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mercoledì 12 marzo 2014

We Are Happy

Grazie Pharrell Williams. Finalmente spopola qualcosa che non è solo un ‘tormentone’ contagioso, è pure un lieto e giocoso stimolo creativo. I video si moltiplicano, di città in città, con grande coinvolgimento di facce di ogni età. Che bellezza!
We are happy. Magari non è vero ma è un mantra buono da ripetere all’infinito per caricarsi di energia, per sprizzare speranza da tutti i pori. Ritmo e ballo sono medicine fantastiche per l’umore. Portati sulla strada sono anche una vitale scoperta di luoghi e colori, una sorta di book in movimento che regala qualche minuto di sorrisi. A me We are happy era giunta subito come una giornata di sole, adesso nelle rivisitazioni amatoriali mi piace ancora di più. Ci sono epidemie positive qualche volta…e ne abbiamo più che mai bisogno.
We are happy ovunque. A Parigi, Roma, Napoli, Milano, Torino, Bucarest, Tunisi. Una globalizzazione stuzzicante e rasserenante, bisogna proprio dirlo. Un trionfo di contentezza e un viaggio turistico. Cultura a portata d’orecchio e un’irresistibile fermento nel corpo. Evviva. Che ci salvi l’arte, in tutte le sue dimensioni ed espressioni!
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lunedì 10 marzo 2014

Guerino Rondolone: basso e contrabbasso

Che a me già piace il suono delle parole prima ancora che gli strumenti siano all’opera: basso e contrabbasso. C’è dentro un po’ di tutto. E Guerino Rondolone lo sa talmente bene che ci gioca, fa sul serio, li governa e si lascia guidare.
Già, il musicista fa l’amore, con la musica. Strizza l’occhio all’accordo. Magari ai compagni del piano e delle percussioni, con la voce che canta, con una batteria, con il pubblico rapito. Guerino Rondolone, di basso e contrabbasso vive da diversi anni, qui e là, navigando tra i generi, in differenti contesti.
Lo trovi sul palcoscenico con Rocco Papaleo, Arturo Valiante, Francesco e Jerry Accardo, ad accompagnare il velluto jazz di Sandy Muller, nell’avventura musicale di Neri Marcorè, in festival e serate su e giù per lo Stivale e in tante collaborazioni di qualità: nel RafFerrari Quartet, con Diana Tejera, Alessandro Haber e molte esperienze trasversali. Magari a tinte rock o su fondi melodici.
Un ruvido morbido, Guerino Rondolone. Di quelli sui binari del pentagramma ovvero sulle scale artistiche. Che poi è bravura e passione ma anche un po’ filosofia. Un jazz mosso.

E d’altra parte io, che non sono un critico musicale, vado a orecchio e sensazioni, metto insieme i pezzi come dovessi comporre un puzzle, ci provo gusto a guardarlo e sentirlo. Forse pure per quel distacco lieve, per la presenza sui generis, perché mani e occhi fanno il paio simpaticamente. O perché nel panorama dei nomi gridati da qualche programma tv i musicisti che fanno musica come Guerino Rondolone ti consegnano umani e autentici momenti di piacere.

sabato 8 marzo 2014

8 marzo insieme

‘La vera rivoluzione sarebbe che le donne amassero le donne e si ricordassero di amare la vita. La vera rivoluzione sarebbe che gli uomini amassero gli uomini e si ricordassero di amare la vita. La vera rivoluzione sarebbe che le donne e gli uomini amassero le persone e si ricordassero quanti piccoli e grandi prodigi fanno insieme. Solo insieme’.
La signora Lia questa volta consegna un’insolita dolcezza.
Non che lei sia mai belligerante, cruda o irrimediabilmente scettica. Ma qui ci leggo un tocco proprio soave, seducente, persuasivo. E, se la conosco bene, credo intenda effettivamente servirsi delle sublimi maniere per esortare e convincere.
Mi ritrovo grezza. Io che di solito sono quella che arrotonda la sua saggezza schietta. Io che avrei scritto ‘la vera rivoluzione sarebbe ridere di una festa come se fosse la scena di un film, una cosa di fantasia, roba che nel mondo reale non ha posto e senso. La vera rivoluzione sarebbe chiedersi l’8 marzo che cosa? La vera rivoluzione sarebbe la pacifica libertà, il pacifico incontro, i pacifici destini. La vera rivoluzione sarebbe la festa della verità, della nudità, della dignità’.

