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mercoledì 7 dicembre 2016

Incontrare la vita

Succede ai bambini. Che si mettono all’altezza dei piccioni e danno loro da mangiare senza affatto pensare che sporcano o portano malattie o invadono le piazze. Quelle sono cose che tristemente scoprono dopo. Quando diventano adulti e la vita la incontrano meno.
Succede ai bambini. Di ridere, piangere, giocare perché così è la vita, nel momento preciso in cui la toccano e con le emozioni che provano. Dopo crescono e tutto è diverso. Si ritraggono, quasi. Puntano il dito, tengono a bada l’istinto, si fanno furbi o aridi o ciechi. Sanno cose strabilianti ma quasi smettono di godere, dei piedi nudi, di una pozzanghera, delle creature intorno e di quello che è lì, a toccare loro il cuore.
Per fortuna che davanti a una fotografia che immortala la tenerezza della semplicità siamo ancora capaci, grandi e vecchi che diventiamo, di commuoverci o sorridere.

Foto di Sonyetta, che ovviamente ringrazio per l’ispirazione. 

lunedì 5 dicembre 2016

Chapeau, Chef Maria Antonietta Santoro

Chef M.Antonietta Santoro
Ci vogliono amore e audacia, per essere come Maria Antonietta Santoro, chef e anima del ristorante Al Becco della Civetta di Castelmezzano nel cuore delle Dolomiti Lucane.
E non solo, a dire la verità. Testa, ecco, ci vuole testa. Quella della chef Santoro è un’intelligenza lungimirante ma costantemente in armonia con la tradizione. Capace, sanguigna, eclettica e frizzante, Maria Antonietta rappresenta un’eccellenza italiana, di quelle che portano la cucina ai massimi livelli partendo dal territorio, dalla storia e dalle bontà genuine.
Giovanni Romano e Teresa Palazzo
Fa della buona arte culinaria della sua regione un trampolino di lancio della ricerca e dell’estro. Avevo assaporato da lei, Al Becco della Civetta, una cena memorabile dove tutto, proprio tutto, aveva il profumo e il sapore di un armonioso lavoro di passione, cura gentile, creatività e sapienza tecnica. Cose che prendono il palato e il cervello, davvero.
Finalmente sono tornata alla sua tavola al temporary restaurant allestito a Eataly Smeraldo di Milano. Cucina a vista e un nutrito numero di degustatori affascinati dalle prodezze di Chef Santoro e della sua brigata: dai peperoni cruschi alla pasta fatta in casa realizzata al momento ai legumi sublimi fino a una mousse di ricotta con salsa di arance e foglie di cioccolato fondente passando da una serie di deliziosi ingredienti e abbinamenti. Tutto bagnato, nel mio caso, da un ottimo Aglianico del Vulture.
Mousse di ricotta, arance e cioccolato
Non è un elogio al ristorante, è un elogio alla persona e al percorso. A quel patrimonio culturale che spesso trascuriamo. A quella saggezza del rispetto per le esperienze emotive che dovremmo sempre onorare. Al cammino di tenacia, speranza, fantasia e zelo che potremmo tutti prendere ad esempio.
Non è facile, farsi conoscere, quando muovi i tuoi passi in un piccolo -se pur splendido- territorio. Eppure chef Maria Antonietta si è rimboccata le maniche e la sua cucina l’ha portata qua e là in giro per l’Italia facendola conoscere e apprezzare a molti, moltissimi.
Forza Chef Santoro. Hai l’energia giusta per non mollare, mai.

Chapeau. E grazie, grazie per la vita che metti nei piatti.

martedì 15 novembre 2016

Sogno di diventare ricca

Direte che ho poca fantasia, lo so.
La verità è che la ricchezza non è mai stata un mio sogno e anche al risveglio, a occhi aperti, pensavo non valesse affatto la pena di inseguirla.
Insomma contava riuscire a vivere senza pesanti affanni economici.
Oggi invece sogno di diventare ricca. E vorrei realizzare il sogno per misurarmi e misurare la mia coerenza. Terrei per me qualcosa in più di quel che serve a una vita senza affanni, lo dico, perché vorrei tranquillità, libri, cucina, teatro, cinema, musica senza limiti, e cercherei di garantire la medesima situazione ad altri.

