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domenica 14 giugno 2015

L'amore è virtù

L’amore è virtù. Insomma la virtù per eccellenza, quella che le racchiude tutte, quella che non sfiorisce mai. Ha mille nomi, dunque. Già, si chiama passione, pazienza, coraggio, indulgenza, generosità, allegria. E in almeno altri 994 modi.
Non conosce orgoglio, pretesa, vanità. Al contrario gode dell’umile, mite semplicità. Già, signore e signori. Se state aspettando piedistalli, scuse, sottomissioni non avete virtù, fatevene una ragione. Se non siete abbastanza dolci e forti per non creare amarezze e debolezze non sapete cos’è l’amore, ecco. Se avete bisogno di ricambiare l’amore non proverete mai cosa significa amare, tutto qui.
La virtù è virtù, chiaro? Nessuno può improvvisarsi virtuoso perché qualcuno si prodiga in gesti d’amore. No. Quello è appagamento. Allontanatevi, tronfi, puerili, pavidi ed egoisti, l’amore non è affare vostro.

Al massimo siete capaci di fare coppia. E allora se è questo che desiderate non nominatelo neanche, tenetevi stretto e caro il vizio e non sbrodolate rabbia, insofferenza, delusione. 

giovedì 9 aprile 2015

Il celodurismo da strada

C’era e ancora c’è, il celodurismo. E che il ‘carattere maschio’ sia entrato nella Treccani non è un trionfo. Anzi. E’ la terribile deriva della lingua dei maschietti miserabili. L’uomo, quello vero, non ha bisogno di sbandierare la virtù di un attributo sessuale, duro o molle che sia. E’ allergico a qualsiasi forma di becera arroganza. Non ha il complesso della forza bruta e primitiva. Ha il fascino dell’intelligenza e della sensibilità.
Contro il gay è perfetto parlare di omofobia. Lo è proprio. Giusto per rimanere su Treccani: fobia è un disturbo psichico. Ecco, una paura irragionevole che non si riesce a dominare. Dunque, sia chiaro, all’omofobo va riconosciuta l’attenuante dello stato patologico ma deve anche essere spiegato che malato, appunto, è lui non il soggetto verso il quale nutre tale angoscioso terrore.
Pure sul fronte delle donne –che non ce l’hanno duro ma hanno qualche altra grazia cui pare tengano assai- si riconoscono chiari sintomi di fastidio per le lesbiche. Mi chiedo cosa abbiano tanto da arricciare il naso, sogghignare, condannare…hanno qualche rivale in meno e qualche chances in più di acchiappare l’etero dei loro sogni e fanno le bizze?
Già, guardano dall’alto in basso come se fossero più femminili, desiderabili o –orrore! – più ‘normali’. Gentili amiche vorreste cortesemente fare i conti con sereno buon senso davanti allo specchio a cervello collegato alla presa? Se poi metteste in funzione anche il cuore non sarebbe affatto male, credetemi.
A me avvilisce questa barriera. Che non so se è roba di cattiveria o stupidità ma che nell’uno o nell’altro caso mina lo spessore umano e culturale che il creato gradisce per gli esseri pensanti.
Viviamo, diamine. Con il massimo possibile di naturalezza scopriremo che la ricchezza e la bellezza del passaggio terreno stanno nei sentimenti, nelle relazioni, nei piaceri, nelle conoscenze. E mai, dico mai, nell’idiozia.

Fate sesso, se potete. Con chiunque vi regali gioia.  

lunedì 1 settembre 2014

E' scritto nel silenzio

Qualche volta tutto quello che puoi sapere è scritto nel silenzio. Quello da ascoltare. Appeso ai rami, seduto al tavolino di un bar, poggiato sullo schienale della sedia a dondolo. Nei colori, nei respiri, nei profumi.
Tra le emozioni. Come un fiore nelle pagine di un libro. A raccontarti di un tempo e di un cuore che lo batteva in velocità.
Nelle cose. Che conservano una sagoma, un gusto, un’abitudine. Sensazioni di affetto indelebile.
Sulla punta delle dita. Mute, che loro non hanno voce, eppure possono indugiare e accarezzare sprigionando tutte le parole del mondo.
Chissà poi perché cerchiamo di imparare diversamente. Ci ostiniamo a credere ci siano dimensioni più importanti dell’universo dei sensi, sciocchi, noi.

