il cuore appeso al filo della libertà e della fantasia.
Accarezzando il paesaggio, camminando in silenzio, ascoltando il rumore delle onde, scrutando nelle grotte.
Il contrasto pittoresco tra i monti e le coste è indescrivibile. D’altra parte è proprio in questo impatto che già si intuisce la complessa peculiarità di Maratea. Dal porto alle spiagge fino al centro storico e ai borghi Maratea incanta. Tutta da scoprire e respirare, in mille sfumature e in differenti ambienti che convivono in un’armonia da favola. E’ la realtà del sogno, Maratea.
Sotto quella statua del Cristo Redentore che domina e protegge dalla cima del monte San Biagio.
(La costruzione della statua fu concepita da un piemontese e poi, grazie al suo impegno, realizzata da un artista fiorentino negli anni ’60. Da allora il Cristo, nonostante all’epoca non venne neppure riservata all’opera una cerimonia di inaugurazione, è diventato uno dei simboli più importanti di Maratea e fonte di afflusso di visitatori da tutto il mondo).
E’ amore quello del Cristo. Un abbraccio a Maratea e al visitatore, l’imponenza sublime di una sentinella del tempo e del candore. Maestoso e attraente il Cristo è la guida spirituale di quest’oasi di magia dei sensi e della storia.
Sono tornata a Maratea dopo tanti anni quasi con il timore che la visita avrebbe deluso l’eccitazione dei ricordi e dell’affetto e invece ho ritrovato intatti i sapori intensi di una meraviglia che resta indelebile sulla pelle. Ho goduto di una gioia immensa e ho trattenuto a stento le lacrime per quel commovente spettacolo di natura e umanità.
Ho voluto salire fino al Cristo, per quella stessa vertiginosa salita elicoidale che custodivo nella memoria, a un passo dal cielo. L’esperienza garantisce brividi anche ai più avventurosi, lo assicuro. E, arrivata al cospetto del Cristo, in un miscuglio di sensazioni straordinarie, ho finalmente lasciato che le lacrime bagnassero il mio viso.
Avevo bisogno di mettere alla prova i miei pensieri. Avevo bisogno di un temporale di allegria, turbamento, estasi. Sapevo che solo lì avrei trovato ogni risposta. E, istante dopo istante, ogni sequenza del percorso.
Logiche impalpabili, come sempre in Basilicata. Aliti primitivi di verità.
Da lì, da quel Cristo Redentore di Maratea, parte Basilicata coast to coast di Rocco Papaleo. Un viaggio che, più che celebrare e narrare, illumina.
Bailicata on my mind: Maratea, ti amerò per sempre.

martedì 12 marzo 2013

Pisticci (MT)


