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mercoledì 1 luglio 2015

Ve la dico io la verità

Accidenti, neanche ce ne fosse una. Assoluta e universale. Neanche io fossi la Sibilla delle Sibille. Quella che ha la risposta giusta per tutto.
Ecco, non ne ho alcuna, da spacciare come formula perfetta, realtà inconfutabile, posizione insindacabile. E vado piuttosto fiera dei miei dubbi, delle mie riflessioni infinite, dell’ascolto che presto alle alternative possibili. Ho compassione, certo, per gli oltranzisti. Quelli che hanno in bocca oro colato, sanno più degli altri, sono bravi bravi bravi, conoscono le ricette, tirano fuori la spada con disinvoltura e convinzione estrema.
Beati loro no, questo non lo penserei mai. Non convivo male con il tormento continuo dei pensieri. Anzi. Mi piace credere più importante la/le verità della mia ragione o del mio torto.

D’altra parte l’unica preoccupazione seria è la quantità. Sono troppi, gli oltranzisti, così sicuri di se stessi da fregarsene bellamente di tutto e tutti. Le evidenze o le evenienze contrarie non li sfiorano neppure…

lunedì 6 aprile 2015

E' qui la festa

E’ qui la festa. Nel luogo esatto in cui non si celebra. Si, proprio dove non va in scena lo spettacolo. Nel divenire assorto in altro, nella trama dei respiri che pensano a persone, cose, fatti. Dove non c’è dolce e non c’è ballo. Dove già che vi sia pace e non guerra è gioia enorme.
L’ansia dell’evento è un fardello che non si addice a spalle deboli. E, d’altra parte, c’è un altrove che non può neanche degnare di uno sguardo la baldoria. Ha un altro passo o è attorcigliato su un tormento o non ha ali per volare e calici da alzare.
Non è sempre male, no. Talvolta è più autentico. Crudo, forse. Ma di quella crudezza che onora la realtà, non inventa illusioni, non maschera tristezze. Se ne sta a braccetto con la verità, quale che sia, comunque vada. In un prato immaginario di chissà quale primavera, sotto la coltre di neve in montagna o in una casetta di città col cielo grigio.
A Pasquetta si riflette su questo. Sul pic nic mancato. Che è un po’ come la vita. Una ciambella che non riesce sempre con il buco. Su quelli che non hanno in mente neanche bene cosa possa essere, un pic nic. Sulla beatitudine di chi non ha bisogno di ricorrenze, perché un sorriso in qualche modo lo tira fuori dal cassetto della buona volontà. Su tutto il bailamme che nasconde anche quello che dovrebbe stare solo e sempre alla luce del sole. Su quella forza cieca che si chiama speranza. E su quel tesoro che è l’umiltà di acconciarsi ai giorni così come vengono…

Un po’ necessità, un po’ virtù.

domenica 22 giugno 2014

Più nuda

Più nuda. Ancora un po’. Via un pezzo, poi un altro.
Troppo ingombro. Abiti sciocchi. Tempo perso.
Così. Come si toglie lo smalto e si limano le unghie. Fino all’essenziale.
Così. Come si riducono le parole e si accorciano le frasi. Si semplificano i concetti.
Più nuda. Ancora un po’. Tagliare, alleggerire.
Che vengono in mente il raschietto e la carta vetrata, la paglietta e lo sgrassatore. Senza guanti, con i capelli arruffati e il sudore buono. 
Togliere, pulire. E riportare tutto alla sua naturalezza. Il più vicino possibile alla verità. A quella brusca ma serena identità, alla facilità di alzarsi al mattino e essere.
Il corso degli eventi non cambia. E’ meraviglioso, allora, non affaticarsi a fingere di governarlo. Non imbellettarsi per piacere al destino che già ti ha scelto o non ti vorrà neanche con tutto il trucco del mondo. Non torturarsi di percorsi e vivere quello che abbiamo sotto i piedi.
Più nuda. Di più. Con quello che sei, con quello che puoi, con quello che hai, con quello che sai. Che tutto il resto è solo un fardello in eccesso, basta quello che hai sulle spalle e nel cuore.
Più nuda. Non migliore o peggiore, reale. E di realtà si può morire ma anche gioire, forse. 
La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri. A se stessi. Alla vita.