Ecco, credo che sia bellissimo poter sollevare qualcuno dagli assilli economici. I denari a questo sono utili, talvolta addirittura indispensabili: a creare le condizioni di pensieri sereni. Non tiro in ballo la bontà, badate bene, ma la serenità. Perché solo così, sogno e penso, potremmo tutti godere un po’ di questo brevissimo passaggio che è la nostra esistenza.

giovedì 10 novembre 2016

Che vuoi che sia

Che vuoi che sia, il nuovo film di Edoardo Leo, punta il dritto nella nostra pancia social, quella dei selfie, di facebook, dei porno on line, della celebrità virtuale e della ‘dignità liquida’.
Lo fa con i toni di una commedia, brillante ma non troppo, che ci mette a nudo. Nel tempo della crisi, non solo economica, e delle strabilianti ma difficilmente gestibili vie di internet, i protagonisti – Edoardo Leo e Anna Foglietta – devono decidere se risolvere i loro problemi e potersi conquistare un figlio e un lavoro affidando la propria intimità a una web camera sparata sulle aspettative del popolo della rete.
Il crowdfunding tentato dall’ingegnere informatico Edoardo Leo per creare una piattaforma che metta in contatto utenti e professionisti e in grado di recensire il mondo delle imprese e dell'artigianato (lavoradvisor) fallisce miseramente, tutti sono molto più interessati al sesso e alle sue versioni disponibili su pc e smartphone. Il dilemma di Leo e Foglietta è tra rimanere fedeli a se stessi senza lasciarsi travolgere da quella dimensione impietosa e i 250.000 euro che garantirebbero loro una start up di vita.
Lo zio della Foglietta, magistralmente interpretato da Rocco Papaleo, è un po’ la quadratura del cerchio della trama. Papaleo incarna infatti una generazione estranea e restia a quel meccanismo di likes, followers e comunicazione virtuale ma al tempo stesso perfettamente calata nelle logiche del mondo e dell’esistenza stessa. Forse in bilico, sicuramente ironica, a tratti sentimentale a tratti disincantata. L’attore giusto al posto giusto, un Rocco Papaleo che fa ridere e riflettere.
Nel baraccone pure genitori di Leo e Foglietta, troppo probabili o improbabili, controversi come siamo tutti nella verità di un terzo millennio tanto avanti e tanto indietro, dove ‘in qualche modo si farà’ ha declinazioni scivolose per chi ha i piedi qui e ora. Meglio ieri, meglio oggi, chissà.
Intanto la coppia va in tilt. Almeno per un po’. Quanto basta per capire che l’amore non si cancella, fortunatamente, con un click come un account.
Ma non è ancora finita perché un cellulare si rompe e tutto, forse, può prendere un’altra piega.
Ci siamo dentro tutti, nella nuova società della rete. Lambiti o centrati in pieno da Che vuoi che sia.
<Tu cosa saresti disposto a fare per 250.000 euro?>. A questa domanda si sente chiamato a rispondere tutto il pubblico in platea.

Una nota sulla cifra: parliamo di 250.000 euro, non di milioni di euro. Non è un aspetto del tutto secondario e non credo sia una scelta casuale, anzi.

sabato 22 ottobre 2016

Novara ha due Teatri e tante stelle

Novara ha due teatri: il Teatro Coccia che tutti conoscono e il Cinema Teatro Faraggiana riaperto dopo molti anni.
Due teatri. Come un tempo, finalmente. Perché un teatro chiuso è una ferita, un respiro interrotto, un cielo buio. Perché il teatro porta in scena la vita. Perché il teatro è il luogo non luogo in cui tutto è possibile. Perché una città che ha due teatri è una città da scoprire o riscoprire. Perché la storia non si ferma, mai.
Lucilla Giagnoni, Vanni Vallino e tutti coloro che si sono fortemente impegnati per il Faraggiana non amano solo il teatro e la città, amano il cammino del pensiero e delle idee, la poesia della musica e la musica della poesia, l’alito di umanità che sempre si leva dai palcoscenici e dalle platee. Credono nella forza portentosa dell’arte come sublime incontro, come carezza e strattone alla quotidianità ma anche come sua magnifica rappresentazione.
Quanta bellezza all’orizzonte. Quanta felicità nella speranza. Quanta energia nella passione. Evviva. Proprio evviva.