« ... Bianca sul suo colle argilloso la piccola città silente, sovrana coronatrice del vasto paesaggio tra i fiumi Basento e Cavone, svetta da vie tortuose e chiare. Il sole indugia in lunghi ozii meridiani fra le ospitali case basse e cuspidate, sullo sfondo delle montagne gibbose orlate di agavi aguzze, di secolari ulivi e di fichi d'india... » (Concetto Valente).
Lo spettacolo aspro e struggente dei calanchi sembra placarsi e distendersi nel candore della città che dai colli domina un panorama immenso di forme e colori fino allo Jonio. Di notte confondo le mille luci dell’orizzonte con le stelle, terra e cielo sono un unico sfondo di stupore e desideri nell’aria fine.
Le strade sulle quali mi arrampico sprigionano una bellezza essenziale. Accecante di nudità e naturale eleganza Pisticci mi accoglie fiera e incantata, come un gigantesco teatro di virtù e vezzi di decoro antico, con eterea grazia. I piani sconnessi, gli andamenti sbilenchi, il saliscendi di una terra di frane invece di creare un disegno disordinato e angoscioso generano una suggestione di atmosfere, scorci, brividi.
Le case a precipizio del rione Dirupo come le splendide chiese, i palazzi storici, il castello, l’abbazia e il rione Torrevecchia sono un meraviglioso intreccio di armonia e fascino, un trionfo di garbo e gusto. Un labirinto di storia e umanità, nelle architetture e nella ricercatezza dei dettagli. Così bianca eppure così calda…
Partic. Lucania61-Levi
Giova alle emozioni il contrasto di stile con l’asciutta rudezza dei calanchi e ammalia la composta raffinatezza di monumenti e abitazioni nella linda semplicità di quella tinta immacolata. Vivace orgoglio, quello di Pisticci. D’altra parte nel pregio estetico c’è il tratto di un popolo, l’energia e la buona vanità di una tradizione, la forza e il senso delle ambizioni. Non è capriccio, credo, ma indomita essenza. Nel divenire, anche sciagurato, del tempo, Pisticci e la sua gente sono stati pazienti amanti e custodi di una bellezza che è patrimonio di valori.
Nel decoro di strade e piazze, nei manufatti a contrasto tenue e naturale con il rigore bianco dell’insieme, in ogni angolo di vita, nel geometrico susseguirsi di case avverto la dimensione di una identità vigorosa.
Tutto è fluido e avvincente. Una sintonia perfetta.
Leggiadria, ecco cosa evoca in me Pisticci. Una sensazione di leggerezza artistica e spirituale. Non è un caso che Carlo Levi descrivendo due donne con la pacchiana, il vestito tradizionale di Pisticci, incontrate ad Aliano al tempo del confino, scrive che le “facevano somigliare a strane farfalle”.
E nel 1960, molti anni dopo il confino, in uno dei suoi viaggi in Basilicata, Carlo Levi posa in foto a Pisticci proprio con una anziana donna in costume.
Svolazzante è pure l’accento, quella cantilena del balcone sullo Jonio, che trasmette una mollezza vagamente leziosa. Qualcosa di felino, nel passo e nel carattere dei pisticcesi, che nelle strutture del luogo diventa seduzione.…
E da questa Pisticci collinare, sullo strappo impressionante dei calanchi, fa capolino a pochi chilometri il mare: geografia generosa!

lunedì 11 marzo 2013

Rocco Scotellaro: “E’ fatto giorno” a Tricarico



Le pietre, le colline tonde e la natura di tanti colori mi accompagnano a Tricarico (MT) che mi accoglie movimentato, quasi caotico nell’esteso complesso che accoglie le architetture e l’urbanistica di sovrapposizioni e comunioni culturali e temporali.

La radice storica di Tricarico è nel borgo denominato Rabatana, l’antico quartiere arabo-saraceno, ma a questa si affiancano le successive tracce normanne e degli insediamenti ebraici. L’ambiente intorno è un trionfo di varietà in una natura affascinante che si mostra nella vegetazione boschiva e nelle aree agricole fino ai terrazzamenti degli Orti saraceni.
La giornata è splendida, l’aria è tersa e qui più di ogni visita d’arte voglio camminare, annusare l’aria, guardare il panorama e provare a sentire e vedere con i sensi di Rocco Scotellaro, il poeta contadino, il politico, l’amico di Carlo Levi.
Fu sindaco di Tricarico, Rocco Scotellaro. E fu proprio nel 1946, quando Carlo Levi si candidò all’Assemblea Costituente, nella circoscrizione di Potenza-Matera, che Scotellaro lo incontrò per la prima volta. Credo fosse inevitabile la grande amicizia che da lì nacque! Levi fu il suo mentore, ebbe a dire lo stesso Scotellaro. Entrambi peraltro fortemente impegnati per la “questione meridionale” si frequenteranno assiduamente fino alla precocissima morte di Scotellaro.
Rocco con l'asino- Carlo Levi
Così come lo zelo e la passione di Scotellaro per il riscatto della Basilicata dall’arretratezza e dalle condizioni di povertà e abbandono che la ponevano fuori dalla  “civiltà dello Stato” come la sua lirica di amore vibrante per l’anima di quella terra trovarono in Levi uno dei più grandi e profondi spiragli di luce.
Sono stati passi commossi, i miei. Di dolore e rabbia.
Non avrebbe dovuto morire a Portici, Rocco Scotellaro. Avrebbe dovuto essere abbracciato da quei volti, da quelle ginestre, da quegli asini, da quelle pietre che lui aveva cinto di speranza e lotta. Chissà se oggi il ricordo può essere risveglio…
Questo mi metto a cercare e a pensare. Ma sgomberando l’orizzonte dal “progresso” delle case, delle cose e delle macchine la realtà è ferma a quel tempo di speranza e di lotta. Sessant’anni.
Ma non voglio rassegnarmi, non posso. Questione di coraggio e ardore.
La politica e la stessa letteratura di Scotellaro, e vieppiù di Levi, non sono state mera celebrazione. Raccolgo la denuncia, l’urlo di allarme e indignazione, la coscienza umana e civile per ricordarle, per continuare a dare loro voce e senso, perché non sia infinita agonia.
Sosto solo qualche minuto in piazza Garibaldi, per un caffè ottimo. Ho bisogno di allontanarmi, trovo quiete in una frazione silenziosa, perché la preziosa eredità non si disperda in quelle voci confuse del quotidiano.
Che il cielo sia lieve, Rocco. E grazie, di tutto.
Lascio Tricarico con “il suono del campano al collo di un’inquieta capretta”.

