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giovedì 7 novembre 2013

Bill De Blasio: uno dei sogni di Grassano

Anna Briganti lasciò Grassano (MT) nel 1881, forse senza mai farvi ritorno. Ora a tornarci  è la sua memoria, con il nipote Bill De Blasio diventato Sindaco di New York.
In qualche modo, oltre oceano, i sogni di Grassano si avverano.
E tutto finalmente si compie. Con la libertà, la cultura, la
civiltà. Con una splendida moglie nera, Chirlane, in prima linea per i diritti degli omosessuali. Con nuovi orizzonti e nuove speranze.
Il Sindaco De Blasio ringrazia in italiano ma pensa in americano. Ne sono felice e per nulla stupita, in verità. Ecco, questo è il cammino di una Piccola impresa meridionale, partita da Grassano e da Sant’Agata dei Goti (BN), il paese del nonno di Bill.

Potrebbe compiersi ovunque se solo, per trasformarsi in realtà, i sogni non fossero costretti a varcare il confine.

martedì 5 novembre 2013

Nel paese si accendono tutte le luci

Qualche volta la felicità sta in un vecchio baule di una vecchia casa. Nell’eredità delle emozioni, quelle che contengono le risposte a tutte le domande.
Finalmente scopri che senso ha stare lì, con le mani che frugano tra lettere e cose, gli occhi bagnati dalle lacrime, il cuore che batte all’impazzata.

Nel paese si accendono tutte le luci, grazie a un vecchio baule di una vecchia casa. Sono le ragioni e i sentimenti a premere l’interruttore. Quelli che hanno bisogno di un vecchio baule di una vecchia casa per scattare dentro di te tutti insieme, come pupazzi a molla. 

lunedì 4 novembre 2013

La camicia degli uomini

Ci sono centimetri di materia che riescono a contenere colori e profumi in enorme quantità. Li noti subito, basta uno sguardo. E diventano punti fermi. Per tutta la vita.
Gli uomini stanno bene con la camicia a maniche lunghe arrotolate, altro che odiosi camiciotti a manica corta. Quel pezzo di stoffa in più che allunga o accorcia fa le stagioni o le circostanze. Ecco tutto, bastano un pezzo di stoffa e un gesto, dice la signora Lia.

Non c’è da pensarci su troppo. In una scelta è già tutto scritto. Chi vede deve solo leggere. Lo so, penserete che il rigore matematico della buona vecchia Lia non si possa applicare al costume, mutevole e zeppo di sfumature. Invece è solo un’allucinazione la pratica freschezza promessa dalla forbice, dunque chi ci vuole scivolare dentro più che abbracciare l’abito del tempo e del luogo ne diventa sciocco servitore. Ammettiamolo, è difficile contestare la signora Lia.

giovedì 31 ottobre 2013

Due vecchi sul muretto

Seduti sul muretto a secco, vecchi quanto basta per averlo visto ai tempi in cui non accennava neanche un piccolo cedimento. Una mano appoggiata al bastone, l'altra levata in aria per accompagnare le parole. Entrambi. Come se la posa fosse quella di un set cinematografico al ciak del regista. 
Solo i corpi sono diventati grandi diversamente, smilzo quello con la coppola scura, tarchiato quello con il cappello chiaro.
Sono gli stessi di ieri. Sono i due che ci saranno anche domani.

In un rito che non si consuma, si ripete. Fanno uso, probi, di quel muretto, di quel tempo, di quell’incontro.

mercoledì 30 ottobre 2013

L'anima del paese storto

Ci sono luoghi che non stanno dritti. Anzi, luoghi che non conoscono le geometrie comuni. Luoghi che la natura e la vita hanno disegnato a mano libera.
Quando tutto và storto, sul foglio bianco dove cerchiamo con la penna la riga immaginaria, le prospettive degli stati d’animo lottano con le disposizioni fisiche.
E’ una lettera d’affari o una missiva d’amore e i pensieri ci comandano al rigore o alla dolcezza. Ma incliniamo e forziamo in su e in giù in preda all’impegno o alla sfida, con le lettere che barcollano ubriache e gli svolazzi che imperversano, casuali e impudenti.
Lungo il percorso le frasi sussultano, curvano o prendono la salita. Le ritrovi incollate o distanti, con le balze come le vecchie gonne o calate in un paio di scarpe troppo piccole o troppo grandi. Assolvono la funzione a modo loro, si presentano come preferiscono. Non fanno inchini a chi scrive e a chi legge. Se volete la pagina con le linee tracciate, dicono, accomodatevi altrove.
Quando tutto và storto incontri luoghi che non stanno dritti. Luoghi dove la rivoluzione dei profili ti fa toccare una bellezza sconosciuta e surreale. La bellezza imperfetta del foglio bianco, con le parole impastate di poesia della pietra e prosa del sorriso.
La dimensione dell’anima nelle forme fuori traiettoria ha sfumature di resistenza e di audacia che danzano sul filo, in bilico come le lettere ubriache. Sulle facce che aprono l’uscio di case, nelle voci che scendono dal balcone, nelle schiene che cercano il sollievo di una discesa e nella palla che corre tra i calci dei bambini.