Comunque la pensiate la signora Lia ed io auguriamo pace e abbracci, intelligenza e ironia, allegria e complicità alle donne e agli uomini. Soprattutto a quelle e a quelli che ne hanno più bisogno.

mercoledì 5 marzo 2014

Jerry Accardo: una statua musicale

Jerry Accardo lo trovate sul palco alle percussioni in Una piccola impresa meridionale, teatro-canzone di e con Rocco Papaleo insieme a Guerino Rondolone (al contrabbasso), Francesco Accardo (alla chitarra), Arturo Valiante (al pianoforte).
E lì un po’ lo respirate, l’artista di strada. Che coniuga il suono alle espressioni, che insegue un guizzo, che esprime un percorso di fantasia. Quello che come statua quasi convince e confonde. Plastico, suggestivo, perfetto. Con tutto il talento nel pensiero immobile.
Un po’ di calore, un po’ di colore e una verve lieve, di quelle che sussurrano con gli occhi. Magari nei panni del cowboy o, appunto, armeggiando con qualche insolito strumento.
Un percorso e forse un mazzo di sogni. Una specie di ventaglio della fantasia che si agita appena, alla ricerca di qualcosa che non è proprio a portata di mano. Il sorriso sciolto su un accenno di malinconia e le mani pronte al trucco, quello dell’attore in attesa di una parte.

Tutto qui o molto ancora da scrivere perché lui, Jerry Accardo, forse avrebbe molto da dire e da fare. E chissà quale strada, tra note, pose e parole, si profilerà all’orizzonte. Nei suoi desideri, nelle sue occasioni. Nell’emozione che potrà regalare. 

lunedì 24 febbraio 2014

Nu juorno buono

Rocco Hunt, il simpatico e bravo rapper salernitano, non segue proprio ‘o pallon perché la sua passione è o’ microfon.
Mi piace, Rocco Hunt. Mi piace molto meno precisare la provenienza e sorridere di una ‘fede’ diversa da quella del calcio. Ma l’Italia è anche l’unità incompiuta, una sotterranea (neanche troppo) perenne incomprensione, un campo minato di campanili e una enorme periferia che deve avvicinarsi ai centri per emergere.
Se tutti ci rendessimo conto che certi disagi sono in realtà spalmati esattamente da nord a sud, che la forza enorme sta nella complicità, che nel mondo ‘globalizzato’ Milano e Roma potrebbero non essere gli unici spazi di opportunità avremmo vinto molto più della Lotteria Italia di tutti i tempi ma facciamo ancora fatica a compiere questo facilissimo salto di pensiero.
E insomma Rocco Hunt diventa al Festival di Sanremo una sorta di nuovo simbolo campano come Arisa per la Basilicata. Indubbiamente da artisti dovrebbero gioire di essere orgoglio della musica più che orgoglio di uno spicchio di terra ma a loro tocca come a molti altri barcamenarsi tra radici e presente o, meglio, futuro. Essere portatori di una convinzione: che il talento o giù di lì sono cose che nascono ovunque.
Questo discorso mi sconforta sempre un po’. Mi ritrovo con la classica speranza che sa di finire disperatamente disillusa. D’altra parte…se non ora quando? Almeno bisogna esprimerla ‘questa cosa’ che ci tarpa le ali, questo frazionamento che ci indebolisce, questo assurdo rifiuto di cogliere un valore che rappresenterebbe il vero trampolino di lancio del Paese intero. Intero.
Sogno nu juorno buono per l’Italia. Parrà strano ma mi sento italiana e già mi pare una piccola grande ‘miseria’ perché preferirei sentirmi sempre e solo una terrestre.
Rocco Hunt il tuo accento si deve sentire ma anche tu staresti a meraviglia, come me, in un Paese che non ha bisogno di cantarlo per infrangere pregiudizi, rivendicare le bontà, difendere la vita e i sogni.

In bocca al lupo, carissimo rapper.