giovedì 7 marzo 2013

Bernalda, a casa di Francis Ford Coppola


Ancora accompagnata dalle note dei Krikka reggae, band  proprio di Bernalda (MT), fortemente ispirata dalle orme di Francis Ford Coppola mi avvio sulla strada per Bernalda.
Nell’area metapontina Bernalda sorge su un morbido e modesto altopiano che degrada dolcemente verso la costa Jonica e ne esprime il tratto ambientale e climatico. La cittadina si presenta in diverse tipologiche architettoniche e urbanistiche in ragione dello sviluppo storico, al nucleo più antico sono andate infatti sovrapponendosi aree nuove in virtù della vocazione turistica e dell’espansione commerciale.
Bernalda la incontro e la tocco, naturalmente, nel vecchio centro peraltro completamente ristrutturato, curato e animato. Penso all’emigrazione che aveva spopolato il paese e alla riscoperta recente dei luoghi e della loro potenzialità che in qualche modo gli ha ridato vita. Così nonno Coppola aveva lasciato Bernalda e il grande nipote regista vi ha fatto ritorno.  Il fascino romantico di questo percorso è un po’ la mia guida a Bernalda. Più delle immagini cerco di carpirne lo spirito e la forza, ecco. Proprio quelli che, in Basilicata, si annusano solo a cuore libero e fanciullo, con i sensi aperti alla straordinaria bellezza della nudità.
La verità e il calore arrivano a piccoli soffi o a grandi folate, in una scena che si spalanca improvvisa allo sguardo, in un gesto che ti sorprende con un brivido, in una parola che ne declina altre all’infinito, in una minuscola traccia che suscita profonde emozioni, in una essenzialità così clamorosa da sventrare qualsiasi ansia di ricercatezza.
Dalla grande America questo ha ritrovato qui, Francis Ford Coppola: la potenza dell’assoluto.
A Palazzo Margherita non busso invano. L’albergo di Coppola è chiuso, stanno facendo alcuni lavori per la riapertura a fine marzo, ma gentilmente mi fanno sbirciare per pochi minuti, con un delizioso compromesso tra rispetto professionale del divieto e ospitalità lucana. Che meraviglia! Non posso elargirvi le foto dell’interno ma posso almeno consegnarvi le immagini dell’annesso caffè e wine-bar, aperto, il Cinecittà bar. Un tocco di elegante fascino cinematografico a misura di Bernalda, una sublime miscela che condensa il pensiero di Francis Ford Coppola.
D’altra parte questi sono luoghi cinematografici per natura. I volti, le mani, i paesaggi, i colori sono pronti per il ciak.
La mia fantasia, forse pure il lirismo, volano. Mi concedo dunque una lunga pausa. Ho bisogno di metabolizzare tutte quelle energie. Ho voglia di godere quella libertà, ultima e estrema, della semplicità primitiva. Devo scivolare nella stupenda combinazione tra sogno e realtà. E palpare l’incastro delle tradizioni con la modernità.
Bernalda mi appare a quel punto come il segnale del cammino sostenibile. Lungimirante e autentico insieme. Quasi una sfida. E forse solo Francis Ford Coppola ne poteva essere autore e interprete…
Tutte le sfumature e le atmosfere in divenire, come una tela che via via assorbe le tinte e le forme d’amore di un maestro.
La passione e il rispetto di Francis Ford Coppola per le sue origini non sono solo commoventi, sono vivaci e acute: lui sa che un patrimonio così può conservare e amplificare il suo senso e la sua missione se viene offerto al mondo.
“Quando vedi la Basilicata…vedi la terra come doveva essere” (F.F. Coppola). 