sabato 7 giugno 2014

Questo è il mio paese

C’è un luogo cui appartieni nel momento stesso in cui ci metti piede. E gli appartieni senza essere in gabbia. Senza un indirizzo di residenza. Senza l’accento delle parole. Senza condividere i suoi costumi.
E’ un paese con una sola ossessione: quella di non essere schiavo della smania di piacere. Un paese che, prima di mostrare le sue virtù, respira grato quelle dell’ospite.
Un paese dove non ti invitano a grandi abbuffate per illuderti del loro affetto. Un paese che non ti spia dalle finestre, per intuire dai tuoi passi, forestiero, chi sei, da dove arrivi e perché. Un paese che non conosce falsi amori, non finge miserie, non cova invidie. Un paese dove conosci finalmente l’accoglienza. Senza tradizioni da osservare, gratitudini da dimostrare, apparenze da rispettare.
Un paese che non ha superbie sciocche, detti tristi e sciatterie vecchie. Ha sorrisi, mani e teste. Ha cuori che abbracciano solo se ne hanno voglia.
Un paese che non sopravvive solo nei doverosi ricordi, quelli simulati da chi se ne è andato, perché è un paese dal quale nessuno se ne và. Un paese dove chiunque è, finalmente, a casa.
E’ un vecchio borgo di case di pietra che si confondono con la montagna, affacciato su un grande specchio d’acqua dalle rive fiorite. Un villaggio che ha l’odore del mare. Una terra di verde pianura. Uno scrigno di sole, scorci e frescure. Una contrada che è quasi un distretto di New York.

Uno di quei posti minuscoli e immensi che non si devono celebrare. Che le
celebrazioni servono solo a quelli morti, con la caparbia pretesa di resuscitare a forza di commemorazioni. Un paese che nessuno ha mai raccontato, dipinto, cantato, portato in scena. Perché tutti sono così presi a vivere e a viverlo da non averne tempo, bisogno, desiderio.

sabato 10 maggio 2014

In jeans e maglietta

Era cresciuta nella ragnatela dell’eleganza d’abito e belletto, Annette.
Due donne, nonna e mamma, impeccabili nella cura delle forme con cui affacciarsi al mondo. Non che facessero parte della raffinata società dei salotti. Ne stavano, se mai, ai margini. In quella zona grigia che non vive la vera borgata e che tiene pronto il passo per oltrepassare il sottile confine. Un confine che poi la vita sembra rendere impermeabile a qualsiasi tentativo. Una di quelle condizioni che Annette, negli anni, ribattezzò di corridoio cieco.
Fiocchi di raso tra i capelli, scarpine di vernice e preziosi abiti tagliati e cuciti dalle provette mani di mamma e nonna facevano di Annette una bambola. Bella, che la natura già era stata generosa, ordinata e di buon guardaroba. Si permettevano quel lusso gestendo con rigore le poche risorse. Era essenziale, le ripetevano.
Ad Annette non dispiaceva la figura che le rimandava lo specchio. Eppure qualcosa di stonato le arrivava nei passi e nei gesti. Non si sentiva mai disinvolta, leggera, libera. Prima temeva di sporcarsi, poi di essere impacciata nei movimenti, poi di passare per superba o illusa. Era fuori posto, Annette. O almeno così prese a credere, tra amiche e amici che potevano rotolarsi nell’erba, sedersi su un muretto, tirare calci a una palla. Non si trovò meglio neanche nel tempo delle passeggiate al mare o delle serate da ballo. Intorno a lei erano tutti più semplici, sciolti. Giovani, le veniva da dire. Lei in confronto iniziava a vedersi come una signora in posa davanti alla macchina fotografica.
Ben presto le fu chiaro che non si trattasse solo di una sensazione di mancata gioventù.
Quello che l’eleganza le rubava era anche più della comodità o della semplicità. Perfino più dell’audacia con la quale ragazze e ragazzi della sua età interpretavano i più moderni costumi.
Stava negando o perdendo la verità. Come prima di lei avevano fatto la mamma e la nonna. Non c’era guardaroba che le potesse regalare una vita serena e sincera se non avesse fatto pace con le aspettative, con la realtà, con la natura. E, d’altra parte, Annette non vedeva granché che le mancasse in quei margini, se le due donne impeccabili non si fossero fatte un cruccio del dannato confine.
Annette voleva bene alla mamma e alla nonna ma sapeva che avrebbe dovuto trovare la
sua strada per dare un senso ai suoi giorni, per trovare gioia nelle compagnie che aveva, per esprimersi per quello che il suo cuore desiderava. Doveva forzare le regole, andarsi a prendere tutto quello che non aveva goduto, indossare qualche straccio che le consentisse di correre, sciogliere i capelli e lasciare che il vento facesse la sua parte.
Sarebbe costato qualche pena per loro ma non poteva evitarlo.

Quando sorprese la mamma sorridere dalla finestra mentre lei si allontanava in jeans e maglietta capì che il bene merita un atto di ribellione. Forse solo così anche la mamma, attraverso lei, aveva spezzato finalmente le catene.
(Liberamente ispirato da...Annette)