lunedì 17 febbraio 2014

L’arte perduta della gratitudine

Del prolifico Alexander McCall Smith, mea culpa, non avevo ancora letto libri.
Ho rimediato con L’arte perduta della gratitudine e ora so che cercherò di recuperare godendomi altre sue opere.
Probabilmente è ancora più famosa la sua detective Precious Ramotswe della No. 1 Ladies Detective Agency ma anche Isabel Dalhousie, filosofa e direttrice della Rivista di Etica applicata, immagino abbia una nutrita schiera di lettori.
La narrazione di Alexander McCall Smith è di quelle allettanti: fluida e originale. Isabel Dalhousie poi è proprio l’esempio di etica applicata del quale francamente si avverte bisogno nella nostra vita. A tratti quasi maniacale ma disperatamente affascinante. D’accordo, quel pizzico di ansia che il comportamento corretto e l’analisi morale portano alla quotidianità può talvolta dare al racconto un tono vagamente ‘ossessivo’ ma la verità è che un personaggio così riconcilia con la buona volontà e la speranza.
L’intensità della storia in fondo è tutta lì, in quella continua ricerca di sostenere l’onestà intellettuale, di reggere sincerità e generosità anche quando il prossimo mette a dura prova. La filosofa Dalhouise è moglie e madre, conduce un’esistenza ‘normale’ e si imbatte in scivolose circostanze unicamente per quella personalità aperta, sensata, profonda. Non sono gesta clamorose a scaldare la trama ma il volo dei pensieri e delle parole sui piccoli o grandi nei dell’umanità, sul terreno incerto delle relazioni, sui meccanismi del comportamento tra interesse personale e senso di responsabilità.
Fa sorridere e riflettere l’avventura spirituale di Isabel Dalhousie. E Alexander McCall Smith ha la capacità di farcela esplorare tra leggerezze e sguardi intensi nelle pieghe più complicate di uomini e donne nell’ordinario cammino quotidiano. Con Isabel che non può fare a meno di interrogarsi su tutto e tutto e un geniale e delicato marito musicista che sa battere il tempo con poetico spessore.

Una lettura molto gradevole.

martedì 11 febbraio 2014

L'Atelier dei miracoli

Quello di Valérie Tong Cuong è un romanzo che mi ha fatto sorridere e commuovere come pochi. Il merito è sicuramente di una storia singolare, di una narrazione originale e di
un’analisi affascinante quanto importante. Ma è anche di quella straordinaria coincidenza che talvolta ci fa incontrare una lettura al momento giusto.
Il tema di fondo che Valérie cala in una trama avvincente è di quelli che scottano tra le mani di una osservatrice del costume e pesa sul cuore di chiunque rifletta sugli equilibri delle relazioni umane, sulle dinamiche dell’egoismo e dell’altruismo, sulle espressioni di individualismo o di solidarietà.
In quella terra scivolosa del bene e del male, della felicità e della solitudine, dei bisogni e della magnanimità troviamo tutto quello che siamo, che ci tormenta o ci anima. Millie, Mariette e Mike che conoscono a loro modo l’abisso incontrano Jean e il suo Atelier dei miracoli che rappresentano la mano della provvidenza o la porta verso la felicità.
La verità è molto complessa e si dipana lungo il percorso di risalita, l’uscita dalle crisi personali, lo scambio di bontà e cattiveria, il confronto serrato e sconvolgente. Jean che aiuta e manipola, l’Atelier come catena di intrecci tra benessere proprio e altrui, Millie, Mariette e Mike con un intenso quadretto intorno che scoprono, provano, trovano se stessi attraverso il dolore e la profondità della consapevolezza.
La generosità e il tornaconto privato e intimo sono la ruota panoramica che trasporta tutti, a ritmo più o meno vorticoso. Nella disperazione e nella gioia gli altri sono spalla, specchio, fastidio o desiderio. E’ il limite degli uomini e delle donne farsi sfuggire il limite, almeno talvolta. Non afferrare che tutto è collegato, che le parole, i gesti, le disposizioni di spirito azionano leve di continuo.
Sta nella fragilità, nelle brutture, nei segreti scabrosi la realtà che l’Atelier può svelare riportando tutti nella pagina della vita. Quella dei legami e della libertà, quella dei sentimenti e delle delusioni, quella dei sogni e delle ferite.
La salvezza arriva davvero in modo inaspettato, per tutti. E alla fine di un arduo cammino. Faccia a faccia con le emozioni e con il labirinto della ragione e delle personalità l’Atelier compie il miracolo di rompere indugi e apparenze, di andare oltre le singole zone di luce e ombra, di capire cosa c’è dentro ogni bagaglio e quante cose si possono trovare fuori dal tunnel della cecità o della paura o della convenzione.
Valérie Tong Cuong è capace di raccontare con realismo e romanticismo insieme in una sorta di agenda quotidiana nella quale il lettore trova intatti i conti in sospeso, i desideri, i propositi, gli appuntamenti. Quelli meticolosamente annotati, quelli accennati a matita, quelli che non scriviamo e lasciamo con la polvere sotto il tappeto.
Brava a indagare tra i pensieri. Brava a incidere senza togliere il respiro.

Attualissimo l’Atelier dei miracoli in una società in crisi morale e umorale e, troppe volte, superficiale. Fare qualcosa per gli altri risponde alla necessità di ricevere qualcosa dagli altri? Se il circuito è virtuoso vale la pena di incamminarci. E, comunque, di leggere il libro.