E un applauso, di cuore, a Novara, ai suoi due teatri e alle sue tante stelle.

sabato 1 ottobre 2016

Grazie, Bernardo Caprotti

Ho scritto più volte, di Bernardo Caprotti. Non ho fatto in tempo però ad intervistarlo. Solo rimandata, quell’occasione, e invece il destino ha deciso diversamente. Mi spiace, mi spiace moltissimo. Avrei voluto conoscere l’uomo, Bernardo Caprotti. E avrei voluto leggere nelle sue risposte quello che forse non troverò più. Almeno qui, almeno ora.
Perché Bernardo Caprotti non è stato solo un grande imprenditore. Non può essere così. E’ un pezzo di quella Storia che non sappiamo più scrivere. Ce ne stiamo accorgendo porgendo l’addio a troppi Uomini dei quali fatichiamo perfino a raccogliere l’esempio e l’eredità.
Mi commuove, mi amareggia, mi spaventa, la dipartita di Bernardo Caprotti, come se fosse quella di una persona di famiglia. Questa, forse, era un po’ la sua idea: che l’Italia dovesse essere un po’ la nostra famiglia…

Grazie, Bernardo Caprotti. Non lo saprai e non servirà ma un briciolo di quello che sei stato lo porterò in memoria. Sempre.

venerdì 30 settembre 2016

Il lavoro fa bene

Che lavorare faccia bene, lo sanno alla grande quelli che un lavoro lo cercano o l’hanno perduto. Quelli che non si lamentano più, di quanto era faticoso, perché ora vorrebbero faticare. Quelli che sentono la dignità svuotarsi ‘solo’ perché non hanno mansioni quotidiane cui applicarsi con competenza e zelo. Quelli cui la crisi e i cambiamenti hanno ridotto gli orari di attività.
Non è puramente questione di paghe, compensi e stipendi che non entrano, sono falcidiati o traballano. C’è dentro molto di più, nel lavoro. C’è quello che siamo, che impariamo, che trasmettiamo, che viviamo. C’è quel pizzico di orgoglio per i progressi, quella curiosità per le novità, quel gusto della sfida, quella bella vanità dell’impronta personale, quel sorriso che si può regalare, quella capacità che gli altri trovano utile, quel patrimonio di momenti che via via diventa memoria, esperienza, stimolo, lezione.
E molto altro ancora. Magari un tessuto di nozioni e relazioni, una combinazione di luoghi ed emozioni, un bagaglio di piccole e grandi scoperte.
Peccato dunque che chi può goderne ogni giorno elargisca spesso poche energie, al lavoro. E’ un po’ come curarsi poco e male della propria salute. Già, tralasciamo -per somma cortesia- le questioni di chi ancora fa il proprio mestiere in condizioni insalubri o insicure. Badiamo alla stragrande maggioranza. A quelli che ogni mattina si recano in qualche ufficio, pubblico o privato, in cantieri regolari, in fabbriche a misura di legge e uomo, negli ospedali, nei negozi. Da dove tirano fuori tanta noia, tanta scortesia, tanta negligenza, tanta superficialità?
Altro che senso del dovere. Non ci sarebbe neanche bisogno di chiamarlo in causa. Basterebbe davvero ricordare che fa bene a se stessi, innanzi tutto, esprimere tutto il possibile, mettere attenzione in ogni cosa, cercare di migliorare sempre. Pure essere in pace con la propria coscienza, certamente, giova al benessere psico-fisico.

E poi basta, su. La vita è quando siamo in vacanza…ma anche no, accidenti!: la vita è in ogni nostro istante.