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giovedì 26 maggio 2016

Il lavoro che vi distrugge

A parte il lavoro davvero usurante, il lavoro che distrugge è quello che fate su voi stessi non facendo onore al cervello, piccolo o grande, che avete in dotazione, mancando di rispetto alle persone e alle cose, snobbando lo zelo e la passione, ignorando il dovere, scansando la fatica, svilendo la bellezza della coscienza, disprezzando la fierezza del risultato possibile.
Dovreste avere pietà di voi stessi, incoraggiarvi a un sussulto di dignità, permettervi di rialzare la testa, consentirvi un sereno riflesso allo specchio.
Smettetela di infierire sulla vostra essenza di uomini. Siate generosi con i vostri mezzi e le vostre energie, date loro l’occasione di essere utili. Siate audaci e abbandonate quel terribile tormento della mollezza. Siate lungimiranti e buoni con voi stessi: regalatevi l’ebbrezza di sentirvi finalmente parte attiva e positiva del mondo.
Suvvia, non logoratevi trascinando i piedi nei luoghi di lavoro come foste in prossimità del patibolo, tradendo buon gusto e disciplina, deludendo le vostre chances, abbruttendovi nella malavoglia con la quale sbrigate le incombenze.

Apritevi al piacere di lavorare, troverete qualche soddisfazione, qualche affermazione, qualche serenità.

venerdì 17 luglio 2015

Il mio ozio creativo

Non avrei mai immaginato di arrivare a farmi vanto, del mio ozio creativo. Non sono avvezza all’autocelebrazione e, comunque, che lode dovevo tessermi?
Istinto, puro istinto. Mica una di quelle virtù dell’impegno e del sudore, tanto per intenderci. Gli anni però mi hanno portato davanti stoici del dinamismo ad oltranza. Non alludo agli entusiasti del fare, agli attivi positivi, a chi per natura si rimbocca le maniche e non poltrisce in apatia. Mi riferisco agli ossessionati dal ‘movimento’, quelli che devono stordirsi di appuntamenti, avere l’agenda sovraccarica di incombenze, non concedersi mai un minuto di libero pensiero.
Accidenti, che angoscia. Roba diversa dall’ansia che pur suscitano, costoro. L’angoscia contiene tristezza e disperazione. Siamo sprofondati nell’abisso che non permette sane tregue? E con chi dialogare dunque?
La battuta di arresto culturale affonda le radici anche in questo caotico stress senza sostanza. Tanti sembrano proprio convinti che sbattersi tutto il giorno tutti i giorni incastrando i minuti sia il massimo, del dovere e del diritto.
E allora mi preoccupo. Non poco. Che ne sarà degli approfondimenti, della meditazione, della fantasia, delle passioni estrose, del gioco? E’ in tutto quello che nutre la nostra amica che possiamo attingere per ‘creare’ e per crescere. Sia detto che la crescita non è una sorta di inutile ‘progresso’ forsennato, è maturazione, miglioramento.
Lavoro sodo, altroché. Senza lesinare energie, con serio zelo e enorme partecipazione emotiva. Ma se non coltivassi il lusso di starmene talvolta in panciolle nel ‘nulla’ pieno di dimensioni, orizzonti, colori, idee, riflessioni, non potrei produrre qualcosa di buono neanche con tutta la capacità e la tenacia del mondo. Davvero.
Se non leggessi, non ascoltassi, non guardassi in giro che cazzo (splendido termine oxfordiano) potrei sapere, capire, dire, scrivere?
Ho bisogno di prendere le distanze, per vedere. Capita eccome, pure al fotografo che vuole inquadrare bene la scena. Mi serve mettere insieme i pezzi per sbandierare il puzzle, non ce l’ho in borsa pronto all’uso. E se anche ce l’avessi che gusto ci sarebbe a non averlo sognato e gustato passo dopo passo?
La frenesia forse è anche la malattia di chi fugge. Perennemente. Di chi ha paura di affrontare i propri percorsi interiori o quelli della vita. Un po’ si può magnanimamente comprendere. Succede, anche a me. Di accantonare un momento, una circostanza, un problema, un argomento per ‘salvarmi’. Però non si può respirare di rimozione costante e assoluta, su!