mercoledì 6 marzo 2013

Montescaglioso, dalla Murgia calcarea ai calanchi argillosi



Nel piccolo territorio della Basilicata convivono ambienti profondamente diversi e toni di paesaggio e materia di varia impronta. Dimensioni eterogenee di natura che, mescolandosi poi con storie e culture differenti, portano in scena un vero spettacolo di forme, colori, suoni e costumi. 
Quello che stupisce e attrae è che qui le caratteristiche morfologiche, i dislivelli, le sfumature sembrano amplificate. Il sistema viario, decisamente arretrato e a tratti avventuroso, dilata le distanze e acuisce le altezze. Paradossalmente però difetto e virtù finiscono per coincidere.
Solo nella pazienza dei vecchi percorsi rimane intatta l’identità dei luoghi e l’energia delle atmosfere. Ecco, la Basilicata non è terra per turisti frettolosi. E’, se mai, regione di intimo cammino…
Montescaglioso dista pochi chilometri da Matera in una ridente dimensione collinare di oliveti, vigneti e frutteti. Il paese vanta un patrimonio di chiese e monumenti di particolare rilievo in un nucleo abitato multiforme e serrato che si snoda e si attorciglia in un giocoso accostamento di stili che esprime una vitalità calorosa.
Racchiude e sprigiona il fascino di usi e riti e sembra accogliere e vivere, lieve, la meravigliosa miscela di ordinario e straordinario. Mostra la sua faccia genuina nel tripudio di maestosi tesori, come se l’umano divenire fosse più forte di qualsiasi ragione. Mi ha incantato così, per quelle pieghe quasi bizzarre della sua placida anima.
Tra le architetture di pregio del Monastero e dell’Abbazia, gli scorci che levano il fiato, i maestosi archi, le antiche chiese mi scopro attratta da quelle tracce di carattere e quotidianità, da quelle atmosfere quasi magiche che fanno capolino ovunque e impregnano l’aria.
Cammino allegra, per ore. Sfido il soffio impietoso del belvedere e abbraccio il cuore di  via Balconi Sottani. Dettaglio dopo dettaglio, odore dopo odore. E, da una casa, si leva a tutto volume una musica nota: Lucania dei Krikka Reggae. Ecco, nel movimento dei pensieri, quello è il ritmo giusto, dolce e incalzante insieme, come Montescaglioso.
Mi raggiunge per molti metri, fino a svanire quando mi avvio a rientrare verso l’interno del paese dove mi attendono nuovi stimoli. Il Borgo Andrisani con il suo Albergo diffuso, altre chiese e un susseguirsi di angoli caratteristici.
Le vie intorno al Municipio mi avvisano che, dopo il Carnevalone, Montescaglioso è entrato in Quaresima: ecco le sette folkloristiche figure appese a una corda per ricordare a ogni buon cristiano gli obblighi in attesa della Pasqua.
Quello a Montescaglioso è un viaggio di scoperte, nella tradizione e nelle aperture di un’area singolare e di grande fascino.