Non fanno bella figura nelle cartoline, i luoghi che non stanno dritti. Loro sanno mostrarsi solo in carne e ossa. Le emozioni non le spediscono per posta, le conservano tutte per regalarle a chi ha l’inclinazione giusta per arrivarci. 

mercoledì 23 ottobre 2013

Il sole, la luna, le stelle

“Eppure io so come rendere interessante la tua vita.
Ah si? E come?
Andando a cercare la parte di sogno che ti spetta di diritto.
E dov’è questa parte di sogno?
Un po’ ovunque nel mondo. Ma soprattutto dentro di te!”
(Il violino nero, Maxence Fermine)
Il problema, se mai, è l’interpretazione, dei sogni. E scusate se sembra una battuta che offusca il lirismo di un grande pensiero.
Qualche volta ci rassegniamo a dare ai nostri sogni una lettura che si adatti alla realtà dei nostri confini. Ed è lì che rischiamo di ucciderli.
“Nemo propheta in patria” (Gesù docet).
Non occorre solo serenamente accettarlo e volgersi altrove, ad abbracciare le menti e i cuori che allargano le braccia per accoglierci. Bisogna essere felici di quel salto perché ci consegna al cielo.
“Possa tu costruire la scala che conduce alle stelle e percorrerne ogni gradino” (Bob Dylan). Già, che meraviglia! E allora è facile intuire quanto lo splendore delle stelle sia incantevole nel buio: “Solo quando è buio riusciamo a vedere le stelle” (Martin Luther King).
Certo la luce poi qualche scherzo lo tira: “Non avessi mai visto il sole avrei sopportato
l’ombra ma la luce ha aggiunto al mio deserto una desolazione inaudita” (Emily Dickinson). Quando la conosci, ogni ombra è una lacerazione, è vero. D’altra parte dobbiamo capire che il privilegio di vedere la luce vale assai più del dolore che ci procura il buio intorno.
Indulgenza, ci vuole indulgenza. Con chi non ha luce, tra le mani o in sogno. Pure con chi, colpevolmente, la ignora. La vera condanna la pronunciano da soli e non sta dunque a noi infierire sulle loro tenebre. Ciò di cui dobbiamo invece andare lieti e fieri è la distanza del nostro coraggio e della nostra verità.
“Oh certo che può sembrare inutile/una stazione a chi non parte mai/ma i treni che davvero portan via/non han fiori sui sedili/ma da fuori non lo sai/devi entrarci per sapere dove vai…Corri via, scappa via, ma devi farlo da te/senza starlo a chiedere…basta che cerchi tu, solo tu, di scegliere chi sei”  (Irene, Roberto Vecchioni).
Tu ci sei entrato, io ero lì e ho capito subito che eri pronto per il viaggio. Un po’ ovunque nel mondo ma soprattutto dentro di te, a cercare la parte di sogno che ti spetta di diritto.
So che talvolta non basta: a chi ha “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me” (Kant) importerebbe assai far assaporare a tutti la stessa feconda beatitudine e avverte ogni porta chiusa come un pugnale nel cuore della vita. Sono orribili momenti che dobbiamo sopportare, non c’è scampo. Quello che conta è guardare l’orizzonte non un puntino fermo sotto i nostri piedi, non farsi confondere o indebolire, non cedere mai a chi vuole trattenerci nell’oscurità.
“Ci sono momenti nella vita in cui l’unica alternativa possibile è perdere il controllo” (Brida, P. Coelho). Meno male che l’hai perso, il controllo!
Continua a volare.