Il rischio è evidente. Il famigerato vuoto cosmico che opprime è uno spettro inquietante. Perché del mio ozio creativo potrei finire a farmene poco fossi sola ed emarginata. Le voci dello stesso coro devono invece unirsi. E non cedere. Mai.

giovedì 30 aprile 2015

La nobiltà del cameriere

C’era una volta l’impeccabile cameriere, gentleman del servizio, lavoratore elegante. Un provetto e fine conoscitore delle regole della tavola che porgeva ai commensali, magari su un vassoio d’argento, un concentrato di delizie in forma e sostanza. Danzava intorno alla tavola, scivolava lesto verso la cucina, rabboccava i bicchieri con garbo, taceva e sorrideva e parlava al momento e con il ritmo giusti. Maestro di cerimonia e di gentilezza, esperto di un galateo delle piccole e grandi cose che incantava.
Prezioso, scattante, adorabile. In quei tempi bui non poteva sedere al regale banchetto, vi partecipava con la presenza operosa e la gestione indispensabile. Avrebbe ben potuto però competere, con lor signori accomodati. Altroché. Da lui si sarebbe potuta apprendere l’arte, delle tovaglie, delle ceramiche e delle posate e anche quella del garbo, della discrezione, della cavalleria, della fierezza. Si, nel mestiere e nel portamento aveva tutta la raffinata dignità della propria bravura e del proprio stile. Chinava il capo, forse, ma di lui nessuno si sarebbe sognato di negare le virtù.

Venne l’ora delle illusioni, delle smanie e degli orgogli storti. Quella delle brutte maniere, dell’incostanza, della ribellione. Il momento del caos e delle false lusinghe, dei sogni sbagliati e delle realtà inesistenti. Lui prese a stufarsi, a fare andare le mani senza grazia, a muoversi come uno zombie dopo una sbronza, a odiare l’etichetta. Rinnegò l’amore, il talento, l’impegno, il dovere, il decoro, perfino il buon senso. Divenne goffo, maleducato, frettoloso, distratto, invadente, rabbioso, presuntuoso. E si sedette alla regale tavola ruttando, menando aria dal deretano, sputando avanzi nel piatto e frugandosi tra i denti a caccia di residui fastidiosi. A testa alta ma con il cervello vuoto e l’anima avvilita perché di lui più nessuno tesseva le lodi. Anzi. Spariti i commensali restò solo e inutile, attorcigliato al suo squallore.

sabato 10 gennaio 2015

La mia vignetta non satirica

Se sapessi disegnare la farei, una bella vignetta. Per puntare (non) satiricamente il dito contro chi fa fatica a coniugare libertà, umanità, rispetto e coerenza. Ovvero più o meno contro tutti.
Altro che torti e ragioni, abbiamo perso il barlume del senso della vita e dei nostri limiti. Diritto di pensiero e parola diventano atrocità, dove ci sono e dove non ci sono. Ma è mai possibile, accidenti?
Io non sono al mondo per condannare qualcuno. E al massimo posso cercare di non meritarmi la condanna altrui. Così, su un piano morale, teorico, intendo. Praticamente è abnorme disquisire di violenza si o no, ma siamo così imperfetti che ci caschiamo eccome. Non solo in quella fisica, eclatante, anche in quella che uccide diversamente, magari quasi silenziosamente. Entrambe riprovevoli, certo. Girare intorno al problema o ai problemi non risolve ed è pure disgustoso, francamente.
Magari non c’è e non ci sarà mai la formula magica della pace, della serenità, della giustizia. Neanche però possiamo avvicinarci a qualcosa che vagamente e dignitosamente somigli a questa felice condizione se fingiamo, spariamo con ogni mezzo, prevarichiamo, ignoriamo.
Da qualche parte è nata la verità? E smettiamola. Di tirare in ballo i punti di vista, le fedi, le ideologie. E’ una menzogna arcinota la confusione di interessi di potere e smanie di superiorità con nobili o almeno comprensibili ispirazioni.

Ci ricordiamo che dobbiamo morire? Che siamo puntini invisibili nell’universo? Che ogni giorno mal speso è una sconfitta? Che cattiveria e stupidità sono avvilenti? Che il male è un boomerang?