Lei invece aveva capito subito, che era tutto lì. Nel silenzio. Da quel primo sorso di vino. Novello come la primavera dei sentimenti e rosso, rosso come le labbra eccitate da altre labbra. 

sabato 12 luglio 2014

Il vaso rotto

I giapponesi riparano il vaso rotto valorizzandone le crepe. Uniscono infatti i cocci con una resina mista a oro, argento o platino così da mettere in risalto i ‘punti di sutura’ e illuminare il vaso e il suo percorso. Già, il percorso. Quello della sua vita che, come quella degli uomini, conosce vicissitudini e sistemazioni.
La filosofia giapponese, al contrario della nostra che diffida degli incollaggi di equilibri spezzati, si affida alla natura degli eventi e alla buona volontà delle mani. Che è un po’ come ricordare sempre che ci vuole pazienza e amore per risollevare le sorti di qualcosa che cade e va in mille pezzi. E che bene e male fanno parte del ciclo, insieme. Forse il vaso sarà ancora più bello, dopo. Quando tornerà a splendere dimostrando che tutto si può superare.
Chissà. Chissà se un vaso, una cultura, un’idea possono esprimere il senso di una direzione di saggezza o di speranza. Chissà se possono racchiudere lo spirito positivo e gagliardo della resistenza e della lotta.
Certo quello che conserviamo custodisce qualcosa che altrimenti perderemmo. Un ricordo, una lezione, una commozione. Pure un dolore, è vero. Ma chi può negare che anche il dolore abbia la sua utilità nel nostro bagaglio emotivo?
Ci penso perché lo raccolgo come un segnale, l’ennesimo, al valore delle cose in termini di rispetto. Rispetto della nostra storia e della nostra vita. Di quel legame affettivo che allacciamo con gli attimi in cui le usiamo, le cose. In fondo è quello ad appartenerci, il nostro modo di prenderle, curarle, utilizzarle. Le impronte che lasciamo su di loro sono i nostri sogni, le nostre azioni, i nostri caratteri. Roba che non può andare cestinata per uno scivolone, una spaccatura e qualche scheggia.
E poi sono così affascinanti le cose usate, consumate e sbeccate dai nostri anni e dai nostri pensieri…Sono come le nostre rughe, inquietanti solo se non sappiamo sorriderci su.

Grazie a Monica Ravera per l’ispirazione.

mercoledì 13 novembre 2013

Un figlio diventa padre

Un figlio dice al padre bisognoso: mi hai sempre deluso, arrangiati, io devo pensare alla mia vita. Il padre soffre e tace. Sa di averlo deluso ma non riesce a liberarsi di tutti gli errori che ha addosso e dell’orgoglio cocciuto che li ha causati.
Il tempo passa, il padre ha più bisogno, il figlio è più deluso. E la vita si fa avanti. Esorta il figlio insinuandosi nei pensieri di ogni giorno: lascia da parte il rancore e, soprattutto, l’arroganza. Se non è amore sarà pietà. Davvero riesci a non aiutarlo?
Il figlio fa il muso duro pure al suo cuore e non cede. Fino a quando saranno i figli, un giorno, a bussare alla sua coscienza: papà come sta il nonno?
Non lo so, risponde loro infastidito.
Stai tranquillo papà, noi sappiamo che a te non capiterà.
Cosa? Grida quasi il padre/figlio.
Di avere dei figli che non sanno come stai, risponde uno.
Se avrai bisogno, noi ci saremo, aggiunge l’altro.
Mi sono meritato il loro affetto e il loro rispetto, pensa l’uomo bruciando subito il soffio del rimorso.

I figli sorridono: è il tema che dobbiamo scrivere per domani, papà. E vogliamo prendere un buon voto. La maestra sarà felice della nostra bontà e della nostra piccola saggezza. Si è tanto prodigata a insegnarci a non essere egoisti, spietati, freddi, ostili. E a non disprezzare chi è in difficoltà. Sicuramente anche il nonno sarebbe fiero di noi.
Racconto realtà liberamente ispirato dalla storia di Paolo, l'uomo figlio e padre, oggi "ravveduto" e felice. Scritto per suo espresso desiderio.