Dedicato a te e a tutti gli illuminati che prima o poi la storia narrerà come acrobati dell’aria e donatori di ali.

lunedì 21 ottobre 2013

Una piccola impresa meridionale: grazie, Rocco Papaleo

Una piccola impresa meridionale di e con Rocco Papaleo è un capolavoro. 
Lo è ben al di là della storia, delle ambientazioni, delle interpretazioni che già sono eccellenti. Lo è nel Faro e nel percorso. Lo è nello spirito. Lo è nel respiro infinito.
La trama non ve la racconto: è un film da vedere e sentire e poi rivedere e risentire e infine accogliere e amare.
Il prete “spretato”, la vecchia madre, la prostituta, i circensi muratori, le lesbiche, il cornuto, la bimba di genitori separati e tutto l’universo più o meno parallelo non sono solo uno spaccato umano e sociale della nostra realtà, sono un grandissimo trampolino di lancio per un cammino di luce e apertura. Per un autentico risveglio, direi.
Un risveglio che non può che accendersi con la sensibilità, la passione, l’autenticità degli istinti, degli aneliti e dei sentimenti più naturali.
Quella di Rocco Papaleo è una riflessione profonda. Tanto profonda che si può cogliere solo con la semplicità dei sensi liberi, fuori dalle logiche e dagli schemi con i quali si valuta “l’opera cinematografica”. E’ una strada, quella di Rocco Papaleo e di Una piccola impresa meridionale che, chi adora abbracciare qualche filosofia di pensiero, chiamerebbe scelta di vita. Io la trovo uno stato dell’animo. E la luce del faro è perfetta come guida, almeno per chi è pronto a imboccare la via illuminata.
La costruzione o la ricostruzione, in un’armonia che supera l’ordine architettonico.
“Non ci avrete!” grida giustamente il magnifico Jennifer, perché lui e gli altri non capitoleranno mai ai pregiudizi e alle convenzioni, alla miseria morale, alle catene e al vuoto implacabile. Loro sono altro, sono oltre. Loro sono la virtù della conoscenza, quella dei costumi buoni davvero. Levigati dal tempo, dall’onestà, dalla purezza.
Le scene, i dialoghi, le musiche sono ricche di questa intensità lieve ed essenziale perché in una Piccola impresa meridionale finalmente il bene e il male sono nella loro intima essenza non nel codice delle regole. Ci sono testa e cuore e non scatole ad incastro obbligato. C’è la verità, agli occhi di chi sa vedere e di chi ha la voglia e il coraggio di vivere la vita rispettandola. C’è l’unico legame degno di essere tenuto sempre saldo: quello della fratellanza.
Che poi il faro, come la mamma, possano contenere e comprendere tutto, è la chiave sottile di una dimensione metaforica incantevole.
La sceneggiatura acuta e brillante di R.Papaleo e Valter Lupo una regia delicata e originale calano i pensieri, le emozioni, i desideri e i passi in uno sviluppo denso di sfumature. Vivace, a tratti esilarante, sul filo dell’equilibrio e della caduta.
In questo è formidabile, Rocco Papaleo. Nell’ironia e nella leggerezza. Nel garbo asciutto e nell’intelligenza sublime che si mescolano fino a togliere il velo dalla commedia della vita per raccontare quello che siamo e potremmo (o dovremmo!) essere. Il cast è eccezionale: Rocco Papaleo, Riccardo Scamarcio, Barbora Bobulova, Sarah Felberbaum, Claudia Potenza, Giuliana Lojodice, Giovanni Esposito, Mela Esposito, Giampiero Schiano, tutti di una bravura assoluta.
Invece del piglio della lezione, Rocco Papaleo ha il talento del messaggio sommesso dunque la critica, sulla  sua “ribellione sottovoce”, non è mai troppo generosa si sa. Le doti intellettuali per un movimento più vigoroso e incisivo Papaleo le avrebbe tutte e forse qualcuno invocherebbe da lui un tono più alto, una bella voce incisiva e stentorea.
Ma la luce del faro, credetemi, arriva forte e piena. Nella vibrazione delle parole e dei risvolti, nei simboli limpidi, nell’entusiasmante disegno del futuro. Si tratta solo, davanti a un film ENORME, di sedersi da spettatori di buona volontà. Talvolta nelle piccole imprese risiedono i grandi valori…
E, comunque, Rocco Papaleo, amico mio carissimo, adesso il faro è lì, basta lasciarsi illuminare. E tu, ne sono certa, lo farai. La speranza è con noi, sempre.